È soprattutto su salari, opportunità di lavoro e riconoscimento del merito che si gioca la possibilità di riportare in Italia i giovani che hanno lasciato il Paese. È quanto emerge dall’indagine promossa dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) e contenuta nel rapporto Giovani Expat. Come farli tornare, realizzato da Ref Ricerche con Questlab. La ricerca ha raccolto oltre 2.500 risposte di giovani tra i 18 e i 34 anni emigrati dall’Italia e i primi risultati sono stati anticipati al Forum Teha di Cernobbio.
A rispondere è stata la parte più formata di una generazione: il 93% degli intervistati è laureato, il 45% ha una laurea magistrale, il 22% un master, il 14% una laurea triennale e il 12% un dottorato. Il 58% ha lasciato l’Italia subito dopo gli studi, senza aver mai lavorato nel Paese. Oggi l’87% vive in Europa, di cui il 60% in un Paese dell’Unione europea e il 27% in un Paese europeo extra-Ue, mentre l’8,5% risiede in Nord America.
Per il ritorno, un aumento consistente delle retribuzioni è la condizione indicata più frequentemente: è giudicata estremamente rilevante dall’83% dei rispondenti. Considerando complessivamente i giudizi di rilevanza, le opportunità di lavoro adeguate al proprio profilo raggiungono l’88% e il riconoscimento del merito il 79%. Seguono gli incentivi al rientro, indicati dal 75%, e la possibilità di conciliare vita e lavoro, al 72%. In fondo alla graduatoria, gli alloggi accessibili e i servizi pubblici efficienti, ambiti di intervento più direttamente riconducibili al settore pubblico, rispettivamente al 63% e al 62%.
Sono, in larga parte, le stesse condizioni che hanno spinto i giovani a partire. Le basse retribuzioni sono indicate come estremamente rilevanti da quattro rispondenti su cinque, seguite da una cultura del lavoro giudicata arretrata e dalla scarsa valorizzazione delle competenze. Il 49% segnala inoltre la lentezza della burocrazia e il 48% il peso di clientelismo e raccomandazioni, una quota che cresce sensibilmente tra chi è partito dal Mezzogiorno.
Quando agli intervistati viene chiesto di indicare un solo intervento cui assegnare la precedenza assoluta, le retribuzioni raccolgono il 53% delle risposte, seguite dalle opportunità di lavoro con il 19% e dalla meritocrazia, in senso stretto, con il 6%. La priorità attribuita agli stipendi sale al 55% tra i giovani partiti dal Nord, mentre scende al 48% nel Mezzogiorno, dove acquistano maggiore peso le richieste di riconoscimento del merito e di stabilità dell’impiego.
Il problema, del resto, ha dimensioni che vanno oltre la singola scelta individuale. Secondo il quadro statistico elaborato dal Cnel, tra il 2011 e il 2024 l’Italia ha perso, al netto dei rientri, 441 mila giovani tra i 18 e i 34 anni, con un saldo negativo di oltre 61 mila unità nel solo 2024.
A misurare l’anomalia italiana è anche l’Indice Sintetico dei Flussi Migratori (Isfm) elaborato dal Cnel: per ogni giovane proveniente da un’economia avanzata che arriva in Italia, ne partono 14,5 italiani, mentre nelle altre grandi economie europee il rapporto è sostanzialmente paritario.
Il valore del capitale umano fuoriuscito dall’Italia viene stimato in 159,5 miliardi di euro nel periodo 2011-2024, pari a circa 16 miliardi l’anno considerando i trend più recenti. E a pesare sulla scelta di restare o tornare è anche il divario retributivo. A parità di potere d’acquisto, tra il 2000 e il 2024 lo svantaggio salariale dell’Italia è peggiorato rispetto ai principali partner europei: dal vantaggio dell’1% a un ritardo del 7% nei confronti della Spagna, dal 14% al 36% rispetto alla Germania e dal 39% al 71% nei confronti della Svizzera.




























