Il decreto sull’ex Ilva non offre risposte sufficienti a una crisi industriale che rischia di protrarsi per anni, mentre crescono i timori per l’occupazione e per la tenuta dell’indotto. È il giudizio emerso dalle audizioni di sindacati e associazioni delle imprese artigiane davanti alle commissioni Industria e Lavoro del Senato, impegnate nell’esame del decreto-legge 185/2026. Intanto, alle 17 di oggi, a Palazzo Chigi è previsto un nuovo incontro tra governo e organizzazioni sindacali sulla vertenza.
Il provvedimento, secondo Guglielmo Gambardella della Uilm, interviene soltanto sull’emergenza immediata senza affrontare la natura strutturale della crisi. «Abbiamo ribadito che l’ultimo decreto ex Ilva affronta l’emergenza occupazionale nell’immediato senza prevedere strumenti straordinari per rispondere a una condizione strutturale già presente, indipendentemente dalla decisione della Cassazione», dichiara il sindacalista, sottolineando che tanto la cessione degli asset quanto il rilancio industriale richiederanno tempi lunghi.
«Una prospettiva di sopravvivenza con gli ammortizzatori sociali per lunghi anni non è sostenibile socialmente», aggiunge Gambardella. Da qui le richieste di introdurre strumenti per anticipare, con benefici contributivi, l’accesso alla pensione per chi è vicino a maturarne i requisiti, incentivi all’esodo per chi deve costruirsi un percorso professionale alternativo e il riconoscimento dei benefici previsti per i lavori usuranti, in considerazione delle mansioni gravose e delle esposizioni affrontate nel ciclo integrale. La Uilm sollecita inoltre di eliminare la soglia percentuale di commesse delle aziende dell’indotto verso Acciaierie d’Italia, per garantire una copertura più ampia ai lavoratori degli appalti.
Anche per la Fiom-Cgil il decreto lascia irrisolti troppi nodi. Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia, richiama il momento particolarmente delicato della vertenza, con il giudizio delle Sezioni Unite della Cassazione ancora atteso sul provvedimento di spegnimento dell’area a caldo. Nel frattempo, le risorse a disposizione dei commissari straordinari non sarebbero sufficienti a sostenere le lavorazioni e le manutenzioni necessarie a mantenere al lavoro il maggior numero possibile di persone. «Il decreto affronta una parzialità dei problemi posti dalle organizzazioni sindacali rischiando di incidere molto poco sulla situazione, prospettando un futuro di sola cassa integrazione per i lavoratori», sostiene Scarpa. La conseguenza, avverte, potrebbe essere l’estensione degli ammortizzatori sociali a tutti gli stabilimenti, mentre per le imprese dell’indotto si profila il rischio di «licenziamenti e fallimenti a catena».
Il sindacalista ricorda anche che la gara internazionale per la vendita degli impianti va avanti «da oltre due anni senza risultati e con continui rinvii». Le organizzazioni sindacali hanno raccolto in un documento le proposte per imprimere una svolta alla vertenza, ma, secondo la Fiom, al confronto avviato il 9 ottobre con il Ministero del Lavoro non sono seguiti ulteriori approfondimenti. La richiesta è di mettere a disposizione le risorse necessarie a garantire continuità industriale, decarbonizzazione e occupazione.
A lanciare l’allarme sulla tenuta della filiera sono anche Cna, Confartigianato e Casartigiani. «Senza interventi immediati e un piano industriale credibile, la crisi dell’ex Ilva rischia di provocare il collasso dell’intera filiera produttiva, con conseguenze irreversibili per l’economia e l’occupazione del territorio», affermano le tre confederazioni, giudicando insufficienti le misure previste per sostenere le aziende dell’indotto, già colpite dalla mancanza di commesse. Tra le richieste c’è la revisione della soglia del 50% di fatturato verso il committente, necessaria per accedere all’integrazione del reddito, che rischia di escludere imprese comunque danneggiate dalla crisi. Le associazioni chiedono inoltre garanzie pubbliche rafforzate, anticipazioni dei crediti, moratorie bancarie e contributi ponte per assicurare la continuità aziendale.
Sul versante industriale, le confederazioni sollecitano di accelerare la decarbonizzazione salvaguardando la capacità produttiva e l’occupazione, anche attraverso il rilancio dell’area a freddo e il ricorso temporaneo a semilavorati importati dall’estero. Propongono inoltre di estendere ai lavoratori dell’indotto le opportunità di ricollocazione e di rafforzare le tutele per autonomi e titolari di microimprese.
La proposta è quella di un Accordo di Programma unico per Taranto al 2035, con risorse pluriennali certe, tempi definiti e obiettivi verificabili, che integri riconversione industriale, bonifiche, infrastrutture e diversificazione economica. «Il futuro di Taranto non può dipendere da una successione di interventi emergenziali. Serve una strategia che tenga insieme salute, ambiente, lavoro e continuità produttiva», concludono Cna, Confartigianato e Casartigiani. «Senza le piccole imprese dell’indotto, il rilancio industriale rischia di rimanere soltanto sulla carta».


























