Quella delle Fonderie Pisano di Salerno è una storia che viene da lontano. Il complesso industriale, specializzato in fusioni di ghisa e bronzo, è nato nel 1856 e in oltre un secolo di attività ha conquistato una posizione preminente sul mercato nazionale e internazionale. Da allora, però, il contesto è profondamente mutato, specialmente riguardo ai parametri di tutela della salute, della sicurezza e al consolidarsi di una forte coscienza ambientale.
Proprio sul delicato equilibrio tra i diritti costituzionali alla salute, all’ambiente e al lavoro si è innestata una crisi decennale. Questa ha portato al fermo produttivo degli impianti e all’apertura di un tavolo di crisi presso il Mimit lo scorso lunedì 20 aprile, dopo che il Consiglio di Stato ha confermato lo stop alle attività del sito di Fratte, respingendo la richiesta urgente dell’azienda contro il diniego dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). Il presidente Vincenzo Neri ha rilevato «l’assenza dei presupposti per misure cautelari», rinviando la decisione all’udienza collegiale. Il decreto rafforza quanto già stabilito dal Tar: in attesa del giudizio nel merito, l’impianto di Fratte resta fermo e oltre cento lavoratori rimangono senza occupazione.
La vicenda si articola su più livelli, come spiega a Il diario del lavoro la segretaria generale della Fiom-Cgil di Salerno, Francesca D’Elia. Nel 2016, una serie di controlli sulla sicurezza dello stabilimento portò alla chiusura della struttura. L’azienda ha provveduto alla messa a norma dell’impianto con investimenti volti ad abbattere le emissioni, indicate dai residenti come causa di gravi patologie. Ma nonostante la risoluzione dei procedimenti pendenti, la situazione per le maestranze è rimasta critica: lo stop forzato dalle autorità ha impedito l’accesso immediato agli ammortizzatori sociali a supporto del reddito.
Dalla riapertura, poi, avvenuta dopo circa quattro mesi, l’azienda è stata sottoposta a numerosi controlli senza più sforare i limiti di emissione, ma il calo di commesse e fatturato derivante dal fermo ha reso necessario (e stavolta possibile) l’attivazione degli ammortizzatori sociali.
Il 6 maggio 2025, poi, è giunta la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che ha accolto il ricorso di 151 cittadini. La Corte ha stabilito che l’inquinamento prodotto dalla fabbrica ha reso le persone residenti nel raggio di 6 chilometri più vulnerabili a varie malattie.
D’Elia, però, precisa che i comitati e le associazioni ambientaliste hanno presentato documenti con dati ambientali relativi al periodo precedente al 2016, ovvero prima dell’adeguamento degli impianti. È dunque su tale base che la CEDU ha condannato lo Stato e gli enti locali per non aver vigilato affinché l’attività della fonderia fosse compatibile con l’area che, nel frattempo, è diventata perimetro urbano. «In quella sentenza – aggiunge la sindacalista – la Corte riconosce che non è dimostrabile un nesso diretto tra le patologie e l’attività della fonderia, ma si è basata sul principio di rispetto della vita privata e familiare, chiedendo allo Stato il riconoscimento di un risarcimento ai ricorrenti e lasciando alle amministrazioni il compito di contenimento del rischio. Dunque, per quanto dopo il 2016 gli adeguamenti all’impianto non abbiano fatto emergere ulteriori elementi di criticità, la Regione ha ritenuto necessario un aggiornamento amministrativo».
Su questa scorta, a fine 2025 gli organismi regionali hanno chiesto una revisione dell’AIA, recependo le più recenti normative sulle BAT (Best Available Techniques). Nonostante l’azienda abbia documentato ogni possibile miglioramento, la Conferenza dei servizi ha espresso parere negativo, ritenendo insufficienti gli accorgimenti proposti. Sebbene la normativa conceda tempo fino al 2028 per l’adeguamento, la Regione – influenzata anche dalla sentenza CEDU – ha imposto tempi stretti e parametri più severi, disponendo infine la cessazione dell’attività. E dal 23 marzo, con il decreto di cessazione, sono stati nuovamente sospesi gli ammortizzatori sociali. «Non accettiamo licenziamenti», afferma D’Elia. Il sindacato spinge affinché l’azienda investa in un nuovo stabilimento in un’altra zona, data l’incompatibilità con l’attuale sito urbano.
Tuttavia, il progetto di delocalizzazione sconta forti resistenze. Il precedente è il tentativo di insediamento a Buccino di dieci anni fa, che fu bloccato dai comitati e dall’amministrazione locale tramite una variante urbanistica che rilevava la vocazione agroalimentare del territorio che rendeva incompatibile l’insediamento della fabbrica. Una situazione analoga, fa notare il sindacato, si sta verificando a Luogosano, nell’avellinese, per un sito ex ArcerloMittal inizialmente acquisito dalle Fonderie Pisano per realizzare una “fonderia green”.
Per Raffaele Paudice della Cgil Campania il vero problema politico è, appunto, il rapporto con le comunità: «Serve responsabilità: l’azienda deve essere chiara sugli investimenti. A differenza dell’Ilva, citata più volte rispetto alla vertenza, qui la proprietà è disposta a investire per rendere l’attività compatibile con il territorio, come avviene anche in alcune zone vitivinicole del Nord. È pericoloso far passare il messaggio che l’industria pesante sia sempre nemica del territorio».
Intanto l’incontro al Mimit è servito ad allineare tutti gli attori istituzionali «in un percorso che sia quanto più possibile senza contrapposizioni: lavorare da un lato con l’azienda per evitare azioni unilaterali nei confronti dei lavoratori; dall’altro cercare un sito alternativo nella provincia di Salerno» per il progetto di nuova fonderia completamente decarbonizzata e con le migliori tecnologie green. Il 18 maggio Regione e azienda proveranno a portare al tavolo proposte di localizzazione – la Regione ha fatto sapere che sarà possibile cercare anche in zone non ASI e che nel caso sia ministero che regioni sono disposte a supportare in caso di investimenti aggiuntivi per una soluzione infrastrutturale positiva per l’azienda. Nel frattempo il Consiglio di Stato si dovrà esprimere sull’impugnativa il 14 di maggio.
Sul fronte occupazionale, l’azienda conferma che non ha nessuna intenzione di rinnovare la forza lavoro e che piuttosto verrà avviato un processo di reskilling delle competenze. «Per un impianto del genere e per la sua messa in attività ci vogliono almeno due anni e in quel lasso di tempo sarà necessario fare gli investimenti in attrezzature e impianti e mettere in condizioni gli operai di approcciare il nuovo processo produttivo – aggiunge D’Elia -. Questo significa tenere in piedi strumenti di formazione, di sostegno al reddito e impegni aziendali – perché l’azienda deve investire anche di suo sulle risorse umane».
Il compromesso tra ambiente e lavoro, osserva, non è mai stato un terreno pacifico, specialmente nel settore dell’industria pesante. La segretaria della Fiom-Cgil chiarisce che il sindacato non ha mai preteso la prevalenza del diritto al lavoro sulla salute, ma ha sempre cercato una soluzione che rendesse l’attività assolutamente compatibile con la sicurezza e l’ambiente, in questo caso attraverso la costruzione di un impianto totalmente nuovo.
Secondo la sindacalista, però, sulla vicenda continua a pesare un forte pregiudizio alimentato dai fatti del 2016 che hanno segnato la memoria collettiva. Le Fonderie Pisano, ricorda D’Elia, sono state per generazioni un riferimento economico fondamentale per operai, fornitori e cittadini; eppure, il racconto quotidiano della crisi declinato in questi termini ha finito per far emergere solo gli aspetti peggiori. Invece di una valutazione tecnica sulla fattibilità dei progetti affidata agli enti competenti, si è instaurato un vero e proprio “processo” che impedisce di comprendere il reale valore dell’investimento. Per superare questa impasse, conclude la segretaria della Fiom, è necessario presentare il progetto innanzitutto alla cittadinanza e non solo agli uffici tecnici: «Bisogna spiegare con chiarezza cosa si andrà a realizzare, perché la non conoscenza, inevitabilmente, genera paura».
Elettra Raffaela Melucci


























