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Home - Approfondimenti - La nota - Il ruolo cruciale del lavoro di cura nell’Italia che invecchia

Il ruolo cruciale del lavoro di cura nell’Italia che invecchia

di Elettra Raffaela Melucci
27 Febbraio 2025
in La nota
Agespi, sottoscritta ipotesi di accordo per rinnovo contratto

Più anziani, meno giovani, più solitudine. Una reazione a catena i cui effetti andranno inasprendosi sempre più all’avanzare dell’invecchiamento della popolazione, non solo italiana ma dell’intera Europa. È una problematica che si riverbera su tutti gli aspetti della vita sociale e produttiva e le ricette per contenere questo trend negativo (che attualmente sono più progettualità che prassi risolutiva) restituiranno benefici e risultati solo sul medio e lungo termine. Nel frattempo assistiamo a una situazione sotterranea e drammatica, in cui il lavoro domestico e di cura svolge un ruolo centrale: una mansione sempre meno attrattiva per i (più o meno) giovani italiani e relegata sostanzialmente alla manodopera straniera poiché considerata degradante e di basso livello. Ma sempre alla luce dell’invecchiamento della popolazione, è evidente che sarà una delle professioni più richieste dell’immediato futuro e andrebbe, pertanto, sistematizzato in una aggiornata cornice culturale e normativa.

I dati sono chiari. Secondo quanto emerge dallo studio “La fatica delle famiglie: una difficile articolazione della domanda di cura” realizzato dal Censis per Assindatcolf, l’Italia è caratterizzata da un elevato indice di solitudine pari a 34,4 persone sole ogni 100 famiglie, con grandi differenze a livello regionale: la Liguria registra il dato più alto (42,9%), seguita dalla Valle d`Aosta (41,2%), dal Piemonte e dal Lazio, con quasi 39 persone sole ogni 100 famiglie. Complessivamente sono 8,8 milioni gli individui che vivono soli e all’interno di questa categoria gli anziani con 60 anni e più rappresentano la quota più ampia: quasi 5 milioni, pari al 55,2%. L`incidenza regionale più elevata si registra in Umbria, dove il 60,5% delle persone sole ha più di 60 anni, seguono la Sicilia (59,7%), la Liguria (59,4%), la Calabria (58,7%), il Piemonte (57,6%). In Lombardia e Lazio sono rispettivamente il 53,1% e il 52,9%.

Quanto ai lavori di cura per i non autosufficienti, in Italia si contano 8,5 badanti ogni 100 persone sole che hanno 60 anni e più, anche qui con variazioni significative a livello regionale: la Sardegna registra il dato più alto (24,5%), seguita da Toscana (13,5%), Marche (13,4%), Friuli-Venezia Giulia (12,7%), ed Emilia-Romagna e Umbria (11,9%). In Lombardia il numero è di poco superiore alla media nazionale (8,7%), mentre nel Lazio il dato è inferiore (7,0%). Fanalino di coda sono, però, le regioni del Mezzogiorno come Sicilia, Calabria e Basilicata con circa 3 badanti ogni 100 persone sole anziane – zone che pagano un generale spopolamento di popolazione attiva a causa della sostanziale mancanza di lavoro, nonché di mancanza di servizi e infrastrutture.

Vivere da soli non implica necessariamente una condizione di disagio, ma comporta una serie di difficoltà che possono accentuarsi invecchiando. Secondo l`indagine realizzata dal Censis su un campione di più di 2.300 famiglie datrici di lavoro domestico, quello che viene ritenuto il problema maggiore è la mancanza di assistenza immediata in caso di emergenza (50,5%), che sale al 52,2% tra gli over 75. Segue la gestione delle attività domestiche e la preparazione dei pasti (38,2%). La solitudine e l`assenza di relazioni di supporto preoccupano il 31,6% delle persone. Questo dato è più alto tra gli under 50 (45,1%) rispetto agli over 75 (22,0%). Le difficoltà nella gestione delle pratiche burocratiche digitali vengono indicate dal 31,2%, mentre l`accesso all`assistenza privata dal 20,6%, con percentuali più alte tra i giovani (23,8%) rispetto agli over 75 (14,4%).

Al contrario, l`accesso ai servizi sanitari diventa più preoccupante con l’avanzare dell’età: dal 7,9% degli under 50, arriva al 18,0% tra gli over 75. Oltre all`aiuto di lavoratori domestici, le persone che vivono sole adottano strategie diverse per affrontare i bisogni quotidiani, ma il supporto di familiari e amici rappresenta la soluzione più diffusa, scelta dal 43,9%, con un picco che arriva al 57,6% nelle persone over 75.

Un ruolo centrale nel lavoro di assistenza è, infatti, tradizionalmente svolto dai familiari. Il 64,3% di chi ha una persona non autosufficiente all`interno della propria famiglia dichiara di esserne il caregiver. Le principali mansioni svolte con regolarità riguardano soprattutto la gestione delle pratiche amministrative, con il 90,7% che dichiara di occuparsene sempre. A seguire l`accompagnamento a visite mediche o terapie (75,3%), il supporto emotivo e la presenza continua durante il giorno o la notte (30,6%) e l`assistenza diretta nella somministrazione dei pasti o nell`igiene personale (20,5%).

Quanto all`impatto che il lavoro di cura può generare sul benessere della famiglia, la maggior parte degli intervistati concorda sul fatto che essere caregiver limiti il tempo disponibile per il lavoro o per altre attività personali (89,2%). Ed è qui che sorge un’altra annosa questione: la divisione dei lavori di cura, che penalizza molto più le donne (93,4%) rispetto agli uomini (82,9%). Anche lo stress psicologico è riconosciuto dalla grande maggioranza degli intervistati (88,3%), e riguarda il 91,1% delle donne e l`84,7% degli uomini.

Nonostante le opinioni favorevoli rispetto all`eventuale condivisione degli spazi, come i modelli di co-housing e co-living quale risposta ai bisogni delle famiglie (il 78,0% ritiene che possa ridurre i costi di assistenza e supporto, l`83,5% che favoriscano l`inclusione contrastando la solitudine), per il 75,4% del campione la mancanza di fiducia o privacy rende difficilmente adottabili queste soluzioni, o anche la scarsa conoscenza (il 36,8%), tanto che il 35,9% delle persone preferisce affidarsi a soluzioni private, come il ricorso alle badanti o a servizi retribuiti.

A questo proposito, la composizione della forza lavoro di cura è emblematica: quasi il 70% che non ha la cittadinanza italiana, dato che aumenta al 72,7% nel caso delle badanti. Si tratta di quasi 622 mila lavoratori, di cui il 50,2% si occupano di assistenza alle persone (dati Osservatorio DOMINA 2022). E in un quadro di generale penalizzazione dei lavoratori stranieri, le donne immigrate che lavorano sono meno degli immigrati uomini, concentrate nelle occupazioni più umili – come, appunto, il lavoro di cura – e remunerate nettamente di meno. I dati di questa disparità sono emersi dal seminario “Immigrate e lavoro” organizzato dal consiglio nazionale degli attuari in collaborazione con Noi Rete Donne.

Il 42,5% dei cittadini stranieri presenti nelle banche dati Inps, quindi cittadini stranieri regolari, sono donne. Come ha sottolineato Valeria Vittimberga, direttore generale dell’Inps, il gender gap retributivo tra lavoratrici e lavoratori stranieri rappresenta un dato di “deflagrante disuguaglianza”: nel 2023 la retribuzione media annua di un lavoratore straniero, secondo i dati del coordinamento attuari Inps , è stata infatti di 18.411 euro lordi, mentre quella di una lavoratrice straniera soltanto di 12.788 euro, il 30,5% in meno.

Gli stranieri vengono convogliati in massa e relegati verso il cosiddetto mercato secondario del lavoro, quello di tutte quelle professioni che gli italiani non vogliono più svolgere (cosiddetti delle 3 “d” – dirty, dangerous e demeaning). Anche nel tipo di occupazione le straniere sono penalizzate: se il 50% della manodopera straniera maschile si concentra nelle prime 19 professioni più battute, per assorbire il 50% delle straniere ne bastano quattro: lavoratrice domestica, badante, addetta alle pulizie e cameriera.

La sintesi è breve e lapalissiana: abbiamo bisogno di stranieri per colmare almeno un po’ la denatalità (anche se il tasso di fertilità delle donne straniere, secondo i dati Istat, è passato dal 2,53 del 2008 a 1,79 del 2023, mentre per le italiane si va dal 1,33 al 1,14), ma anche per far fronte a un bisogno sempre più stringente di addetti ai lavori di cura – che, si sottolinea, non sono di basso livello, ma anzi necessitano di formazione e specializzazione crescenti che ne farebbero aumentare il valore aggiunto per l’innesco di un circolo virtuoso a beneficio dell’intera cittadinanza. Tornare a rendere attrattive questo tipo di mansioni è un passaggio cruciale, anche per le cittadine e soprattutto i cittadini italiani di prima generazione: la non autosufficienza non può essere relegata solo al welfare familiare, non certo quasi esclusivamente sulla componente femminile della popolazione. È, si ripete, una questione di attitudine culturale, soprattutto nel momento in cui l’occupazione femminile fa registrare solo deboli segnali di per via di maternità e caregiving.

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

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Giornalista de Il diario del lavoro

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