di Gianni Alioti, responsabile ufficio internazionale Fim Cisl
(Il report del congresso)
Un evento storico, destinato ad imprimere una nuova marcia al sindacalismo globale (almeno si spera), è stata la firma ufficiale il 2 luglio 2008 – durante il Congresso degli steelworkers nel Nevada – della fusione tra la USW di Canada e Stati Uniti e l’UNITE di Gran Bretagna e Irlanda. Non tanto per il numero di lavoratori e pensionati iscritti (3,2 milioni) nei settori privati dell’industria e dei servizi, ma perché Workers Uniting (Unendo i lavoratori) si configura come il primo sindacato organizzato su base transnazionale.
Pur con evidenti criticità ed incongruenze nel processo di fusione, al quale non partecipano altri sindacati industriali affiliati alle stesse confederazioni di riferimento, l’americana AFL-CIO (UAW e IAM) e le britanniche TUC (Community e GMB), è indubbio che il cammino intrapreso è il primo tentativo di superare i limiti propri della multilateralità che caratterizza il sindacalismo a livello internazionale, oltre ché europeo. Sia USW che UNITE negli ultimi dieci anni, per rispondere alla crisi del sindacalismo e al declino degli iscritti nei loro rispettivi paesi, hanno superato i loro tradizionali confini merceologici di settore (nel caso nordamericano) o di mestiere (nel caso anglosassone). Con Workers Uniting si superano adesso anche i confini geografici. Certo, questo processo di fusione, nasce da alcune affinità (culturali e linguistiche) e da un vissuto comune. Gli Usa e la Gran Bretagna sono i paesi industriali che più di altri hanno subito le conseguenze disastrose del neo-liberismo e della finanziarizzazione dell’economia. Sono i paesi dove si è perseguito, con più tenacia, l’obiettivo di demolire i sindacati e di affermare il “darwinismo sociale temperato da uno spirito caritatevole”.
Possiamo trarre dalla scelta compiuta con “Workers Uniting” qualche utile orientamento sull’evoluzione del sindacalismo nel mondo e spunto di discussione in Italia? Io penso di sì, se ci schiodiamo dalle consuetudini e dalla noia di un approccio sovente burocratico del sindacalismo europeo e da una visione italiana troppo sbilanciata (anche nella distribuzione delle risorse) sulla dimensione confederale (la rivincita storica del modello CGIL sul modello CISL).
Se escludiamo la lodevole (ma pur sempre verticistica) unificazione nella CSI delle principali correnti del sindacalismo internazionale indipendente e la fallimentare creazione delle “Global Unions” (sovrastruttura burocratica di collegamento a Bruxelles tra la CSI e le Federazioni internazionali di categoria), tutto ciò che si sta muovendo nei singoli paesi e nella dimensione mondiale, affinché il potere dei sindacati sia in grado di misurarsi con le sfide della globalizzazione e con lo strapotere delle Transnational Corporates (TNCs), ha come perno il modello “unionista”, che fonda la sua rappresentanza nei posti di lavoro.
Il salto logico ed organizzativo che dobbiamo compiere rispetto al passato è solo dimensionale: la scala con cui dobbiamo costruire reti sindacali di rappresentanza dei lavoratori deve articolarsi dal livello locale fino al livello globale. E’ una strada già intrapresa in molte TNCs, così come l’avvio di prime esperienze di contrattazione collettiva sovranazionale a livello d’impresa.
Il motore di tutto ciò non possono che essere le federazioni di categoria che, salvo mutazioni genetiche irreversibili, per noi cislini non dovrebbe costituire un problema. Ma ciò presuppone avere il coraggio di aprire una profonda discussione sul modello di sindacato prevalentemente confederale “egemone” in Italia, il quale non trova riscontri significativi nel resto del mondo.



























