Ibm, il maggiore produttore mondiale di computer, si preparerebbe a spostare all’ estero molte produzioni e migliaia di posti di lavoro, allo scopo di tagliare drasticamente i costi della manodopera. La produzione verrebbe delocalizzata dagli Stati Uniti in Paesi come l’ India e la Cina.
Lo hanno annunciato oggi alcuni sindacati statunitensi, facendo riferimento ad un intervento che sarebbe stato fatto da Tom Lynch, responsabile per l’ impiego globale di Ibm, nello scorso mese di marzo, nel corso di un incontro aziendale. A riferire dei contenuti del discorso di Lynch è stato il sindacato Communications Workers of Americas Alliance, che sta cercando di rappresentare gli interessi della totalità del personale di Ibm.
Rivali di Ibm come Oracle e Microsoft si sono del resto già orientati a spostare una parte dell’ attività in Paesi esteri dove il costo del lavoro è più basso. Il chief executive officer di Ibm, Sam Palmisano, lo scorso maggio ha visitato l’ India, dove il gruppo già conta su oltre cinquemila addetti (3.400 circa in Cina).
Il sindacato, facendo riferimento all’ intervento che sarebbe stato svolto da Lynch, ha precisato in una nota che il manager di Ibm “non ha citato un numero specifico di posti di lavoro che dovrà essere spostato, ma è stato chiaro su un punto, cioè sul fatto che si tratterà di un numero significativo, potenzialmente di alcune migliaia”.
Le prese di posizione del sindacato riguardo alle iniziative che starebbe progettando Ibm sono state riportate oggi dal New York Times, cui è stata consegnata una registrazione del discorso fatto da Lynch. Un dipendente di Ibm preoccupato per le conseguenze di questo piano l’ aveva fatta pervenire in precedenza alla Washington Alliance of Technology Workers (un sindacato di Seattle) e quest’ ultimo una volta venutone in possesso l’ ha trasmessa al giornale.
Ibm dà lavoro attualmente a circa 325mila persone in oltre 160 Paesi.
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