Ringrazio Savino Pezzotta per le cortesi contestazioni rivolte al mio articolo sul caso ex Ilva, perché mi fornisce l’opportunità di chiarire meglio il mio pensiero senza alcun intento polemico nei suoi confronti. Replico al mio stimato ex collega citando la Bibbia e precisamente i capitoli 18 e 19 del Libro delle Genesi dove si racconta le città di Sodoma e Gomorra vengono distrutte dal Signore. Abramo intercede per la salvezza degli abitanti ed apre un negoziato con Dio che alla fine si dichiara disposto a risparmiare le città se Abramo è in grado di indicare almeno 10 giusti. Ma il Patriarca non riesce a rispondere, perché in quelle città di giusti non ce ne sono.
Se me lo consente vorrei rivolgere a Pezzotta la stessa domanda per quanto riguarda la comunità tarantina nei confronti dell’ex Ilva. Colà i giusti sono tanti: i lavoratori dell’Acciaieria e dell’indotto e le loro famiglie. Il loro essere nel giusto, però, non riscatta le responsabilità di quella comunità, delle istituzioni nazionali, regionali e locali, della magistratura e degli stessi sindacati.
La mia critica nei loro confronti è la seguente: a Taranto c’era la più grande acciaieria d’Europa che garantiva il lavoro a 20mila famiglie, che faceva lavorare il porto e che forniva l’acciaio all’industria nazionale; questo patrimonio è andato in malora per colpa di ideologie malate, di una magistratura golpista, di istituzioni pubbliche opportuniste e, purtroppo, di organizzazioni sindacali che non se la sono sentita di sfidare le ideologie dei loro nemici.
Io trovo singolare che nei documenti e nelle iniziative di mobilitazione dei sindacati non si trovi una sola parola di critica all’azione della magistratura o di contraddittorio con la propaganda delle associazioni ambientaliste. Neppure quando l’ordinanza della Corte d’Appello di Milano costituiva una vera e propria provocazione per via giudiziaria. Eppure nella lettera inviata al capo dello Stato, le federazioni dei metalmeccanici ci tennero a sottolineare – una sindrome di Stoccolma- che le loro rivendicazioni non avevano mai messo in discussione le decisioni della Magistratura, ma evidenziato che la situazione dello stabilimento si era determinata a seguito di un vuoto della politica nel ricercare soluzioni che impedissero questa grave crisi che attraversa il nostro territorio.
La verità è diversa. Nessuno è stato in grado di dimostrare che l’ex Ilva violasse le norme vigenti per la lavorazione dell’acciaio. Pertanto lo stabilimento doveva essere difeso per come era, consentendo programmi di risanamento compatibili con le esigenze produttive. Ed è a questo punto che va dato il chiarimento ignorato ed eluso nella vicenda dello stabilimento tarantino.
In Europa le tecnologie di produzione industriale sono stabilite sulla base degli obiettivi di protezione della salute identificati a quel livello in accordo con l’Organizzazione mondiale della sanità. Ma, nello stabilire i relativi parametri, gli obiettivi di risanamento ambientale non possono non essere ragguagliati ad altre esigenze riguardanti i diversi settori produttivi, come i problemi di ammortamento degli impianti, di risorse da investire, di coordinamento tra i diversi Paesi.
Soprattutto, i sistemi produttivi hanno necessità di avere dei riferimenti precisi e uniformi, ai quali attenersi, per essere considerati in regola. È questo fondamentale concetto di convivenza che è stato messo in discussione a Taranto per quel solo stabilimento violando i principi di gradualità e di equilibrio, difficili da gestire ma indispensabili.
Basta ricordare che l’industria automobilistica europea è stata obbligata, in circa 30 anni, a cambiare drasticamente le tecnologie motoristiche, al pari dell’industria di raffinazione per quanto riguarda i combustibili con l’obiettivo di tutelare l’ambiente e la salute. E’ lo stesso criterio che vale per le polveri sottili nell’atmosfera delle città: si stabiliscono dei livelli di tolleranza senza pretendere di arrivare agli standard dell’aria di montagna.
A Taranto la magistratura arrivò persino a sequestrare come corpi del reato tonnellate di acciaio sulle banchine del porto. L’istituzione incaricata di effettuare i necessari controlli è l’Arpa. Quella della Puglia aveva conferito l’AIA allo stabilimento. La magistratura tarantina, senza uno straccio di prove, accusò l’allora presidente della Regione Nichi Vendola – un santone della sinistra – di aver fatto delle pressioni indebite sul presidente dell’Arpa e lo condannò persino in primo grado. Il pm in giudizio seppe argomentare solo così: ‘’come facciamo a dire a una madre che ha perduto il figlio, che lo stabilimento era in regola?’’.
Anche la storia delle morti per cancro andrebbe rivista con più attenzione e meno propaganda. Basterebbe osservare quali sono le città in Italia in cui questa patologia è più diffusa per scoprire che Taranto non rientra nelle prime dieci. E’ nobile dire, come venne affermato, che ‘’tutto l’acciaio del mondo non vale la morte di un bambino’’. Lo si vada a dire nell’Africa subsahariana dove i bambini muoiono di fame e di privazioni.
Poi – per farla breve – c’è un dato di fatto che chiude tutti i discorsi. L’annoso processo penale “Ambiente Svenduto” sull’ex Ilva di Taranto è stato trasferito a Potenza dalla Corte d’Assise d’Appello (sezione distaccata di Taranto), che il 13 settembre 2024 ha annullato la sentenza di primo grado del maggio 2021 (che prevedeva 26 condanne e circa 270 anni di carcere totali). Nel collegio di primo grado erano presenti due giudici onorari che figuravano tra le parti civili, determinando una situazione di incompatibilità. Non è una questione di mera formalità, ma di sostanza perché veniva affidato il ruolo del giudice ad una delle parti in causa.
Privata del suo ‘’processo del secolo’’ la Procura di Taranto ha intrapreso in questi giorni un altro filone di indagini con arresti, denunce e quant’altro, al solo scopo di sbattere di nuovo il mostro in prima pagina. Nel registro degli indagati ci sono 33 persone, tra le quali l’ex presidente del Cda Franco Bernabè. Basterebbe questo fatto per giudicare fasulla tutta l’inchiesta. Ma del resto è una prassi che ha a lungo caratterizzato quel processo che ha visto nominare, ad esempio, come consulenti di ufficio gli stessi esperti delle associazioni ambientaliste.
Buon ultimo il senatore Mario Turco, del Movimento 5 Stelle ha messo in dubbio l’imparzialità dell’avvocato generale delle Cassazione per il parere espresso nel giudizio relativo all’ukase della Corte d’Appello di Milano, sollevando la vera questione del caso ex Ilva: la mancanza di “un bilanciamento fra tutela della salute e produzione industriale”. Un’esigenza richiamata dalla giurisprudenza costituzionale (sentenza n. 58/2018) in cui era ribadito che ‘’il bilanciamento deve rispondere a criteri di proporzionalità e di ragionevolezza, in modo tale da non consentire né la prevalenza assoluta di uno dei valori coinvolti, né il sacrificio totale di alcuno di loro, in modo che sia sempre garantita una tutela unitaria, sistemica e non frammentata di tutti gli interessi costituzionali implicati’’.
Si vede che, secondo le avanguardie tarantini, la verità è una sola; e quanti mettono in dubbio la versione ufficiale hanno qualche traffico losco da nascondere. Del resto, le posizioni del M5S sono state deleterie. Ricordiamo tutti le affermazioni dell’ora redento Luigi Di Maio, quando da superministro del governo Conte I si oppose allo scudo penale per i manager di Arcelor Mittal, sottoponendoli in pratica al pestaggio della magistratura anche per responsabilità pregresse. Era stato Grillo, ancora in sella alla sua creatura, a voler trasformare il polo siderurgico in un grande parco giochi.
Tutto ciò premesso la vicenda penale dell’ex Ilva di Taranto è il più grave scandalo giudiziario degli ultimi cinquant’anni, a cui la Suprema Corte può attribuire soltanto una giustizia tardiva, ma non potrà mai resuscitare un’unità produttiva devastata, alla quale è stato persino impedita – in una giostra di commissariamenti, dalla quale venivano regolarmente estromessi i più capaci – ogni misura di risanamento perché il suo destino era la chiusura dell’area a caldo ovvero la castrazione per via giudiziaria dello stabilimento.
Le sentenze – lo abbiamo visto – sono in grado di disintegrare un sito produttivo, ma non bastato sentenze diverse per poterlo ricostruire perché gli impianti si logorano e la produzione, ridotta al minimo, non è più in grado di compensare i costi e garantire un giusto profitto.
A Taranto gli impianti sono stati distrutti e la capacità produttiva è di 1,6 milioni di tonnellate annue: un decimo di quanto era in grado di fare ai tempi dei Riva e un sesto del volume minimo per il pareggio di bilancio.
Siamo arrivati ad un punto talmente paradossale per cui se la Cassazione dovesse annullare l’ordinanza di Milano, finirebbe per mettere in discussione i programmi delle parti in causa. Per i Genitori tarantini, l’ex Ilva deve chiudere; per i sindacati occorre avviare il più massiccio piano di assistenza sociale della storia, con i soliti arnesi del prepensionamento e di ammortizzatori sociali rafforzati.
È significativa la differenza con Genova, dove tutte le istituzioni politiche, civili e religiose sono schierate in difesa dello stabilimento di Cornigliano. Per la vicenda di Taranto, il 15 ottobre si è svolto nella sede della Regione Puglia un incontro tra tutte le parti interessate: nel documento finale si è chiesto che la continuità produttiva dello stabilimento, sostenibile e compatibile con la Salute, sia la condizione prodromica ad ogni discussione; la produzione, dunque, dovrà essere decarbonizzata introducendo progressivamente l’utilizzo dell’idrogeno verde, quando le condizioni tecnologiche lo consentiranno.
Tutta fuffa. Ammesso e non concesso che l’ex Ilva riparta con l’area a freddo della cordata italiana non potrà garantire una riduzione accettabile dei livelli di occupazione.
Quanto al governo chi sperava che un esecutivo di destra mandasse a quel paese gli ambientalisti è stato deluso. Il ministro Urso ha finito di liquidare Arcelor Mittal e per correre la cavallina dell’acciaio green, senza rendersi conto che si trattava di un ossimoro.
Ecco perché, quando penso al destino dell’ex Ilva mi scopro leghista della prima ora. I contribuenti del Nord che a suo tempo concorsero a finanziare nei primi anni ’60 (con 217 miliardi di lire) la costruzione del Centro siderurgico Finsider di Taranto, sono chiamati oggi – dopo aver garantito un lungo periodo di cure palliative – a sostenere il piano di assistenza e di ammortizzatori sociali più oneroso e duraturo della storia industriale del paese in vista di prospettive immaginarie di riconversione green.
Tutto ciò perché gli abitanti di Taranto non tollerano di vivere in condizioni ambientali uguali o addirittura meno peggiori di quelle della Valle padana. E così hanno mandato in malora – grazie alla complicità della magistratura, all’opportunismo della politica e all’imbarazzo dei sindacati – una grande acciaieria produttiva da cui dipendeva il 75 % del Pil di Taranto e che garantiva occupazione e reddito a 20mila famiglie.
Se fossi il sottosegretario Alfredo Mantovano aprirei gli incontri con i sindacati con questa affermazione: “quando c’è la salute….’’.
Da vecchio sindacalista ai nuovi.
Forse avrebbe giovato alla causa – almeno sul piano dell’immagine – qualche sit in davanti a Palazzo di Giustizia, qualche occupazione dei Consigli Regionale e Comunale. E magari – chissà? – anche un atto dimostrativo in occasione della inaugurazione di quella pagliacciata dei Giochi del Mediterraneo. Non ve ne siete accorti, ma quello è il nuovo modello di sviluppo che vi propongono al posto dell’ex Ilva.
Quanto a Savino Pezzotta spero mi perdoni per aver usato e strumentalizzato le sue osservazioni per sparare su tutte le croci rosse che sono transitate in questi anni dai piazzali dell’ex Ilva. Quanto al governo, prodigo promotore di legge penali inutili . e sollecitatore di Commissioni di indagine perditempo farebbe bene ad inventare un nuovo reato per la fattispecie dell’ex Ilva: l’opificidio.
Giuliano Cazzola


























