L’”Action Plan” per la crescita europea messo a punto dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti è l’elemento di spicco del primo Ecofin (il consiglio dei ministri economici e finanziari della Ue) della presidenza italiana.
Un piano già noto da tempo che ha suscitato interesse, ma anche qualche dubbio, e che è già stato menzionato solo indirettamente nelle conclusioni del Consiglio europeo a Salonicco lo scorso giugno.
Le prime polemiche riguardano la stessa paternità del progetto. La presidenza italiana dell’Unione Europea lo presenta in effetti come una propria iniziativa (si parla comunemente di ”Piano Tremonti” anche se questa espressione non figura nei documenti ufficiali della presidenza), mentre la Commissione insiste sul fatto che il piano si inserisce in quello proposto dallo stesso esecutivo europeo la scorsa primavera, sulla scia di una vecchia idea lanciata già anni fa dall’ex presidente della Commissione Jacques Delors.
Secondo fonti diplomatiche italiane, i piani sul tappeto – sia pure molto simili – sono due, appunto quello della Commissione e il ”Piano Tremonti”. Anche se ancora oggi Gherassimos Thomas, portavoce del commissario agli Affari Economici e Monetari Pedro Solbes, in conferenza stampa ha ribadito: ”Stiamo parlando della stessa cosa. Non ci sono due proposte, ma un documento unico su cui la commissione deve lavorare per arrivare ad un risultato conclusivo ad ottobre”.
Alla fine, comunque, se di due piani si tratta, essi convergeranno: secondo una bozza di conclusioni dell’Ecofin, il Consiglio, dopo aver citato espressamente ”il programma della presidenza italiana”, chiederà alla Commissione di valutare i fondi necessari e precise proposte per il rilancio dell’economia e dell’integrazione europea. L’ultima parola spetta comunque ai capi di Stato e di governo nei prossimi due Consigli europei sotto presidenza italiana, che si terranno rispettivamente in ottobre e in dicembre.
Unica, comunque, l’identità dell’obiettivo di fondo, ovvero quello di rilanciare l’economia nell’area Ue attraverso una serie di investimenti infrastrutturali pubblici e privati, veicolati anzitutto dalla Banca Europea degli Investimenti (Bei).
L’Italia parla di un totale di 35-70 miliardi di euro l’anno, da qui al 2010, ossia una percentuale di investimenti che dovrebbe oscillare tra lo 0,5 e l’1 per cento del Pil europeo.
La Bei, affermano sia l’Italia, sia la Commissione, gioca un ruolo di primo piano, tramite un aumento della capacità di erogazione dei prestiti a medio e lungo termine, ed interventi aggiuntivi rispetto a quelli attuali, Roma parla di una cifra di fino a 11 miliardi in più ogni anno per la sola Bei. La Commissione propone allo stesso modo, di aumentare gli investimenti infrastrutturali tramite le Trans-European Network (le grandi reti europee viarie, ferroviarie e marittime), sulla scia del Piano Delors del 1993, di dare maggior peso alla Bei, per un totale di finanziamenti che nell’idea della Commissione non dovrebbe superare i 50 miliardi di euro tra 2003 e 2010. Questo ”New Deal italiano”, un ”piano Keynesiano soft”, come lo ha definito di recente Tremonti, ha suscitato le critiche di Danimarca, Finlandia, Svezia e Germania che temono un fuoco di paglia e un modo per modificare ‘dalla porta di servizio’ il patto di stabilità dell’Unione Monetaria.
Consensi invece sono arrivati dal presidente del parlamento europeo, Pat Cox, che ne ha lodato l’impostazione, e da quello della presidente del Comitato affari economici e monetari dell’Europarlamento, Christa Randzio-Plath, che ne ha evidenziato le capacità di incrementare l’occupazione nell’Ue. Ma anche Madrid, per bocca del ministro dell’Economia, Rodrigo Rat, ha dato il proprio via libera: un appoggio che al tavolo dell’Ecofin potrebbe rivelarsi prezioso.
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