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Home - Approfondimenti - La nota - Lavoro nello spettacolo, la Slc Cgil riunisce politica e imprese per una nuova strategia di settore

Lavoro nello spettacolo, la Slc Cgil riunisce politica e imprese per una nuova strategia di settore

di Elettra Raffaela Melucci
16 Luglio 2026
in La nota
Spettacolo, Landini: indennità di discontinuità è una misura insufficiente e restrittiva

LAVORATORE LAVORATORE DELLO SPETTACOLO E DELLA CULTURA

Prosegue il percorso di riflessione della Slc Cgil, avviato lo scorso febbraio, sui temi del lavoro, del welfare e della previdenza nel mondo dello spettacolo. Stavolta, però, con un salto di qualità. Il sindacato ha infatti messo insieme le imprese più rappresentative del settore – Anica, Agis Ape, Apa, Federvivo, Anfols, Cna, Confartigianato, Anec, Legacoop, Siae – e i rappresentanti del governo, tra cui il neo sottosegretario alla Cultura Giampiero Cannella, per l’iniziativa “Il lavoro nello Spettacolo, conoscere il presente per costruire il futuro”, che si è svolta questa mattina presso la sede Cgil di Corso d’Italia, a Roma. L’obiettivo è costruire una visione condivisa tra cinema e spettacolo dal vivo a partire dal lavoro, con l’ambizione di arrivare a una nuova contrattazione di filiera, a relazioni industriali realmente rappresentative e nuove regole per il settore.

Al centro dell’iniziativa le condizioni reali dei lavoratori dello spettacolo, fotografate dall’indagine “Scena e Schermo. Il lavoro nel Cinema e nel Live tra creatività e fatica”, promossa da Slc Cgil insieme alla Fondazione Giuseppe Di Vittorio e illustrata da Eliana Como. «La creatività è il tratto comune di questo mondo del lavoro. Ma anche la fatica», ha osservato Como. Una fatica spesso invisibile perché resta nascosta «prima o dopo gli applausi, dietro le telecamere o dietro le quinte», ma che accomuna professioni molto diverse tra loro. «Qualunque sia il ruolo, interpretativo, autoriale o tecnico, di produzione o post-produzione, quella fatica è comunque sulle spalle di chi lavora, mentre dovrebbe finalmente trovare risposte collettive e pubbliche». Per la ricercatrice della Fondazione Di Vittorio, in gioco non ci sono soltanto le condizioni di lavoro di centinaia di migliaia di persone, ma anche «la qualità e il valore dello spettacolo come strumento democratico di partecipazione, crescita e identità».

La ricerca si basa su oltre 2.300 questionari compilati online da lavoratrici e lavoratori del cinema e dello spettacolo dal vivo, per la maggior parte persone che svolgono stabilmente questa attività: solo il 13% ha un secondo lavoro, il 30% opera nel settore da oltre 25 anni, il 37% da un periodo compreso tra i 10 e i 25 anni e il restante 33% da meno di dieci. Le forme contrattuali più diffuse sono il tempo determinato (44%), il lavoro autonomo (25%) e quello parasubordinato (24%). Il 72% degli intervistati lavora nelle aree metropolitane e oltre la metà è concentrata tra Roma e Milano, mentre dal Mezzogiorno proviene appena il 18% del campione, dato che conferma, secondo gli autori, le difficoltà di accesso al settore nelle aree periferiche.

Il quadro che emerge è quello di un lavoro strutturalmente discontinuo. Il 75% degli intervistati svolge più commesse, il 70% lavora contemporaneamente per diversi committenti e il 73% ha attraversato periodi di inattività negli ultimi dodici mesi; per circa la metà di questi lavoratori i periodi senza occupazione hanno superato i quattro mesi. L’incertezza è una costante: soltanto il 15% sa con certezza quale sarà il proprio prossimo lavoro e, nella maggior parte dei casi, gli impegni vengono continuamente modificati, si sovrappongono, slittano o vengono cancellati.

Quando il lavoro c’è, poi, i ritmi sono particolarmente intensi: il 73% dichiara di lavorare a ritmi frenetici e un lavoratore su due supera regolarmente le 40 ore settimanali. Circa il 60% di chi prolunga l’orario oltre quello ordinario, però, non riceve alcun compenso aggiuntivo. Le conseguenze si riflettono anche sulla salute: solo il 12% è stato in malattia negli ultimi due anni, mentre la metà degli intervistati ritiene probabile continuare a lavorare anche quando avrebbe bisogno di assentarsi. Il 70% denuncia problemi muscolo-scheletrici e stress, ai quali si aggiungono disturbi alla vista, all’udito o alla voce a seconda delle professioni.

Alle criticità si aggiunge la diffusione delle offerte di lavoro irregolari. Negli ultimi due anni al 77% degli intervistati è stato proposto un lavoro sottopagato, al 51% un lavoro gratuito e al 45% un lavoro in nero. Secondo gli autori della ricerca, questa situazione alimenta un sistema di ricatto che colpisce soprattutto chi cerca di entrare nel settore, ma continua a coinvolgere anche molti lavoratori con maggiore esperienza.

Accanto alla discontinuità emerge un’altra caratteristica del lavoro nello spettacolo: una parte consistente dell’attività resta invisibile e non viene retribuita. Il 90% delle professioni interpretative dedica tempo all’autopromozione e, nel 73% dei casi, questa attività occupa una quota rilevante del tempo di lavoro. Quasi tre lavoratori su quattro seguono percorsi di formazione continua, che nell’85% dei casi vengono finanziati di tasca propria. Inoltre, l’80% svolge attività preparatorie non riconosciute e per il 58% degli intervistati questo tempo non viene retribuito.

Preoccupa anche il versante delle relazioni di lavoro. Tra le donne intervistate il 72,1% dichiara di aver subito discriminazioni, il 50,5% molestie e il 47,3% ricatti nel corso della propria esperienza professionale. Un dato, sottolineano gli autori della ricerca, nettamente superiore a quello rilevato dall’Istat nel 2022.

Per la segretaria nazionale della Slc Cgil, Sabina Di Marco, il quadro che emerge dall’indagine evidenzia la necessità di intervenire contemporaneamente sul piano legislativo e su quello contrattuale, sottolineando come la precarietà e l’assenza di tutele non rappresentino fenomeni occasionali ma elementi strutturali del settore.

La situazione della contrattazione collettiva, infatti, è una delle criticità principali emerse dall’indagine, faticando sempre più a rappresentare un punto di riferimento per i lavoratori. Il 26% degli intervistati, infatti, afferma che il contratto nazionale non viene rispettato, il 22% dichiara di non sapere nemmeno se esista o di non conoscerne il contenuto e solo il 29% dei lavoratori del cinema e il 32% di quelli dello spettacolo dal vivo ritengono che salario e diritti siano realmente determinati dal contratto nazionale. Per la maggioranza prevale invece la contrattazione individuale: il 70% nel cinema e il 62% nello spettacolo dal vivo. Nel comparto cinematografico oltre il 60% degli intervistati, percentuale che sale al 71% tra le figure di assistenza, sostiene infatti che retribuzioni e condizioni di lavoro dipendano soprattutto dal gruppo di lavoro di appartenenza.

«Negli anni è avanzata l’idea dell’inutilità di avere contratti collettivi nel settore e che si possa fare come si vuole», ha osservato Di Marco. Una situazione favorita, secondo la dirigente sindacale, anche dai lunghi mancati rinnovi contrattuali. Oggi, ha ricordato, nel solo comparto cine-audiovisivo esistono 24 contratti collettivi nazionali, ai quali si aggiungono altri sei nello spettacolo dal vivo, a fronte di una platea che l’Istat stima in circa 155 mila lavoratori. Da qui la proposta della Slc Cgil di costruire un vero sistema di filiera, riordinando la contrattazione in due grandi contratti nazionali, uno per il cine-audiovisivo e uno per lo spettacolo dal vivo, per rafforzarne l’efficacia, renderli realmente esigibili e dare maggiore peso al settore anche nella definizione delle politiche pubbliche.

L’indagine mette in luce anche la fragilità del sistema di welfare. Tra gli under 30 il 60% dichiara un reddito lordo annuo inferiore ai 10 mila euro e un lavoratore su cinque, pur avendo attraversato periodi di inattività, non ha ricevuto alcuna forma di sostegno al reddito. Per Di Marco è il segnale della necessità di rivedere un sistema che negli anni si è stratificato senza adattarsi alle caratteristiche di un lavoro strutturalmente discontinuo. «Servono regole chiare per l’accesso al welfare, al sostegno al reddito e alla pensione», ha affermato, ricordando come anche l’indennità di discontinuità, fortemente voluta dal settore, continui a raggiungere una platea estremamente ridotta. Da qui la richiesta di istituire un tavolo tecnico permanente tra Ministero della Cultura, Ministero del Lavoro, Inps e organizzazioni sindacali, per costruire strumenti più aderenti alle esigenze dei lavoratori dello spettacolo.

Sul futuro pesa anche un diffuso clima di incertezza. Pur dichiarandosi nel complesso soddisfatto delle aspettative iniziali, il 57% degli intervistati indica “precario” come una delle parole che meglio descrivono la propria professione. Le donne sono le più pessimiste: il 76% teme di non avere opportunità lavorative in futuro e la percentuale sale all’85% tra le quarantenni. Quasi la metà del campione (45,5%) ritiene inoltre che, dopo la pandemia, le condizioni di lavoro siano peggiorate, mentre solo il 18,9% vede un miglioramento.

Tra le nuove fonti di preoccupazione emerge infine l’intelligenza artificiale. I timori maggiori riguardano il peggioramento della qualità delle opere (58,4%), la svalutazione delle professionalità (57,7%), la violazione del diritto d’autore (56,9%) e l’utilizzo dei dati personali (56,4%). Più contenuta, ma comunque significativa, la preoccupazione per la riduzione dei salari (42,5%) e la perdita di posti di lavoro (35,1%). Le categorie che esprimono i livelli più elevati di allarme sono quelle del doppiaggio, seguite da fotografi, figuranti, truccatori, acconciatori, addetti ai casting, lavoratori della post-produzione, sceneggiatori, attori e cantanti.

Nelle conclusioni, Di Marco ha infine richiamato anche il tema del finanziamento del settore, giudicato oggi poco equilibrato tra le diverse arti. Secondo la Slc Cgil, il sistema dovrebbe garantire maggiori risorse alla sperimentazione, all’accesso dei giovani e alla crescita delle realtà più piccole, assicurando regole più stabili e trasparenti. «Il ruolo dei Governi nel settore della produzione di cultura dovrebbe essere sostanzialmente regolatore e non portatore di contenuti e di visioni del mondo», ha concluso.

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

Giornalista de Il diario del lavoro

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