Presso la storica sede di corso Trieste a Roma, mercoledi 4 marzo la Fiom-Cgil ha presentato una ricerca su Stato e tendenze dell’industria metalmeccanica italiana. Una grande realtà industriale, questa, la cui condizione problematica è anche più profonda e più diffusa di quanto appaia dalle cronache relative ai suoi casi più noti. Casi che sono poi quelli di cui si parla più spesso, dalla storia infinita dell’Ilva, oggi AdI, per ciò che riguarda l’acciaio, al sempre più discusso caso Stellantis, per ciò che riguarda il settore dell’auto.
Matteo Gaddi, responsabile del Centro Studi nazionale della Fiom, ha esordito entrando subito in argomento e affermando che la nostra industria metalmeccanica deve confrontarsi con quattro “fattori di debolezza”.
Il primo di questi fattori è quello rappresentato dalle ridotte dimensioni medie delle imprese. “Piccolo non è bello”, ha affermato, a questo proposito, Michele De Palma, Segretario generale della Fiom, presente all’incontro con la stampa. Mentre Matteo Gaddi ha ricordato che “mediamente, nell’Unione Europea, un’impresa metalmeccanica conta 43,75 addetti, a fronte dei 29,88 dell’Italia”. Un divario, questo, che diventa più ampio se l’Italia viene messa a confronto non più con la media europea, ma con il solo Paese europeo la cui industria manifatturiera è complessivamente più grande della nostra, ovvero con la Germania. Si vedrà allora che in Germania, nel settore metallurgico, il 50,8% delle imprese è costituito da micro-aziende, quelle che non hanno più di 9 addetti, mentre in Italia tale raggruppamento di imprese sale al 63,8%.
Restando in Germania, e nel medesimo settore, Gaddi ha poi sottolineato che le “grandi imprese”, ovvero quelle “oltre i 250 addetti”, costituiscono “quasi il 9%” del totale, mentre in Italia, sempre nel settore metallurgico, “questa taglia dimensionale è di poco superiore al 2%”. Aggiungendo che “un simile divario dimensionale” tra imprese tedesche e italiane “si riscontra anche nei settori delle apparecchiature elettriche, delle componenti elettroniche e della componentistica veicoli”, e che, ancora rispetto all’Italia, “la Germania (…) vanta la percentuale più bassa di micro-imprese e quella più alta di grandi imprese”.
Dopo aver chiarito, con alcuni esempi, cosa si debba intendere quando si parla del divario esistente fra Italia e altri Paesi europei per ciò che riguarda le dimensioni medie delle imprese industriali, veniamo al secondo e al terzo di quelli che Gaddi ha definito come fattori di debolezza dell’industria metalmeccanica del nostro Paese. Stiamo parlando dell’incompletezza delle filiere industriali e della forte dipendenza dall’estero di tali filiere. E qui osserviamo che ci pare abbastanza ovvio che, se una filiera è incompleta, finirà necessariamente per dipendere da Paesi terzi per poter completare il percorso che va dalla progettazione alla vendita di alcuni dei suoi prodotti.
Gaddi ha fatto l’esempio specifico dei semiconduttori. L’italia, ha ricordato, “è un grande produttore di semiconduttori”, ma questi ultimi, in molti casi, non vengono ultimati dalle imprese presenti nel nostro Paese come prodotti finiti. In pratica, “prevalentemente”, questi microchip “vengono realizzati soltanto per la fase di front-end, mentre il loro assemblaggio finale (back-end)” viene realizzato in altri Paesi, tra i quali Singapore, Malesia, Filippine, “verso i quali esportiamo il semiconduttore non ancora completo”. E si tenga presente che questo fenomeno coinvolge quasi due terzi dei semiconduttori la cui produzione viene iniziata in Italia. Accade così che, poi, quasi la metà di tali semiconduttori vengano re-importati da noi come prodotto finito.
E veniamo adesso al quarto dei fattori di debolezza inizialmente citati da Gaddi. Quello che, a parer nostro, è forse il più strutturale e, quindi, anche il più grave di tutti. Stiamo parlando dei bassi investimenti delle nostre imprese industriali.
“Gli investimenti delle imprese manifatturiere in rapporto al Pil – spiega l’indagine Fiom – sono scesi.” Infatti, “nonostante una leggera ripresa negli ultimi anni, trainata dal Pnrr e da incentivi pubblici, siamo ancora oltre 6,1 punti al di sotto del livello del 2000.”
“Si tratta – spiega ancora l’indagine – degli investimenti delle imprese manifatturiere italiane in macchinari e impianti in rapporto al Pil (Prodotto interno lordo)” del nostro Paese. Il che significa che ci troviamo di fronte a un calo “particolarmente preoccupante perché è avvenuto nonostante il Pnrr e incentivi pubblici” quali Industria 4.0.
Inoltre, anche da un confronto internazionale, l’Italia non esce bene. Infatti, se si prende in considerazione il periodo 2006-2023, “emerge come l’Italia sia ultima con un rapporto tra investimenti e valore della produzione pari al 2,65%”. Rapporto evidentemente inferiore, tanto per fare qualche esempio, sia a quello del Giappone (2,79%) che a quello della Germania (2,91%), ma ancor più, rispetto a quelli di Paesi quali Polonia (3,75%), Turchia (4,16%) e Corea del Sud (4,31%).
Dai fattori di debolezza fin qui illustrati, passiamo adesso ad alcune delle conseguenze di questo stato di cose.
Nell’indagine Fiom, al primo posto ci sono quelle, prevedibilmente negative, che riguardano l’occupazione.
“Per quanto riguarda l’andamento dell’occupazione – è scritto nel testo diffuso ieri alla stampa -, tra il 2008 e il 2024” non c’è stata una crescita, ma “un calo.” Infatti, in questo periodo “sono stati persi 103.775 posti di lavoro”, passando “da 2.088.424 addetti nel 2008 a 1.984.649 nel 2024”.
Ma non basta. Infatti, sempre secondo l’indagine Fiom, “la perdita occupazionale sarebbe stata maggiore se non ci fosse stato un ampio ricorso agli ammortizzatori sociali”. Non per caso, “l’utilizzo degli ammortizzatori sociali è aumentato”. Confrontando il 2024 col 2025, “emerge che le ore di Cassa integrazione autorizzate passano da 260.382.235 a 308.858.366”, con una crescita di quasi 50 milioni (48.476.131) di ore in più di Cassa integrazione. Ebbene, per la Fiom, le ore di Cassa integrazione “autorizzate nel 2025 corrispondono a più di 148mila posti di lavoro”.
Altra grave conseguenza dei fattori di debolezza sopra richiamati: “l’Italia sta perdendo sovranità industriale”. Limitandosi al periodo in cui fin qui è stato in carica il Governo Meloni, ovvero tra il novembre del 2022 e il gennaio del 2026, si vedrà che le acquisizioni dall’estero di imprese metalmeccaniche italiane “sono state 255 di maggioranza e 60 di minoranza”. In particolare, tra le imprese acquisite dall’estero “è in via di completamento l’operazione relativa a Iveco in favore dell’indiana Tata Motors, mentre è stata completata l’acquisizione di Piaggio Aero da parte dell’azienda turca Baykar Makina”.
Per quanto riguarda poi i settori più importanti della nostra industria metalmeccanica, l’indagine Fiom si sofferma, in particolare, su acciaio e automotive.
Per quanto riguarda l’acciaio, l’indagine sottolinea che, tra il 2011 e il 2024, la produzione domestica è calata di “9,18 milioni di tonnellate”. Un calo, questo, pari a un -33,97%. Nello stesso periodo, ovviamente, sono invece cresciute le importazioni: 0,238 milioni di tonnellate, pari a un + 1,44%.
Questo “drastico calo della produzione domestica di acciaio – scrive ancora la Fiom – ha comportato una maggiore dipendenza dall’estero di tutte le filiere produttive italiane”. In tali filiere, attualmente, “il peso percentuale dell’acciaio estero diretto e indiretto utilizzato è pari al 49,37%”.
Quanto all’automotive, secondo la Fiom questo “è il settore che sta pagando di più gli effetti della crisi” industriale attualmente in corso. Infatti, “se nei primi 9 mesi del 2000 la produzione di auto si attestava a 1.077.995 unità, nel 2025 siamo a 179.737 unità, con un crollo del -83,3% nella produzione nazionale”.
“Per salvare il made in Italy – ha concluso De Palma – non basta cambiare il nome del Ministero delle Attività produttive in quello di Ministero del Made in Italy”. Aggiungendo che la Fiom manderà questa sua indagine al Governo. Anche quale stimolo alla convocazione di un tavolo ad hoc in cui sia finalmente possibile avviare un esame e un dibattito sulle misure politiche necessarie per un grande Paese industriale che, a quanto pare, e come mostra anche la ricerca di cui stiamo parlando, sta perdendo non solo produzione e occupazione, ma anche sovranità industriale.
@Fernando_Liuzzi


























