Sono partite le procedure di licenziamento collettivo che coinvolgeranno oltre 2.500 lavoratori dell’indotto ex Ilva. L’Aigi, l’Associazione indotto AdI e General Industries, ha infatti trasmesso ai sindacati le lettere relative alla procedura, motivando la decisione con la scadenza fissata già a ottobre per la chiusura dell’area a caldo.
«Si tratta di un atto estremo e doloroso, al quale non avremmo mai voluto fare ricorso», scrive il presidente di Aigi Nicola Convertino, definendo la procedura «un atto dovuto e inevitabile», conseguenza di una scadenza arrivata, secondo l’associazione, senza una programmazione adeguata. «Siamo giunti a questo punto a causa della totale assenza di una ragionevole programmazione che avrebbe potuto mettere in sicurezza le nostre aziende», afferma.
Convertino contesta in particolare l’assenza di un percorso di riconversione già operativo. «Una delle più grandi acciaierie d’Europa rischia oggi di non morire sul campo di una grande battaglia industriale, bensì di spegnersi per consunzione», scrive, sottolineando che l’epilogo non arriva «nel contesto di un piano di riconversione già operativo, né con nuove fabbriche già edificate o con migliaia di lavoratori accompagnati verso nuove occupazioni», ma attraverso «un mero conto alla rovescia di novanta giorni».
Aigi, aggiunge il presidente, «non cerca un colpevole da esporre alla pubblica piazza», ma chiede alle istituzioni di assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie decisioni. «Abbiamo fallito tutti», scrive Convertino. Per l’associazione, l’ex Ilva rappresenta infatti «un’infrastruttura industriale strategica per l’Italia», essenziale per le filiere manifatturiere e per l’autonomia nazionale nella produzione di acciaio. Una transizione industriale di questa portata, conclude, «richiede anni», mentre oggi si rischia che «un intero sistema produttivo precipiti nel baratro nell’arco di poche settimane».
Durissimo il commento della Uilm. «Mentre il Governo pensa a fare passerelle e Urso a fare la conta delle presunte manifestazioni di interesse annunciando nuovi investitori, che lo smentiscono dopo poche ore, sulla terra martoriata di Taranto i lavoratori raccolgono i danni amari di 14 anni di vergogna nazionale e di campagne elettorali fatte sulla pelle delle persone», dichiara il segretario generale Davide Sperti. «Purtroppo questo è solo l’inizio».
Sperti ricorda quindi la richiesta presentata dai sindacati nell’incontro del 4 agosto per un piano straordinario «di carattere occupazionale, salariale e sociale» a tutela dei lavoratori diretti, di Ilva in amministrazione straordinaria e del sistema degli appalti, considerato il segmento «da sempre quello più esposto». Un intervento che, secondo la Uilm, deve necessariamente prevedere il coinvolgimento dello Stato.
«Durante l’appuntamento fissato a Palazzo Chigi per l’8 settembre vogliamo da questo governo le risposte proprio in merito a quel piano», conclude Sperti, contestando l’attesa di soluzioni affidate al mercato: «si continua ad attendere come se le soluzioni dovessero piovere dal mercato o da chissà dove».
Sulla stessa linea la Fiom, che parla di una situazione «sempre più drammatica» e attribuisce al governo la responsabilità di non aver saputo intervenire per tempo. Per Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia della Fiom-Cgil, e Francesco Brigati, segretario generale della Fiom-Cgil di Taranto e della Puglia, l’ex Ilva non si sta fermando soltanto per gli effetti del decreto della Corte d’Appello di Milano, ma anche per «l’incapacità del Governo di ascoltare e prendere decisioni nell’interesse del Paese». I sindacalisti ricordano che sono trascorsi quasi due anni dal commissariamento dell’azienda e chiedono che all’incontro dell’8 settembre a Palazzo Chigi non ci si limiti a una nuova informativa. «Vogliamo risposte operative», affermano, chiedendo al governo di assumere un ruolo diretto nel futuro della siderurgia italiana: non solo misure straordinarie per i lavoratori, ma anche un intervento pubblico per rilanciare il settore garantendo insieme «salute e una transizione ecologica e sociale».

























