“Con le nuove linee guida per meglio organizzare l’archivio dei contratti, con soglie minime superiori al 5% e 3% sulle relative platee di lavoratori e ricorrendo ai principi di cui al vigente codice degli appalti, si fa un passo nella direzione giusta, fotografando con i dati a disposizione quali siano i contratti collettivi nazionali realmente applicati nel nostro Paese. Emergerà che quasi il 99% dei lavoratori è coperto da contratti collettivi nazionali di lavoro sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil, ma ovviamente questo non basta e non basterà. Occorre compiere come parti sociali ulteriori scelte e il legislatore dovrà poi sostenerle”. Così Alessandro Genovesi, responsabile contrattazione della Cgil, commenta la votazione avvenuta oggi in commissione informazione del Cnel.
“Quello di oggi – continua il dirigente sindacale – è un risultato a vantaggio anche delle tante pubbliche amministrazioni che in prospettiva potranno più facilmente individuare, tra i poco più dei 140/150 contratti più applicati e non più tra gli oltre mille contratti depositati presso il Cnel, i contratti collettivi da indicare nelle gare di appalto o negli affidamenti. Ovviamente – sottolinea – applicando correttamente quanto previsto dallo stesso codice appalti, cioè individuando sempre tra i vari contratti presenti negli archivi quelli firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative e che hanno già le tabelle di costo del lavoro indicate dal ministero del Lavoro”.
Per Genovesi “abbiamo fatto quel che si poteva fare a normative vigenti, ma è soltanto uno dei passi da compiere per una maggiore trasparenza e contro il fenomeno dei contratti pirata, e la sola riorganizzazione dell’archivio dei contratti presso il Cnel non è risolutiva. Ora serve generalizzare misure certe per misurare la rappresentatività dei firmatari, sindacati e associazioni datoriali, e definire all’interno di questo insieme di contratti collettivi più radicati quali siano realmente i contratti leader. Questi ultimi – spiega – dovranno essere infatti solo ed esclusivamente quei contratti firmati da chi è realmente rappresentativo di lavoratori e imprese secondo l’articolo 39 della nostra Costituzione e che danno le maggiori tutele economiche e normative, per una concorrenza leale tra imprese basata su qualità e maggiore sicurezza sociale”.
“La Cisl ha sostenuto fin dall’inizio il processo di riorganizzazione dell’Archivio nazionale dei contratti collettivi e accoglie con favore il risultato raggiunto oggi, all’unanimità dalla Commissione dell’Informazione del CNEL. Si potrà ora disporre di una base informativa trasparente, fondata sul reale radicamento dei contratti nel sistema produttivo, misurato attraverso la loro applicazione alle lavoratrici e ai lavoratori”. E’ quanto sottolinea la Segretaria Generale della Cisl Daniela Fumarola sull’approvazione delle nuove regole per la riforma dell’archivio del CNEL.
“Il fenomeno del dumping viene così significativamente ridimensionato: circa 99 CCNL sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil coprono oltre il 97% dei lavoratori del settore privato, mentre circa 150 contratti presentano un minimo grado di radicamento nei diversi settori. Si tratta di un risultato delle parti sociali, ottenuto in sede CNEL, che dimostra come il metodo del dialogo costruttivo produca esiti concreti”, aggiunge Fumarola.
“Il passo successivo è lavorare sulle schede contratto per evidenziare la qualità dei CCNL. E’ infatti necessario distinguere i contratti che, pur radicati nel sistema delle relazioni industriali, presentano elementi di dumping salariale e normativo, da quelli che garantiscono tutele adeguate, come evidenziato dal lavoro del CNEL nel settore del terziario. Inoltre, Cgil, Cisl, Uil e le principali associazioni datoriali — Confindustria, Confcommercio, Confapi, Alleanza delle Cooperative, Confartigianato e CNA — hanno già avviato tavoli di confronto per l’aggiornamento e l’implementazione delle regole di misurazione della rappresentanza per via pattizia. La strada maestra per contrastare il dumping contrattuale resta quella del riconoscimento degli accordi interconfederali e non l’invasione della legge sulle materie lavoristiche», conclude Fumarola.
“L’approvazione delle nuove linee guida del Cnel per la riorganizzazione dell’archivio dei contratti collettivi rappresenta un passo nella giusta direzione, ma serve comunque un accordo per la certificazione della rappresentatività delle parti sociali”. È quanto hanno dichiarato la segretaria confederale della Uil, Vera Buonomo, e il consigliere del Cnel in quota Uil, Paolo Carcassi.
“Con queste nuove linee guida, si contribuisce a fare maggiore chiarezza su quali siano i contratti realmente applicati nel nostro Paese. A fronte di oltre mille contratti depositati – hanno ricordato Buonomo e Carcassi – quelli effettivamente utilizzati sono circa 150 e quasi il 99% delle lavoratrici e dei lavoratori è coperto da contratti sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil. Si tratta di un intervento che può aiutare anche le pubbliche amministrazioni a orientarsi nella scelta dei contratti da applicare negli appalti, riducendo i margini di incertezza e contrastando fenomeni di dumping. Resta però evidente che non è sufficiente.
Senza una misurazione certa della rappresentanza – hanno sottolineato Buonomo e Carcassi – continueranno a trovare spazio contratti non rappresentativi, con conseguenze dirette sulla qualità del lavoro, sui salari e sulle tutele. Per la UIL questo è il punto decisivo: è necessario arrivare alla piena certificazione della rappresentanza, dando attuazione e certezza a regole che, sul versante sindacale, sono già definite, e affrontando in modo chiaro anche il tema della rappresentanza datoriale. Solo così – hanno concluso Buonomo e Carcassi – sarà possibile contrastare davvero il dumping contrattuale e garantire, a parità di lavoro, gli stessi diritti e lo stesso salario”.
“Bene la riorganizzazione dell’archivio nazionale dei contratti collettivi approvata dal
Cnel . Un risultato raggiunto grazie all’impegno del presidente Brunetta con la collaborazione di rappresentanti di Confcommercio e delle altre organizzazioni sindacali che conferma l’impegno della confederazione nella difesa della contrattazione di qualità e che va nella direzione della trasparenza consentendo di distinguere con maggiore chiarezza tra contratti realmente rappresentativi e contrattazione marginale” o dice Confcommercio in una nota.
“Si tratta comunque di un punto di partenza – aggiunge – il dumping contrattuale resta infatti una criticità che penalizza lavoratori e imprese, con minori salari, meno tutele e concorrenza sleale. Per questo, Confcommercio ribadisce la necessità di completare il percorso con misure concrete: certificazione della rappresentatività, piena tracciabilità dei contratti, rafforzamento dei controlli e valorizzazione dei
contratti più tutelanti. Solo così si può contrastare il lavoro povero e sostenere la competitività delle imprese”.


























