Le stime sui fabbisogni occupazionali e professionali di medio termine proiettano la domanda di lavoro per il quinquennio 2025-2029 in un numero compreso tra 3,279 e 3,721 milioni di unità. E’ quanto emerge dal XXVII rapporto del Cnel sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva, approvato oggi dall’assemblea.
La componente di sostituzione (replacement demand) rappresenta l’elemento prevalente, incidendo tra l’80 e il 90 per cento del totale. Il settore dei servizi assorbirà tra 2,423 e 2,740 milioni di unità, pari al 73-74 per cento del fabbisogno complessivo, mentre l’industria in senso stretto contribuirà per circa il 17 per cento. Dal punto di vista del livello di istruzione richiesto, oltre il 44-46 per cento delle posizioni riguarderà persone con formazione tecnico-professionale di secondo grado, seguite da una ancor corposa richiesta di profili con istruzione terziaria (37-39 per cento). La domanda di lavoratori con bassa scolarizzazione continuerà a ridursi, rappresentando solo il 12-13 per cento del totale.
“I report sul mismatch del Cnel e di Unioncamere segnalano la fatica del mercato del lavoro italiano a colmare i divari derivanti dal disallineamento tra competenze disponibili e fabbisogni occupazionali”, sottolinea il rapporto.
Per quanto riguarda i contratti rinnovai questi, nel 2025, hanno coinvolto oltre quattro milioni di lavoratori, circa un terzo dei dipendenti del settore privato. Le retribuzioni contrattuali nel settore privato non agricolo sono cresciute del 3,2 per cento, ovvero 1,5 punti in più dell’inflazione
A regime, le stime sugli aumenti prospettano una crescita dell’8,7 per cento della retribuzione annua nel quinquennio 2024-2028. Il rapporto segnala come efficace meccanismo di recupero la clausola ex post inserita nel nuovo contratto dei metalmeccanici, che ha limitato la perdita reale al 3,3 per cento tra il 2021 e il 2025. Nel 2026 sono attesi pochi rinnovi e circa l’80 per cento dei lavoratori è già coperto da contratti in vigore. “Nonostante il recupero avviato nel 2023, a fine 2025 le retribuzioni contrattuali reali risultano ancora inferiori del 7,7 per cento rispetto a gennaio 2021, con forti differenze settoriali – sottolinea il rapporto – la perdita di potere d’acquisto si è rivelata più forte nei servizi a causa dei ritardi nei rinnovi contrattuali e della ridotta presenza di meccanismi di recupero dell’inflazione.
Sono 626 i contratti collettivi nazionali di categoria depositati presso l’archivio del Cnel (pari al 72,4 per cento del totale) con applicazione marginale o nulla, sotto cioè i 500 lavoratori. Questi contratti, che operano al di fuori del perimetro della rappresentanza di Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Confsal, coprono lo 0,4 per cento dei dipendenti del settore privato. Il dato consente di ridimensionare il tema della frammentazione contrattuale. Riguarda principalmente la dimensione formale del sistema, ossia la proliferazione di contratti privi di reale incidenza, mentre la quasi totalità dei lavoratori è coperta da un numero ristretto di contratti sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative.
Il rapporto evidenzia che sono solo 142 i contratti collettivi nazionali di categoria (settore) che superano almeno l’1 per cento dei dipendenti standard in almeno una divisione Ateco pari, nel complesso, al 97,5 per cento del totale dei lavoratori dipendenti non dirigenti a cui trova applicazione un contratto collettivo nazionale di lavoro secondo i dati offerti dai flussi Uniemens. Sono invece 104 i contratti collettivi nazionali di categoria (settore) che superano il 5% dei dipendenti standard in almeno una divisione Ateco pari, nel complesso, al 95%del totale dei lavoratori dipendenti non dirigenti a cui trova applicazione un contratto collettivo nazionale di lavoro secondo i dati offerti dai flussi Uniemens.




























