(VIDEO DI EMANUELE GHIANI E FERNANDO LIUZZI)
Nel primo trimestre del 2026, la produzione italiana di Stellantis registra segnali di ripresa dopo il crollo del 2025. I volumi complessivi salgono a 120.366 unità tra autovetture e veicoli commerciali, rispetto alle 109.900 dello stesso periodo del 2025, segnando un incremento del 9,5%. A trainare la crescita sono soprattutto le auto, in aumento del 22% (73.841 unità), mentre i veicoli commerciali calano del 5,8% (46.525 unità).
Il recupero è legato in in larga parte dal lancio produttivo di alcuni modelli, come la 500 ibrida a Mirafiori e la nuova Jeep Compass a Melfi, che hanno compensato solo in parte le perdite accumulate nel 2025, senza riportare i livelli ai volumi precedenti. Tra gli stabilimenti di assemblaggio auto, resta in difficoltà Cassino (-37,4%), mentre crescono Melfi (+92,5%), Mirafiori (+42,4%), Pomigliano (+6,7%) e Modena (+583%). Lo stabilimento Sevel, pur restando il principale per volumi, registra una flessione dovuta a problemi relativi all’adeguamento della capacità produttiva. La Panda, con 34.900 unità prodotte nel primo trimestre 2026, rappresenta da sola circa il 47% della produzione nazionale di auto; tuttavia, non ha ancora recuperato i livelli produttivi del 2024.
Nonostante l’inversione di tendenza rispetto agli ultimi due anni negativi, i livelli restano lontani dagli obiettivi dichiarati di 1 milione di veicoli annui e dai risultati del 2023, anche a causa del massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali. Per il 2026 si prevede una produzione intorno alle 500 mila unità, sostenuta dall’intero ciclo produttivo dei nuovi modelli e da ulteriori lanci nel corso dell’anno, ma pesano le incognite legate al mercato e al contesto economico internazionale. Sul fronte occupazionale, si attendono una riduzione dell’uso degli ammortizzatori sociali e, in alcuni casi, nuove assunzioni inizialmente a termine. Da parte sindacale si chiedono però garanzie sulla stabilizzazione.
Resta centrale il nodo del piano industriale: quello presentato nel 2024 è giudicato insufficiente e necessita di un rafforzamento. Particolare preoccupazione riguarda lo stabilimento di Cassino, dove gli impegni di adeguamento al cambio di strategia sul full electric per la piattaforma Large non si sono ancora concretizzati. Le organizzazioni sindacali sollecitano un nuovo piano con investimenti e assegnazioni produttive certe per tutti gli stabilimenti italiani, al fine di garantire prospettive industriali e occupazionali nel lungo periodo.
“Ci aspettiamo che il nuovo piano industriale – spiega la Fim Cisl in una nota – preveda scelte concrete e credibili, capaci di garantire prospettive industriali e occupazionali per tutti gli stabilimenti italiani, cogliendo anche le opportunità legate alla revisione del regolamento europeo sulle emissioni. Fondamentale sarà valorizzare le specificità italiane: affidabilità delle motorizzazioni, ricerca e sviluppo, design e identità dei marchi.”
Per la Fim Cisl serve un confronto rapido, concreto e partecipato con il sindacato, basato su nuovi investimenti, nuovi modelli, un deciso rilancio delle attività di ricerca e sviluppo e la centralità della filiera italiana dell’indotto e della componentistica. “La revisione del regolamento Ue sulle emissioni – spiega il sindacato – rappresenta un primo segnale positivo, ma ancora insufficiente rispetto all’obiettivo della neutralità tecnologica, che riteniamo fondamentale per il rilancio del settore e la sua sostenibilità sociale. E’ necessario intervenire sul segmento dei LCV e sulle flotte aziendali, rafforzare la proposta sulla nuova categoria della E-car, rendere conveniente il rinnovamento del parco circolante.”

Secondo la Fim Cisl, la crisi dell’automotive “non può essere affrontata esclusivamente con strumenti regolatori: serve un piano industriale europeo espansivo, sostenuto da debito comune e da un nuovo Fondo europeo con risorse comparabili al Next Generation EU. Tale piano deve accompagnare la transizione garantendo sostenibilità ambientale, sociale e occupazionale. Anche l’introduzione di requisiti “made in Europe”, senza adeguati incentivi e una strategia industriale, rischia di essere inefficace. Per queste ragioni, FIM-CISL ha partecipato alla mobilitazione europea del 5 febbraio 2026 a Bruxelles, a sostegno del settore industriale e, in particolare, dell’automotive.”
Per il sindacato, anche il Governo italiano deve fare la propria parte, individuando risorse adeguate per sostenere e rilanciare l’intero comparto e la filiera dell’indotto. È inoltre urgente intervenire sul costo dell’energia, già elevato per le imprese italiane rispetto ai principali Paesi europei, e ulteriormente aggravato dalle tensioni internazionali. “E’ inoltre indispensabile continuare a garantire l’utilizzo degli ammortizzatori sociali negli stabilimenti e nell’indotto, accompagnandoli con politiche formative per rafforzare le competenze, al fine di evitare qualsiasi ipotesi di licenziamento.”
Emanuele Ghiani























