Tanta è stata la pressione esercitata dalle parti sociali che il governo è stato costretto a fare marcia indietro. Al Consiglio dei ministri del 30 aprile con tutta probabilità non verrà portato il disegno di legge per il lavoro povero, già messo a punto per festeggiare (dicono loro) il Primo maggio, bensì una serie di provvedimenti sulle marginalità del mercato del lavoro. Una vittoria politica perché nella strategia di Giorgia Meloni questa doveva essere la piattaforma di rilancio del dopo referendum per riprendere il potere che si era andato sgretolando.
Il disegno di legge, tornato nel cassetto, era totalmente sbagliato, perché il governo, insistendo oltre misura sul concetto dei contratti maggiormente applicati contro quelli firmati dalle organizzazioni più rappresentative, avrebbe nei fatti dato libero spazio ai contratti pirata, quelli che tentano di dare ai lavoratori meno salario e meno diritti. La reazione è stata immediata. In un convegno organizzato dalla Confcommercio a Roma tutte indistintamente le parti sociali, Cgil, Cisl e Uil, ma accanto a loro anche Confindustria, Confcommercio e tutte le grandi organizzazioni datoriali, si sono espresse contro questo provvedimento. E lo hanno fatto con una chiarezza non usuale, dettata evidentemente dalla necessità di bloccarne l’iter.
Le parti sociali tenevano particolarmente a frenare l’azione del governo perché un simile provvedimento, con nuove regole in campo di contrattazione e rappresentanza, avrebbe nei fatti bloccato il dialogo che da parecchi mesi sindacati e associazioni datoriali hanno avviato proprio su queste materie. Un dialogo non semplice, centrato sui nodi che in questi anni sono venuti alla luce, ma che sta dando risultati importanti e che proprio per questo ha bisogno di proseguire in tranquillità. Con l’augurio che nei prossimi mesi non intervengano nuovi ostacoli.
Ad aiutare questo processo è inoltre intervenuta la riorganizzazione dell’archivio dei contratti nazionali del Cnel, l’organo costituzionale presieduto da Renato Brunetta. Questo archivio era salito agli onori delle cronache perché il numero dei contratti nazionali registrati era salito negli ultimi mesi, nemmeno anni, in maniera impressionante, fino a contrarne più di mille. Contratti firmati da parti sociali per lo più inesistenti, sindacati falsi e associazioni datoriali inesistenti, mirati solo ad abbassare il costo del lavoro. Era sufficiente inviare il testo del contratto e il Cnel era tenuto a prenderne atto. La conseguenza era che l’imprenditore border line, in difficoltà, poteva applicare, e applicava, questi contratti, anche se eticamente l’azione era riprovevole.
Adesso la musica è cambiata. La Commissione informazione del Cnel, presieduta da Michele Tiraboschi, dopo mesi di lavoro ha operato una scrematura di questi contratti, facendo emergere quelli che danno garanzia di equità in quanto firmati da organizzazioni che rappresentano almeno il 5% dell’universo dei lavoratori del settore (il 3% nei casi di contratti multisettoriali). Il Cnel dispone ora di un elenco di 98 contratti che danno le garanzie necessarie e di un altro, con più di 800 contratti, che non hanno queste caratteristiche. Pura zavorra.
Un risultato importante, definito dai media come “il funerale dei contratti pirata”. Non è così, ma la differenza tra il prima e il dopo è sostanziale. Chi si riferisce al Cnel per sapere quale contratto nazionale applicare dispone ora di un elenco stringato di contratti, firmati quasi esclusivamente da Cgil, Cisl e Uil, che vengono applicati al 98% dei lavoratori occupati. Se si tiene conto del fatto che la magistratura già da tempo fa esplicito riferimento all’archivio del Cnel e che adesso dispone di questo ulteriore documento, se ne capisce l’importanza.
Un passo avanti sostanziale, che però da solo non è sufficiente. È necessario l’accordo generale tra le parti sociali.
Lo hanno sottolineato tutti in queste ore, valorizzando l’obiettivo centrato, ma invitando a non allentare l’impegno nella ricerca di un accordo completo. Un’intesa tra le parti e, dove è necessario, un provvedimento di legge che dia garanzia di un’applicazione erga omnes. Nessuno si opporrebbe a una legge di sostegno: anche la Cisl, normalmente restia ad accettare intromissioni del potere legislativo nelle materie che riguardano le parti sociali, auspica da tempo un intervento del genere.
Massimo Mascini
























