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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Dalla cinghia alla tenaglia: il governo perde la scommessa del deficit

Dalla cinghia alla tenaglia: il governo perde la scommessa del deficit

di Maurizio Ricci
27 Aprile 2026
in Poveri e ricchi
Economia, Istat: nel III trimestre crescita ferma, su anno +0,4%, la variazione acquisita per il 2025 allo 0,5%

Insomma, Meloni, Salvini e soci hanno stretto la cinghia per niente. Oltre al danno, la beffa e via citando proverbi che, sulla materia specifica, nel lessico nazionale, abbondano. In breve, la destra al governo ha esibito insospettate virtù contabili in questi anni. La grancassa, in proposito, è eccessiva: il rapporto fra deficit pubblico e Pil tendeva naturalmente a ridursi di qualche decimale, dopo lo shock della pandemia sull’economia e l’esplosione degli aiuti pubblici. Tuttavia, Meloni e Giorgetti hanno tesaurizzato questa riduzione, senza spenderla subito in spesa facile, come molti temevano. Come mai? Non perché siano stati contagiati dall’esempio di Quintino Sella (l’ultimo bilancio in pareggio nazionale risale ad un secolo e mezzo fa), ma, piuttosto, nella speranza tutta politica e strumentale di guadagnare spazio per una più generosa manovra finanziaria nell’anno delle elezioni.

Troppo furbi. Complice un Superbonus che – Meloni non lo ricorda mai – fu votato anche da lei, non hanno ridotto abbastanza questo deficit: il Def 2026 deve rassegnarsi al 3,1 per cento, invece di 2,99. Non più di un pugno di miliardi, ma abbastanza per far saltare il piano pre-elettorale, negando al governo di accedere ai più tolleranti vincoli europei, legati al limite del 3 per cento. Di chi la colpa? Compatta, la destra al governo mostra di aver appreso la lezione di Trump e, siccome non le piace il messaggio, spara al messaggero. I riferimenti appena velati di Giorgia Meloni diventano raffiche di fucileria sulla stampa amica. Inchinarsi all’indipendenza dell’Istat, testardamente ancorata ai numeri e ai decimali che offrono le statistiche e solo a quelli? Al contrario, tuona il Giornale: “Non si può restare zitti”, quando “l’indipendenza dell’istituto diventa lo scudo per decisioni arbitrarie”. Dove si intende che “arbitrario” sembra essere tutto ciò che non piace al governo. Perché è anche teoricamente possibile che, nel giro di qualche mese, queste cifre siano riviste (secondo la normale pratica nelle statistiche), ma anticipare, dandola per scontata, una revisione al ribasso che, per ora, non si vede, è roba da sensali di paese, piuttosto che da onesti scienziati della statistica.

In ogni caso, tutti questi calcoli – i veleni probabilmente no – sono stati spazzati via dalla rovinosa avventura di Donald Trump nel Golfo Persico.

Non solo lo spazio finanziario che l’Italia avrebbe avuto dall’Europa con un deficit al 3 per cento non c’è, ma i margini sono stati ulteriormente polverizzati dalle conseguenze economiche della guerra e del blocco di Hormuz.

La metafora della tenaglia qui non funziona, perché le ganasce non sono due, ma tre: inflazione, recessione, debito. La paralisi di Hormuz, dicono gli esperti, è, infatti, un’ombra lunga che non copre solo poche settimane, ma mesi, probabilmente fino a tutto il prossimo anno e, forse, anche oltre. La crisi dell’energia ha, quindi, tutto il tempo di scaricarsi sui costi e, da questi, sui prezzi. L’inflazione, riducendo la domanda, apre la strada alla recessione. E si può serenamente scommettere che la Bce sceglierà prudentemente di alzare i tassi di interesse per stoppare l’inflazione, piuttosto che abbassarli per ridare fiato all’economia.

Questa distinzione è cruciale per capire perché, non solo le speranze di Meloni e Giorgetti di giocare ancora sul 3 per cento di deficit si siano inabissate, ma perché non ci siano neanche i margini per convincere la Ue a nuove manovre eccezionali sul modello post-Covid, come, pure, la situazione richiederebbe. Lo dicono già i numeri.

Nel 2019, prima del Covid, il debito pubblico europeo era, mediamente, pari al 77,5 per cento del Pil, quello tedesco al 58,7 per cento, il francese al 98,2 per cento. Nonostante il peso degli interventi contro la pandemia, nel 2022, quando esplode la guerra in Ucraina, i paesi europei sono ancora in grado di mettere in opera interventi massicci: 15 miliardi di euro la Germania, 13 l’Italia, 12 la Francia. Oggi, la crisi di Hormuz ha visto sul tavolo, finora, solo 10 miliardi di euro, quasi tutti per i sussidi messi in campo, nelle proprie economie, dai paesi più solidi, mentre l’Italia rischia di incartarsi su qualche centinaio di milioni delle accise. E le speranze di Giorgia Meloni e di altri governi con il fiato corto, come la Francia, di convincere Bruxelles a scelte coraggiose, come manovre comunitarie straordinarie, magari con una rinnovata iniezione di debiti comuni, sono ridotte al lumicino.

I motivi sono due. Il primo è che, ancora nel 2022, i tassi di interesse erano allo 0 per cento, mentre oggi sono sopra il 2 e, probabilmente, in salita. Il secondo è che la base di debito pubblico, nei vari paesi, oggi è diversa. Singolarmente, l’Italia non fa testo, dato il livello record, benché anche noi abbiamo visto svanire i miglioramenti del 2023 e siamo tornati a guardare da vicino quota 140 per cento. Ma la Francia è passata, a fine 2025, al 116 per cento e, in media, il debito pubblico nei paesi Ue è salito all’82 per cento. Livelli che fanno sudare i paesi più virtuosi e rendono poco palatabile l’idea di manovre che pesino sui bilanci comunitari, nonostante le pressioni italiane, ma non solo, in mostra nel summit di questi giorni a Cipro. Tanto per restare nei proverbi amari: non c’è trippa per gatti, anche quando ce ne sarebbe bisogno.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

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Giornalista

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