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Home - Approfondimenti - Analisi - Fadda, una riforma urgente per stimolare la crescita

Fadda, una riforma urgente per stimolare la crescita

4 Gennaio 2012
in Analisi

Appare chiaro che sulla cosiddetta “fase due” delle misure per il superamento della crisi grava l’arduo compito di neutralizzare gli effetti delle misure adottate con la manovra cosiddetta “salva Italia” rispetto alla recessione.
Dalle misure della fase “fase uno” discendono infatti due effetti certi e uno incerto. Gli effetti certi sono l’aumento del livello dei prezzi e la diminuzione del reddito nazionale (una ulteriore spinta alla recessione di cui certo l’Italia non aveva bisogno). L’effetto incerto è quello della diminuzione del debito e del rapporto debito/Pil, effetto compromesso dalla diminuzione del Pil, dalla conseguente diminuzione del gettito fiscale e dall’aumento dell’onere per il servizio del debito. I “mercati finanziari” si permettono di esigere remunerazioni elevate per il “rischio Italia” soprattutto a causa della mancanza di crescita, e ora della già avviata recessione. D’altronde, nessuna leva per il superamento della cosiddetta “crisi del debito” è stata azionata sul piano delle ridefinizione delle funzioni delle banche commerciali e delle banche d’affari, nè sulla funzione di “lender of last resource” della Banca Centrale, (visto che quella “europea”, a differenza delle altre, finanzia le banche ma non finanzia gli Stati), né sul piano della regolamentazione dei mercati finanziari (negoziazioni OTC, vendite allo scoperto, hedge funds, CDS, etc).
Dunque ora è necessario intervenire per invertire il trend recessivo e stimolare la crescita. Dovrebbe esser chiaro che ciò non può consistere nel semplice girare uno o più interruttori, o nel liberalizzare le licenze per i taxisti e la vendita dei farmaci nei supermercati (forse sarebbe più importante rivedere l’operare della Commissione che controlla il prezzo dei farmaci!). Sono necessarie riforme che siano in grado di agire sui processi economici nel medio-lungo periodo. Uno dei campi dove tali riforme sono più urgenti è sicuramente, come già rullano i tamburi dei mass media e gli slogans del governo, quello del mercato del lavoro.
Bisogna tuttavia essere molto attenti per non commettere anche qui, come nella fase uno, degli errori tecnici (sarebbe paradossale che proprio un governo tecnico cadesse in errori tecnici; si potrebbe comprendere una disattenzione sul piano dell’equità – gli economisti si lacerano spesso sul “trade off” tra efficienza ed equità – ma gli errori tecnici sono inammissibili). La medicina, per usare la metafora privilegiata in questi giorni, può anche essere amara, anche amarissima, ma non deve essere sbagliata. Se il medico, o l’infermiere, sbaglia il flacone il problema non è certo il sapore del farmaco.
E’ quindi necessario individuare con chiarezza gli obiettivi cui le riforme del mercato del lavoro devono tendere per stimolare la crescita economica. Tali obiettivi vanno inquadrati in due direzioni fondamentali: quella della ristrutturazione della base produttiva e quella della crescita della produttività. La prima richiede il perseguimento di strategie di politiche industriali ed agrarie che promuovano lo sviluppo di nuovi settori e che affrontino in maniera organica il problema delle aree di crisi. La seconda richiede una radicale virata in materia di processi di innovazione in tutti i suoi aspetti, tecnologici, organizzativi, gestionali, di processo e di prodotto.
L’obiettivo dominante, comune a tutti gli interventi e a tutte le misure adottabili per superare la crisi, è quello della crescita della produttività, la quale solo in parte può considerarsi funzione dell’attività di “ricerca e sviluppo” e quindi degli investimenti di risorse finanziarie in essa profusi. All’origine dei processi innovativi vi è anche una serie di fattori che hanno a che fare con il livello di conoscenza diffusa nella società, con la rimozione degli ostacoli alla concorrenza nel mercato dei beni e dei servizi, con la qualità degli “skills” posseduti dalla forza lavoro, con l’intensità dei legami relazionali delle reti interattive di produttori e consumatori.
Non è possibile superare la presente crisi senza una integrazione tra le politiche di sviluppo e le politiche del lavoro attraverso un insieme di misure che, pur essendo classificabili e istituzionalmente imputabili ai diversi settori, devono essere organicamente collegate tra loro come elementi complementari di una strategia unitaria. Tale strategia deve articolarsi in quattro direzioni.
La prima, come si è detto, consiste nella ristrutturazione produttiva. Non è difficile vedere come questa richieda, unitamente alle politiche reali ad essa finalizzate, una serie di misure di politiche del lavoro dirette a garantire quella flessibilità capace di ridurre i costi di aggiustamento e quella formazione professionale necessaria per le nuove attività.
La seconda è quella, appunto, della crescita della produttività. Essa richiede, oltre ad una serie di misure finalizzate al sostegno dell’ innovazione, una appropriata politica del “capitale umano” in tutte le sue dimensioni e in tutte le sue forme di accumulazione e una appropriata politica dell’istruzione.
La terza direzione è quella della crescita della domanda interna. Al raggiungimento di questo obiettivo concorrono da un lato le politiche di sostegno agli investimenti, ma dall’altro lato una serie di politiche relative al mondo del lavoro finalizzate al riequilibrio delle quote distributive a favore dei redditi da lavoro e al sostegno dei redditi nei processi di mobilità attivati a garanzia della flessibilità necessaria per la riorganizzazione del sistema produttivo.
Infine, la quarta direzione è quella della stabilità monetaria. Questa deve essere garantita da un lato con misure di carattere macroeconomico e con appropriate azioni di contrasto alle restrizioni della concorrenza e di controllo delle tariffe pubbliche, ma dall’altro lato con un sistema di relazioni industriali efficiente e capace di garantire la compatibilità delle dinamiche salariali con la stabilità dei prezzi.
Considerando queste direzioni sotto il profilo delle politiche del lavoro è possibile individuare cinque obiettivi coi quali il disegno delle riforme strutturali del mercato del lavoro deve confrontarsi e ai quali deve mirare.

Il primo obiettivo è quello del riequilibrio delle quote distributive. Il rafforzamento delle rendite (non soltanto finanziarie), l’aumento della quota dei profitti e la contrazione della quota dei salari sul Pil indeboliscono la componente interna della domanda aggregata. Spesso si cerca una compensazione nella crescita della domanda estera invocando una ulteriore riduzione (o moderazione) salariale per far crescere la competitività; ma ciò ridurrebbe ancora la domanda interna, mentre la domanda estera non crescerebbe perché la competitività dipende essenzialmente dalla produttività. Il livello dei salari italiani è notoriamente a livelli inferiori a quelli dei paesi industrializzati. Pensare di ridurre il costo del lavoro per unità di prodotto attraverso una riduzione del costo del lavoro per unità di lavoro anziché mediante incrementi di produttività è illusorio. Su scala macroeconomica occorre abbandonare un modello fondato sulla compressione della quota dei salari e inserire invece la questione distributiva in un modello di politiche integrate che favoriscano la riduzione delle rendite, la crescita della domanda interna e la crescita della produttività. Sul piano microeconomico occorre evitare differenziali nei prezzi dei fattori (cheap labour) tali da favorire tecniche a maggior intensità di lavoro e scoraggiare gli investimenti per l’innovazione.
Il secondo obiettivo consiste nella realizzazione di un sistema di flessibilità autentica, dove con questo termine si intende una flessibilità e una mobilità del lavoro finalizzate alla riduzione dei “costi di aggiustamento” per far fronte alle fluttuazioni della domanda e alle esigenze di riorganizzazione o di ristrutturazione produttiva e non una flessibilità spuria, sostitutiva della crescita della produttività e finalizzata esclusivamente alla utilizzazione di “cheap”, e, spesso, “unskilled labour”. Occorre frenare la diffusione di quello che l’ILO chiama “vulnerable work” e sganciare la nozione di flessibilità da quella di precarietà. Ricondurre la diversificata gamma di flessibilità alla sua funzione specifica di sostegno alla riduzione dei costi di aggiustamento riducendo o cancellando gli elementi spuri e gli abusi in essa presenti richiede una profonda revisione istituzionale, e non è detto che la formula del cosiddetto “contratto unico” sia la soluzione migliore.
Il terzo obiettivo è strettamente legato al secondo e consiste nella predisposizione di un efficiente sistema di sostegno dei redditi che accompagni i processi di riallocazione della forza lavoro coinvolta nei processi di riorganizzazione e di ristrutturazione produttiva. E’ necessario che tale sistema non svolga soltanto la funzione di alleviare la carenza di reddito dei lavoratori e quella, importantissima, di stabilizzazione anticiclica della domanda; ma anche, e soprattutto, quella di favorire e supportare la ristrutturazione e l’innovazione del sistema produttivo garantendo da un lato che queste abbiano luogo e dall’altro che il sistema di ammortizzatori sociali ad esse connesso sia integrato con tutte le politiche di attivazione del lavoro (dall’orientamento al “matching”, dalla consulenza alla formazione) evitando di incidere negativamente sull’offerta di lavoro . Torna utile a questo proposito richiamare le varie esperienze di “flexicurity” dei paesi nordici, precisando però che esse non possono essere riprodotte tali e quali nel nostro contesto istituzionale, ma che appropriate formulazioni devono essere elaborate per rendere operanti quei principi in un contesto istituzionale diverso ma tuttavia anch’esso da innovare coerentemente. In particolare, ciò richiede una profonda revisione dell’intero sistema degli ammortizzatori sociali e dei Servizi per l’Impiego; ma val la pena esplorare anche l’ipotesi di una trasformazione più radicale mediante l’introduzione del cosiddetto “reddito di cittadinanza”, cui l’attuale ministra del lavoro sembra aver fatto una qualche apertura.
Il quarto obiettivo consiste nel trasformare l’attuale sistema formativo in un sistema capace di erogare la quantità e la qualità di formazione “appropriate”. L’Italia si trova ad avere contemporaneamente una bassa percentuale di addetti in possesso di titoli di studio elevati e un’alta percentuale di soggetti in possesso di titoli di studio elevati privi di occupazione. Ho già in varie sedi messo in evidenza il rischio di cadere nella “trappola della formazione”: se il sistema formativo si limita a fornire risposte alla corrente domanda di formazione proveniente dal sistema produttivo esso stabilizza una situazione di arretratezza laddove la frontiera tecnologica su cui opera il sistema richiede soltanto basse professionalità; al contrario, se il sistema formativo produce competenze professionali superiori a quelle che il sistema produttivo è in grado di assorbire si genera o un fenomeno di “brain drain” o una sottoutilizzazione delle professionalità costruite. Evitare questa trappola è possibile programmando congiuntamente politiche di formazione e politiche di innovazione tecnologica, organizzativa, gestionale che aumentino la capacità di assorbimento di professionalità elevate da parte delle imprese. La transizione tra scuola e lavoro va favorita con strumenti innovativi, il sistema di formazione professionale, che al giorno d’oggi vive spesso solo in funzione del mantenimento del personale impegnato nell’attività formativa, va radicalmente ristrutturato; l’estensione della “formazione permanente”, ossia l’inserimento di attività formativa lungo tutto l’arco della vita di lavoro nelle imprese, deve divenire un obiettivo fondamentale. Va infine ricordato che il fenomeno del “mismatch” non riguarda soltanto le figure professionali più elevate, ma anche i mestieri e le professioni di più bassa qualifica, che tuttavia richiedono oggi un buon possesso di conoscenze tecniche; è il caso, per esempio, di falegnami, elettrotecnici, sarti, fabbri, tessitori, installatori, attrezzisti di macchine utensili, pasticceri, e così via.
Il quinto obiettivo consiste nel rafforzamento di un sistema di partenariato socioeconomico effettivamente operante. Questa dimensione viene spesso sottovalutata, ma le nuove forme di “governance reticolare”, o interattiva, non possono ormai prescindere dal coinvolgimento e dalla partecipazione dei diversi soggetti economici e sociali, e a maggior ragione del sindacato, su scala nazionale come pure su scala locale, nella formazione delle decisioni di politica economica. I vecchi concetti di “dialogo sociale” e di “concertazione” vanno rivisitati alla luce della moderna teoria della “governance” e alla luce di un possibile nuovo “patto sociale”che impegni reciprocamente Governo, Imprenditori e Lavoratori in una serie di scelte condivise per lo sviluppo. In questa prospettiva vanno riconsiderati i problemi della partecipazione dei lavoratori, della loro rappresentanza, delle relazioni industriali.
Un disegno di profonde riforme strutturali del mercato del lavoro va quindi elaborato con urgenza, ed esso va valutato raffrontandolo con questi obiettivi, e soltanto se rivelerà coerenza e congruità con essi potrà essere ritenuto congruo. Provvedimenti inidonei a raggiungere questi obiettivi, o irrilevanti rispetto ad essi (come, per esempio, la ventilata abolizione dell’articolo 18), o addirittura in contrasto con essi, non sarebbero utili per superare la crisi e riattivare nel nostro sistema economico un processo di crescita della produttività e del reddito. Non bisogna permettere che adducendo esigenze di stimolo della crescita vengano acriticamente contrabbandati e accolti provvedimenti che, nulla avendo a che fare con questa, siano soltanto espressione di vecchie o nuove ideologie, appoggiati a pseudo argomentazioni di analisi economica tanto superficiali quanto spurie.
Su queste linee, d’altronde si muovono anche le raccomandazioni formulate nell’ambito della Europe 2020 Strategy, le quali non lasciano spazio ad alibi per riforme peggiorative del disastrato mercato del lavoro italiano. Nelle “Guidelines for the employment policies of Members States”, alla guideline 7 si dice testualmente: “Gli Stati membri devono integrare nelle loro politiche del mercato del lavoro i principi della flexicurity adottati dal Consiglio Europeo…. Gli Stati membri devono intensificare il dialogo sociale ed affrontare la segmentazione del mercato del lavoro con misure rivolte al lavoro temporaneo e precario, alla sottoccupazione e al lavoro irregolare. La mobilità professionale deve essere favorita. La qualità del lavoro e le condizioni dell’occupazione devono essere affrontate contrastando i bassi salari e garantendo la sicurezza sociale anche a coloro che lavorano con contratti a termine e ai lavoratori autonomi. I servizi per l’impiego devono essere rafforzati ed estesi a tutti..”
Le direzioni di movimento raccomandate dalla UE sono quindi chiare. Si tratta di rimuovere gli ostacoli che impediscono di percorrerle. 

di Sebastiano Fadda, professore ordinario di Economia Politica, Università Roma Tre

 

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