I diritti “classici” riguardavano grandi moltitudini e costituivano il legame che tenevano insieme un’intera comunità di cittadini (i diritti di libertà) o classi sociali portatrici dei medesimi interessi. Queste reti di diritti definivano anche il ruolo della rappresentanza affidata a soggetti collettivi (i partiti e i sindacati) costituiti ed operanti per tutelare gli interessi collettivi dei rappresentati. Gran parte della stagione dei c.d. nuovi diritti riguarda minoranze di nicchia che finiscono per frammentare la rappresentanza collettiva e a disarticolare insieme agli interessi collettivi e di classe anche gli strumenti della rappresentanza. In sostanza la somma dei nuovi diritti non sarà mai in grado di sostituirsi ai diritti di carattere collettivo. Ci fu un tempo in cui, per la sinistra, i c.d. diritti civili erano considerati “lussi borghesi”. Un giudizio sicuramente sbagliato, come ha dimostrato l’esperienza prima ancora che l’evoluzione culturale. L’attenzione ai nuovi diritti costituisce certamente un arricchimento del pensiero della gauche, ma non è in grado di ricomporre la visione unitaria di una classe sociale in lotta per la sua emancipazione. Capita così che divengano obiettivi primari di mobilitazione l’accoglimento di istanze di estremamente minoritarie, come, per esempio – se ne parla in questi giorni – del fine vita o come è avvenuto dieci anni or sono con l’istituzione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso: una battaglia che nel 2016 portò avanti, in prima persona, la sinistra con Legge n. 76 del 2016 entrata in vigore il 5 giugno 2016. Allora vi fu un dibattito intenso su quali diritti del matrimonio potevano essere estesi alle unioni, in particolare relativamente ai diritti previdenziali, che nel caso delle coppie, riguardano soprattutto il trattamento pensionistico ai superstiti. Nel XXV Rapporto dell’Inps è compreso un focus che fa il punto sui primi dieci anni di applicazione della legge per la disciplina delle unioni civili.
Tra il 2016 e il 2025, si sono costituite complessivamente 27.149 unioni civili, il 61% delle quali tra uomini. La distribuzione per età – pubblicata dall’ISTAT per il 2024 – mostra profili differenziati per sesso: le unioni femminili tendono a formarsi in età più giovane, mentre quelle maschili si concentrano maggiormente nelle età mature e presentano più spesso divari anagrafici marcati tra i partner. In base alla normativa vigente, le disposizioni riferite al matrimonio si applicano anche alle parti dell’unione civile. Ne deriva la piena equiparazione ai fini previdenziali, incluso il riconoscimento del diritto alla pensione ai superstiti in favore del partner superstite. L’analisi si concentra sulle prestazioni erogate dall’INPS nel periodo 2016-2025: al 31 dicembre 2025 risultano liquidate complessivamente 622 pensioni ai superstiti da unione civile, di cui 486 a uomini, pari al 78,1%, e 136 a donne, pari al 21,9%. Dopo i 7 casi registrati nel 2016, anno di avvio dell’istituto, le nuove liquidazioni sono aumentate rapidamente e negli anni più recenti si sono stabilizzate su valori compresi tra circa 80 e 100 annui. Pur trattandosi di volumi ancora contenuti, l’andamento segnala – secondo l’Inps – il progressivo consolidamento dell’istituto e l’effettiva operatività della tutela previdenziale prevista dal legislatore. La prevalenza di beneficiari uomini è coerente con la maggiore diffusione delle unioni civili maschili e con la loro struttura demografica, caratterizzata da età mediamente più elevate e da divari anagrafici più marcati tra i partner. Tali elementi aumentano la probabilità che, nel periodo osservato, si verifichi il decesso di uno dei componenti della coppia e, quindi, l’accesso al trattamento da parte del superstite.

Rispetto ai matrimoni, le unioni civili mostrano dunque profili specifici, che si riflettono direttamente sulle dinamiche delle pensioni ai superstiti. L’età media dei beneficiari si colloca intorno ai 60 anni per gli uomini e ai 58 per le donne, con oscillazioni riconducibili anche alla numerosità ancora contenuta dei casi. Questi valori sono sensibilmente inferiori rispetto a quelli osservati per le pensioni ai superstiti da matrimonio, pari in media a 76 anni per gli uomini e 73 per le donne, e riflettono la diversa struttura anagrafica delle coppie. Nel caso dei matrimoni, l’andamento appare più regolare, coerentemente con il carattere ormai consolidato e a regime del fenomeno. Anche sotto il profilo economico emergono differenze rilevanti. Nelle unioni civili, gli importi medi annui risultano più elevati tra i beneficiari uomini, pari a circa 11.700 euro, rispetto alle beneficiarie donne, pari a circa 10.300 euro. Tale distanza può riflettere differenze nelle carriere contributive dei partner deceduti e nella composizione demografica delle coppie, ma va interpretato con cautela alla luce della numerosità ancora contenuta dei casi. Il confronto con le pensioni ai superstiti da matrimonio mostra una dinamica diversa: in quel caso gli importi medi annui sono pari a circa 8.800 euro per i beneficiari uomini e 17.700 euro per le beneficiarie donne. Poiché la prestazione riflette la carriera contributiva del coniuge deceduto, nelle coppie eterosessuali le donne superstiti ricevono mediamente trattamenti più elevati perché riferiti a carriere maschili, generalmente più continue e meglio retribuite; per gli uomini superstiti avviene l’opposto.

La spesa complessiva per queste prestazioni, ancora limitata in valore assoluto, cresce in linea con l’aumento delle liquidazioni: da circa 20.000 euro nel secondo semestre del 2016 a oltre 6 milioni nel 2025, per un totale cumulato di circa 26 milioni di euro nel periodo, di cui l’81% riferibile a unioni maschili. L’importo resta contenuto rispetto alla spesa per pensioni ai superstiti derivanti da matrimonio, in coerenza con la numerosità ancora limitata delle unioni civili rispetto ai matrimoni. Nel complesso, l’analisi dell’Inps mostra una crescita progressiva dei trattamenti nel primo decennio di applicazione della Legge n. 76 del 2016 e conferma l’effettiva operatività della tutela previdenziale riconosciuta alle parti delle unioni civili. A parità di regole rispetto al matrimonio, le differenze osservate sono riconducibili principalmente alla diversa struttura demografica e contributiva delle coppie. In questa prospettiva, le unioni civili rappresentano un utile ambito di osservazione per comprendere – secondo l’Inps – come le trasformazioni familiari e demografiche incidano sulla distribuzione delle prestazioni ai superstiti e, più in generale, sull’evoluzione del sistema previdenziale.
Per concludere, l’Inps ha il dovere di essere politicamente corretto, ma i numeri confermano un’area di interesse molto limitata, in un contesto in cui si riducono persino i matrimoni. Siamo sempre a Dante Alighieri e alla regina Semiramide. Per tanti nuovi diritti vale il detto: “libito fe licito in sua legge”.
Giuliano Cazzola




























