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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Fatto l’accordo, ora va disinnescato l’eventuale ‘inganno’

Fatto l’accordo, ora va disinnescato l’eventuale ‘inganno’

6 Luglio 2011
in L'Editoriale

L’accordo che Confindustria, Cgil, Cisl e Uil hanno firmato il 28 giugno rappresenta certamente un sostanziale passo verso un sistema di relazioni industriali più ordinato e funzionante, soprattutto in vista di una crescita della produttività, quindi della competitività del prodotto made in Italy. Ma i problemi nascono adesso. Fatta l’Italia, è necessario fare gli italiani.
Non preoccupa particolarmente l’opposizione che all’accordo si è manifestata nel direttivo della Cgil quando si è trattato di votare l’adesione all’accordo. E’ proprio questo il sale della democrazia, si discute su un argomento, poi si vota, chi ha la maggioranza ha ragione e tutti si adeguano. Ma sarà così anche nella Cgil e più in generale nel sindacato italiano e nel mondo della produzione? La risposta positiva non è altrettanto certa, tutt’altro.
Fa fede delle resistenze che si potrebbero verificare nel tessuto sindacale e che già si stanno verificando, l’appello che Sergio Cofferati e Fausto Bertinotti hanno lanciato contro l’accordo sulle pagine del Manifesto, affermando che si è aperta una falla nella democrazia italiana. Un appello che ha lasciato tutti stupiti: non per Bertinotti, alle cui uscite siamo tutti abituati, ma per Cofferati, che in quanto ex segretario generale della Cgil poteva usare un tono ben diverso quando voleva criticare gli atti decisi dalla grande maggioranza della confederazione che ha guidato così a lungo. Solo un esempio, questo, che rischia però di fare scuola considerando che il clima che si respira nella minoranza della Cgil è comunque denso di ostilità.
Gli occhi sono puntati naturalmente sulla Fiom, che non fa mistero della sua opposizione al documento. Per fortuna della Camusso, però, vale il disposto deciso dall’ultimo congresso della Cgil, per cui le decisioni della confederazione non sono oggetto di approvazione da parte delle categorie, queste possono solo adeguarsi. Una cosa però è non decidere se accettare o meno un’indicazione, altra adeguarsi nei comportamenti di tutti i giorni a quelle indicazioni. Si vedrà nel tempo se così avverrà o se invece la federazione dei metalmeccanici assumerà un comportamento negativo, bloccando, inceppando il funzionamento di questo accordo.
Fiom, ma non solo Fiom. Perché, per esempio, resta da capire perché la Fiat non decida di ritirare gli accordi per Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco, che sono oggetto del braccio di ferro giudiziario con la Fiom, rinegoziarli con il sindacato, e subito arrivare ad accordi nuovi, anche se identici a quelli già in essere, ma a differenza di questi ultimi, in linea con i dettati dell’accordo del 28 giugno. Una volta che questi nuovi contratti fossero ri-approvati dalla Rsu, cadrebbero tutti i problemi. Sembrerebbe facile, forse non lo è, ma qualcuno dovrebbe spiegare perché. A meno che non si cerchi comunque la sconfitta della Fiom, politica che però non porta mai lontano.
Per la salute dell’accordo resta anche da verificare il comportamento del governo. Il ministro Sacconi ha dichiarato che non promuoverà una legge per assicurare la validità erga omnes degli accordi, a meno che non gli venga richiesto. Ma da chi? E chi adesso avrebbe un utilità ad avanzare tale richiesta? Al momento non è chiaro, ma è evidente che, specie per le connessioni con i casi Fiat, la tentazione di una legge che appiani tutto c’è ed è forte. Ma una legge sarebbe un colpo duro contro l’accordo, rischierebbe di mettere in forse la sua stessa sopravivenza, ma forse c’è chi vede di buon occhio un esito siffatto.
Insomma, i pericoli sono tanti, i possibili trabocchetti altrettanti. Estote parati.

Massimo Mascini

redazione

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