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Home - Approfondimenti - Analisi - In ricordo di Andrea Stuppini, “l’intellettuale mite”

In ricordo di Andrea Stuppini, “l’intellettuale mite”

di Gianfranco Parenti
29 Gennaio 2021
in Analisi

Pubblichiamo il testo introduttivo del dibattito che si è svolto il 27 scorso a Bologna, primo anniversario della scomparsa di Andrea Stuppini, sindacalista e studioso.

 

A distanza di tanto tempo non riesco a pensare  agli  anni che ho vissuto in Cgil separati da quelli di Andrea. Sono due storie che si sono intrecciate  anche nei momenti in cui siamo stati più distanti per gli  incarichi e per le  responsabilità che ci sono toccate. Per quasi una ventina di anni, quelli fino ai quaranta di età, forse i più belli, il nostro riferimento è stato  quel palazzone di via Marconi  in vago stile umbertino, che è a fianco a quello della Camera del Lavoro più conosciuto dai bolognesi e  dall’inconfondibile stile littorio.

Nel ‘77 e nel ‘78 al primo piano c’era ancora il COU (centro operativo unitario di cgil cisl uil). La tensione unitaria si era affievolita ma non si era ancora esaurita. Al primo piano si facevano le riunioni con le rappresentanze degli studenti per discutere dei problemi della disoccupazione giovanile e, inevitabilmente, si finiva per parlare della frattura traumatica tra il movimento ribelle del ’77 e la città, della violenza e del terrorismo che tu avevi ben compreso, meglio di me, nei suoi pericoli e nella tragedia che avrebbe coinvolto una parte della nostra generazione.

Un anno prima, nel ’76, e sembrava davvero un altro mondo, eravamo  entrati  per la prima volta in una sede sindacale. Mi ci avevi portato tu. Era al terzo piano di quel palazzo. Lì c’era la mitica FLM (federazione lavoratori metalmeccanici). Mi avevi dato una prova di amicizia di cui ti sono stato sempre riconoscente. Roberto Alvisi ti aveva chiesto di aiutare l’ufficio sindacale a sistemare le rassegne stampa. Roberto lo avevamo incontrato nelle prime riunioni in federazione. Noi avevamo vent’anni e una  persona, un compagno come Roberto  era per noi l’espressione migliore di quel mondo socialista e di sinistra che avevamo iniziato a frequentare. Un’impressione  confermata in tutti questi quarant’anni sia sul piano politico ma ancor più su quello umano. Si trattava di ordinare gli articoli per argomento (politica economica, contrattazione, riforme e varie ed eventuali). Tu mi dicesti che se volevo potevo venire anch’io in FLM perchè l’altro studente ,con cui facevi quel lavoro,doveva laurearsi e se ne era andato. Mi dicesti anche che si poteva rimediare qualche lira . E io ti risposi che sarei venuto gratis . Anzi che avrei pagato io per il disturbo. In definitiva si trattava di fare delle fotocopie ma poter stare a quel piano, con quei sindacalisti , in quelle stanze, era come partecipare in prima fila agli accadimenti cruciali per il cambiamento in meglio del mondo. Noi venimmo reclutati direttamente dall’Università. Ancora si sentivano dopo tanti anni  gli effetti del massacro della  componente socialista della cgil originata dalla scissione del Psiup e i giovani aspiranti quadri, di conseguenza, si cercavano tra gli studenti dell’Università perchè nelle aziende si faceva fatica a trovarne.

E per noi era la scelta della vita che volevamo. Il sindacato per noi era la stella polare del cambiamento possibile della società. Là dove non poteva arrivare la politica poteva provarci il sindacato. Sindacato unitario, riformista e democratico. Insieme istituzione fondamentale della  costituzione materiale del paese, strumento di partecipazione democratica e soggetto autonomo per politiche innovative. Sono cose che avevamo ben chiare e che ci hanno accompagnato in tutti quegli anni. Quando si ha la fortuna di vivere stagioni come quelle anche il ricordare provoca meno sofferenza e gli anni che sono passati diventano meno pesanti. Siamo stati fortunati. Anche se lo sono stati  di più i nostri maestri, Roberto Alvisi e Giuliano Cazzola che si sono goduti il primo tempo del film degli anni ’70. Il secondo tempo è stato avvincente ma un po’ più problematico.

Iniziammo a fare sul serio. Io alla Fiom e tu al sindacato dei chimici. Io cominciai  alla fine del ’79. Interruppi gli studi e un mese dopo la vicenda Fiat ero in zona sindacale. Tu  Andrea, invece,  iniziasti  un po’ dopo. Ti eri laureato  ed  entrasti in Cgil dalla porta dell’Ires, l’ufficio studi che allora era diretto da Bruno Trentin e Guliano Amato. Un paio di anni prima era uscito un libriccino scritto proprio da Trentin, Amato e Michele Magno: Il piano di impresa. Non era il piano Meidner  per l’Italia. Più realisticamente  il tentativo di introdurre  una sorta di cogestione soft senza chiamarla così naturalmente.

Ne seguì un dibattito duro all’interno del gruppo dirigente. La cogestione era una parolaccia alla quale non si poteva alludere nemmeno indirettamente.Tutto doveva passare per la contrattazione. Quel piano lì era un piccolo libro dei sogni si diceva. Era solo  l’antipasto  di una discussione che si sarebbe ripetuta più volte nella Cgil e non solo. Cominciammo a fare  sul serio dicevo: tu nei chimici, io alla Fiom. I chimici:  la categoria dei senza tabù. Si era già liberata da tempo dal complesso di Edipo della scala mobile automatica e  pensava alla programmazione del tasso di inflazione per difendere i salari. Altra mossa eretica. Ci si incontrava alle riunioni più importanti. Tu andavi alla Bormioli a Parma e alla Montedison di Ferrara. Io alla Ducati di Borgo Panigale e alla Lamborghini di S.Agata. Tu avevi chiaro che c’era un compito di direzione culturale da imprimere nel grande corpaccione della Cgil. Che bisognava uscire dall’arroccamento e misurarsi con i cambiamenti profondi del mondo del lavoro. Io queste cose le vivevo più da vicino nei tavoli di trattativa aziendale alle prese con i processi di ristrutturazione, le casse integrazioni ma anche imparando dal vivo che cosa stava succedendo nelle imprese di così nuovo e inedito con l’introduzione dell’informatica e delle macchine utensili a controllo numerico. Te ne parlavo e tu non avevi smesso di fare una cosa che ti è sempre riuscita molto bene nella vita. Quello di scrivere. E di approfondire le riflessioni. Non per uno sforzo accademico astratto. Ma per un utile dibattito nel merito delle cose. Ho trovato un tuo libro per le edizioni Ediesse dove parte di queste riflessioni sul lavoro che cambiava negli anni ’80 le avevi ragionate ed esposte.

La prefazione era  di Ottaviano del Turco. Eccone  alcune righe: “nelle pagine di Andrea è netto lo sforzo di cogliere l’evoluzione positiva dell’azione e della cultura del sindacato. Andrea non nasconde i ritardi, non si sottrae alla necessaria polemica politica, nè si esime di denunciare le posizioni conservatrici ma, pur tuttavia, sa vedere gli aspetti positivi che cercano spazio nelle tante esperienze di contrattazione e contribuiscono a tracciare un cammino in avanti per la Cgil. “Sono stati anni  terribili ma anche straordinari e belli per chi li ha vissuti da dentro: dalla rottura dell’84 fino all’accordo con il governo Ciampi del 1993. A metà degli anni ’80 entrasti  in segreteria regionale della Cgil, secondo piano di quel palazzo di via Marconi e io in quello della Camera del Lavoro, in segreteria provinciale. I momenti più duri del confronto e dello scontro dialettico nel nostro sindacato li abbiamo vissuti insieme, ragionati insieme e abbiamo cercato di “reggere la baracca” convinti che l’autonomia e l’unità del sindacato fossero il bene più prezioso: “ricordati, mi dicevi, che il numero degli iscritti alla Cgil è dieci volte il numero sommato degli iscritti al pci e al psi  e che loro, cioè i lavoratori, non ragionano per schemi ideologici o precostituiti. Sai qual’è la cosa più  importante per i nostri iscritti? Che la vita dei loro figli sia migliore di quella che gli è toccata in sorte”.

Anche nei momenti più duri non abbiamo mai perso il rispetto di chi non era d’accordo con noi ed era in maggioranza. E non abbiamo mai pensato alla scorciatoia di un sindacato democratico contro uno di classe. Sul piano sindacale la  Francia era l’esempio da non seguire e la Germania quello da cui imparare. E questo Andrea l’ha sempre avuto chiaro. Anche ad un livello pre-politico se volete. Ho ancora netto il ricordo di una riunione del direttivo nazionale della Cgil in Corso Italia. Ci si stava avviando all’accordo con il governo Ciampi. L’ultimo grande accordo confederale che ricomponeva fratture e divisioni che avevano pesato per buona parte degli anni anni precedenti  e che erano culminate l’anno prima con le dimissioni poi rientrate di Trentin. Bertinotti era rimasto isolato. La discussione era stata aspra e dura verso la sua posizione. Per noi socialisti voleva dire che era prevalsa la linea per quale avevamo tanto insistito e battagliato. Ma ad Andrea vedere alla fine della riunione Bertinotti solo, in fondo alla sala ,mentre tutti se ne uscivano aveva fatto un po’ di tenerezza. Nessuno che lo salutasse o che ne  incrociasse lo sguardo. Quello in minoranza e isolato questa volta  era lui. Andrea si alzò dalla sedia  e fu l’unico ad avvicinarlo. Gli strinse la mano. Non eravamo per nulla d’accordo ma l’aspetto umano in una comunità di esseri umani per Andrea non era derogabile. E questa è una lezione che dovremmo ricordare tutti.

Nell’ultimo numero di Mondoperaio, quello dedicato alla scissione di Livorno, Giuliano Cazzola ragionando sul sindacato e la politica ha scritto “a distanza di tanti anni non possiamo non osservare come nel firmamento della società siano  esplose le stelle fisse (i grandi partiti guida) mentre sono sopravvissuti i pianeti (le organizzazioni sindacali)”. Naturalmente, dice Giuliano, sopravvivere è diverso che vivere. Ma il fatto che i pianeti del sindacato ancora siano lì non è cosa da poco. E penso che il nostro granellino di sabbia nella parte giusta della bilancia l’abbiamo portato per fare in modo che le cose un domani possano andare meglio di oggi. E tu sicuramente, Andrea, ne hai portati molti più di me. Non abbiamo sfigurato Andrea. E di questo devi andare orgoglioso.

Gianfranco Parenti

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