Nelle ore convulse vissute tra la gli ultimi giorni di settembre e i primi di ottobre, quando pareva imminente la crisi del governo Letta, nel gruppo dirigente della Cgil qualcuno ha cominciato a chiedersi se non fosse il caso di rinviare il congresso della maggior confederazione sindacale italiana. Il congresso precedente si svolse a Rimini nella primavera del 2010. E poiché, a termini di statuto, la massima assise Cgil si tiene ogni 4 anni, sarebbe ragionevole attendersi che il prossimo congresso, il primo affrontato da Susanna Camusso nei panni di segretario generale dell’organizzazione, si svolga nella primavera del 2014. Ma una cosa è il congresso, altra il processo congressuale. Intendendo con “congresso” il punto d’approdo, il momento conclusivo di un percorso che, per essere completato, ha bisogno di alcuni mesi di tempo.
Nel caso attuale, il processo congressuale è iniziato in luglio, con un primo seminario del gruppo dirigente svoltosi alla scuola sindacale di Ca’ Vecchia, nei pressi di Bologna, e proseguito poi, in settembre, con un secondo seminario tenuto a Genova. Riunioni informali, queste, volte a definire il tipo di congresso (unitario, a tesi, con documenti contrapposti, ecc.), nonché natura e contenuti dei documenti congressuali.
Il Comitato direttivo ha quindi nominato due commissioni rispettivamente incaricate di mettere a punto i documenti di cui sopra e il regolamento. Commissioni che sono già al lavoro. Come vedremo, il cammino da percorrere è ancora lungo. Anche se, va detto, almeno un primo, importante interrogativo può considerarsi quasi sciolto. Quello relativo al tipo di congresso.
La volta scorsa, qualcuno se ne ricorderà, il congresso Cgil si svolse su documenti contrapposti. Da un lato, quello presentato da Guglielmo Epifani con l’erede designata, Susanna Camusso, e la maggioranza del direttivo uscente: Il lavoro e i diritti oltre la crisi. Dall’altra, quello presentato dal variegato arcipelago delle minoranze di sinistra della stessa Cgil, guidate in questo caso da Gianni Rinaldini e da Giorgio Cremaschi: La Cgil che vogliamo.
Una volta concluse le assemblee tenute nei luoghi di lavoro, il documento Epifani risultò largamente vincitore, avendo raccolto più dell’80% dei consensi. Ma questa vittoria fu ottenuta al prezzo di uno scontro talora anche piuttosto aspro, e che si infiammò con particolare virulenza nelle categorie più combattute: metalmeccanici e pubblico impiego.
Ora, a tre anni e passa di distanza da quei giorni agitati, nessuno (o quasi nessuno) ha voglia di ripetere quell’esperienza. Nel 2009-2010, infatti, i più speravano che la crisi economica già allora conclamata, benché globale e pesantissima, potesse avviarsi a un superamento in tempi non lontanissimi. Ma adesso il congresso è destinato a tenersi in presenza di un panorama economico e lavorativo devastato dalla crisi. Nei gruppi dirigenti cigiellini è quindi diffusa, più che il timore, la certezza che i lavoratori iscritti non accetterebbero di farsi coinvolgere in una diatriba fra tesi contrapposte. Le menti degli iscritti, infatti, non sono solletcitate da interrogativi strategici, quanto piuttosto dominate da gravissime preoccupazioni relative ai propri posti di lavoro, al proprio reddito e all’avvenire delle loro famiglie e dei loro figli.
Nelle settimane e nei mesi scorsi si è dunque profilato il tentativo di impostare il prossimo congresso Cgil in termini unitari. Con ogni probabilità, il congresso non vedrà quindi una contrapposizione frontale fra Camusso e Landini, lungo la stessa falsariga che, nel 2009-2010, vide Epifani opporsi a Rinaldini. In sostanza, la maggioranza della Fiom, guidata appunto da Landini, dovrebbe tornare a far parte della maggioranza “camussiana” della confederazione. Anche se, va detto, fino al momento in cui i documenti elaborati per il dibattito non saranno stati varati in via definitiva dal direttivo, è bene mantenere una certa prudenza previsiva, specie per quanto riguarda natura e ruolo di eventuali emendamenti. Quel che, invece, è già abbastanza sicuro è che, comunque, un documento di minoranza ci sarà. Giorgio Cremaschi ha ripetutamente manifestato l’intenzione di non seguire Landini nel suo tentativo unitario e di presentare un proprio testo: quello della Rete 28 aprile.
Da quanto detto sin qui, emerge anche la ragionevole previsione che il processo congressuale si svolgerà lungo i suoi lenti tempi naturali. Tra ottobre e novembre, le commissioni di cui sopra dovrebbero terminare i propri lavori, in modo tale da consentire al direttivo di vararli entro dicembre. Poi, dai primi di gennaio, dovrebbero partire le assemblee nei luoghi di lavoro, quelle che eleggono i delegati alle istanze superiori, cioè i congressi territoriali e regionali, e assegnano ai documenti il loro peso percentuale. Sarà poi la volta dei congressi nazionali delle organizzazioni di categoria. Infine, in primavera, e comunque prima delle elezioni europee, si arriverà al congresso nazionale della confederazione.
Se il governo Letta fosse caduto, questo calendario di massima rischiava di saltare. Se, infatti, la crisi di governo avesse portato con sé le elezioni anticipate, il processo congressuale sarebbe stato quasi inevitabilmente schiacciato dalla campagna elettorale. Una conseguenza, questa, che tutto il gruppo dirigente Cgil avrebbe preferito evitare.




























