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Home - Approfondimenti - Interviste - Capone (Ugl), ecco la nostra ricetta per rilanciare i consumi e l’occupazione

Capone (Ugl), ecco la nostra ricetta per rilanciare i consumi e l’occupazione

di Massimo Mascini
12 Giugno 2019
in Interviste
Capone (Ugl), ecco la nostra ricetta per rilanciare i consumi e l’occupazione

Avviare velocemente le grandi opere, a partire dalla Tav, e aumentare in modo consistente  i salari. Questi, per l’Ugl, i cardini di una rapida ripresa dell’economia. “Sono due le richieste che sosteniamo, maggiori investimenti e maggiore capacità di spesa delle famiglie”, spiega in questa intervista al Diario del Lavoro Paolo Capone, segretario generale dell’Ugl. Secondo Capone, abbassando gli oneri fiscali sui redditi fino a 1.500 euro i lavoratori avrebbero dai 300 ai 500 euro in più a disposizione. Rilanciando i consumi, un provvedimento del genere porterebbe a creare anche 25mila posti di lavoro. Serve coraggio, ammette Capone, per fare queste cose, ma l’Ugl crede nel governo Conte: soprattutto perché ha fiducia nella Lega, con la quale da più di un anno ha un rapporto stretto, che le lascia libertà e autonomia, ma anche, sottolinea Capone, la speranza di aiutare sul serio i lavoratori. Molti dubbi, invece, sul salario minimo: le imprese, avverte, potrebbero farne un uso strumentale.

Capone, si stanno aggravando i problemi del lavoro?

E’ ancora la priorità assoluta del paese. Il lavoro, anche quello che c’e, non è sicuro, rischia di venir meno da un momento all’altro, e restano ancora troppo alti i tassi di disoccupazione. Drammaticamente, sia chi ha perso il lavoro, sia chi invece non riesce a trovarlo, rischiano di non avere risposte.

Non c’è chi li aiuta?

L’aiuto migliore sarebbe quello che può venire da politiche che favoriscano lo sviluppo, quindi i consumi. In questo modo c’è la possibilità di produrre di più e quindi di occupare più persone.

Quali sono gli strumenti da attivare per cogliere il risultato dello sviluppo? Quota 100 e’ utile?

Quota 100 ha creato le condizioni per un ricambio generazionale, ma è un primo passo, non sufficiente, verso la creazione di nuovi posti di lavoro.

Oltre a quota 100, dove puntare?

Sarebbe importante riuscire a realizzare forti interventi in materia di opere pubbliche. Basterebbero quelli per la messa a norma del patrimonio edilizio scolastico e sanitario, come anche la messa in sicurezza della realtà idrogeologica del paese.

Ma si sta già lavorando a questi obiettivi.

Sì, ma bisognerebbe essere più coraggiosi. I costi di questi interventi devono essere considerati come investimenti, e non debiti dello Stato, perché intervenendo in anticipo eviteremmo di farlo in situazioni di emergenza, quando cioè il rischio, e il costo, sarebbe molto più alto. E poi si avrebbe la possibilità di mettere in moto collaborazioni tra comunità e aziende edili in politiche locali molto importanti.

E in questo modo potrebbe avviarsi un comportamento virtuoso in grado di portarci alla ripresa?

Si tratta di cominciare a fare piccoli passi ma nella direzione giusta.

Il decreto Sbloccacantieri va in questa direzione?

Lo abbiamo apprezzato, ma vogliamo vedere i cantieri sbloccati davvero, le opere realizzate, a partire dalla Tav.

Insomma, la ricetta è sempre quella classica, opere pubbliche che agiscono da volano per tutta l’economia.

Si, ma io credo che sia necessaria anche una politica salariale più generosa. Importante e prioritario è oggi far ripartire i consumi, quindi è necessario dare più risorse al lavoro.

Non è facile…

Certo, non è facile, ma si potrebbe intanto intervenire sul cuneo fiscale, abbassando per i redditi più bassi, fino a 1.500 euro, i contributi a carico dei lavoratori. In questo modo ogni lavoratore avrebbe dai 300 ai 500 euro in più da spendere per l’acquisto di beni e servizi.

Gli imprenditori non sembrano convinti che sia la strada giusta.

Perché sono miopi, non si rendono conto che in questo modo verrebbe una vera spinta ai consumi. E poi una manovra del genere potrebbe avere una durata limitata, dare il via a un aumento delle spese delle famiglie e poi rientrare per lasciare il posto a un abbassamento dell’imposizione sulle imprese.

Saranno miopi, ma la realtà è che al momento buono fanno un passo indietro.

Le rappresentanze imprenditoriali, Confindustria in testa, hanno forse nostalgia delle politiche renziane. Ma l’80% del Pil è fatto di consumi interni, per cui, se non ripartono, la ripresa non può venire da nessun’altra parte.

Il governo vi segue in questa direzione?

Qualche segnale l’ha dato, adesso aspettiamo risultati concreti.

La Flat tax, secondo voi, potrebbe essere utile per rilanciare i consumi?

A noi sembra uno strumento interessante. Abbiamo fatto dei calcoli dai quali risulta che applicando la Flat tax sui redditi fino a 50mila euro l’impatto sul Pil sarebbe tra lo 0,3 e lo 0,4% a partire dal 2020. Crescerebbero molto i consumi no food, che sono quelli più elastici, quindi penalizzati nei momenti di crisi.

Meglio la Flat tax o il reddito di cittadinanza?

Sicuramente meglio la Flat tax. Si creerebbero 25mila posti di lavoro con questa crescita dei consumi no food. Il reddito di cittadinanza ha una sua valenza sul piano sociale, perché crea inclusione, ma non porta risultati veri sull’occupazione.

L’avvicinamento politico alla Lega ha giovato all’Ugl?

Ci ha consentito di portare avanti le nostre idee, le nostre proposte. Sul nodo creato dalla legge Fornero abbiamo dato delle indicazioni molto importanti al governo. E’ stata molto importante  l’intesa con il sottosegretario Claudio Durigon. Uomo abile, che ha avuto dalla sua il fatto di non essere un giuslavorista, quindi di non essere legato a schemi obbligati che ne avrebbero impastoiato l’azione.

La base della Ugl ha accettato questo collegamento stretto con la Lega di Matteo Salvini?

 I nostri iscritti sono rimasti liberi di esprimere con il loro voto la preferenza verso chi volevano. Non c’è stata nessuna forzatura. Non è un caso che Daniela Bellico, una nostra esponente, è stata eletta sindaco di Ciampino con la lista dei Fratelli d’Italia.

L’Ugl gode di buona salute?

Resta un sindacato tradizionalmente di centrodestra, con una storia solida che va avanti dal 1950. Ovviamente ognuno è libero di pensare quello che crede, ma tutti assieme abbiamo l’obbligo di influenzare la politica per ottenere i risultati che i lavoratori che rappresentiamo si aspettano.

Che rapporti avete con Cgil, Cisl e Uil?

Noi parliamo con tutti gli interlocutori che vogliano fare con noi un pezzo di strada.

Si può parlare di collaborazione?

Non proprio, perché loro continuano a perseguire un modello di sindacato a nostro avviso un po’ troppo datato. Abbiamo miti e riti diversi.

Cosa pensa della legge sulla rappresentanza? Secondo lei può essere utile?

E’ uno strumento che può avere la sua utilità, anche se i rapporti tra le parti sociali si sono sempre svolti sulla base del reciproco riconoscimento. Temiamo, questo sì, che dietro una legge sulla rappresentanza si nasconda il tentativo di arrivare alla legittimazione esclusiva di Confindustria e Cgil, Cisl e Uil.

Si sta ragionando sulla possibilità di dare più importanza ai contratti firmati dalle parti maggiormente rappresentative. Questo toglierebbe spazio all’Ugl?

La formula del sindacato maggiormente rappresentativo non ci fa paura. Esiste da anni, e si è accumulata una copiosa giurisprudenza. Ci preoccupa, piuttosto, che si voglia passare alla formula del sindacato comparativamente più rappresentativo.

Perché vi preoccupa?

Dietro queste parole si nasconde il tentativo di blindare la rappresentanza solo per i grandi player, appunto Confindustria e Cgil, Cisl e Uil. La rappresentanza dei lavoratori oggi è molto più variegata, e anche dalla parte degli imprenditori non c’è solo Confindustria.

Però è un dato di fatto che il numero dei contratti nazionali di lavoro è in costante e anomalo aumento. E’ un problema anche per l’Ugl?

Sono tanti, è vero, ma non dimentichiamo i problemi sottostanti che hanno condotto a questa realtà. E’ un dato di fatto che agli operatori di pagine web si applichi ancora oggi il contratto nazionale dei metalmeccanici. Penso che la soluzione potrebbe essere quella di agevolare i contratti aziendali. E noi crediamo molto anche nei contratti di comunità, che vedono protagonisti accanto a imprese e sindacato dei lavoratori gli enti locali.

Una strada per avere maggiore partecipazione?

Noi crediamo molto nella partecipazione dei lavoratori, e delle loro rappresentanze, all’organizzazione del lavoro naturalmente, ma anche alla stessa gestione delle imprese. L’articolo 46 della costituzione ce lo chiede, sarebbe ora di darvi un seguito legislativo.

Del salario minimo cosa pensate?

Non porrebbe nessun problema il fatto di fissare per legge dei minimi sotto ai quali il salario di un lavoratore non possa scendere. Ci sono però dei rischi legati all’uso strumentale che le aziende potrebbero farne, applicando questi minimi invece dei contratti nazionali.

C’è anche un problema di livelli di questi minimi garantiti?

Il provvedimento di cui si sta discutendo parla di 9 euro. Ma di cosa si tratta, esattamente? I contratti nazionali prevedono i minimi salariali, ma anche molte altre voci, gli aumenti legati all’anzianità, la tredicesima, il Tfr, il welfare contrattuale. Per questo dico che importante è che si arrivi a una formula chiara, che non si presti a interpretazioni di parte.

Massimo Mascini

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Tags: FiscoLavoroUglEconomiaGovernoSindacato
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