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Home - Approfondimenti - Analisi - Ma quanto è difficile far pagare le tasse ai ricchi? Tutte le incognite che minacciano la rivoluzione fiscale di Joe Biden

Ma quanto è difficile far pagare le tasse ai ricchi? Tutte le incognite che minacciano la rivoluzione fiscale di Joe Biden

di Nunzia Penelope
30 Aprile 2021
in Analisi
Con il sorpasso in Pennsylvania e Georgia Biden verso la presidenza, ma Trump non ci sta

La nuova politica economica annunciata da Joe Biden, basata su un modello di welfare europeo, a sua volta finanziato dall’aumento delle tasse ai ”ricchi”, è stata accolta con entusiasmo, e forse perfino invidia, da questa parte dell’oceano.  Ma nelle parole di Biden non c’è nulla di nuovo: la polemica sulla tassazione di ricchi vs poveri, negli Usa, è materia antica che riemerge nel corso di tutte le amministrazioni, rosse o blu che siano. La differenza sta nel riuscire poi a realizzare, concretamente, un riequilibrio. Il peso fiscale americano è già oggi piuttosto esoso, anche se, va detto, non quanto quello italiano. Il contribuente dell’Irs (Internal Revenue Service, il fisco americano) ha diritto a una serie di sgravi e detrazioni che qui ce li sogniamo, e a un sistema fiscale tanto semplice quanto inflessibile nel caso di sgarri. Le manette agli evasori, negli Stati Uniti, sono una realtà molto diffusa. E questo vale per i poveri come per i ricchi, intesi come individui. Non vale però per le società, le grandi multinazionali, soprattutto del web, ma non solo. Per capire di cosa stiamo parlando occorre fare un passo indietro e tornare a uno dei momenti clou della “guerra fiscale” americana:  il 21 maggio del 2013,  data in cui il Congresso convoca, nell’ambito della commissione permanente di inchiesta sul fisco, i vertici della Apple. Il ”processo del secolo”, anche dal punto di vista mediatico.

La commissione era presieduta all’epoca da Carl Levin, senatore del Michigan: uno che si è fatto da sé, passando dalla scuola pubblica di Detroit alla laurea in legge ad Harvard, dal mestiere di tassista a quello di senatore del partito democratico. All’epoca quasi ottantenne, Levin crede nella giustizia sociale ed è, probabilmente, anche quanto più “di sinistra” si possa trovare negli Usa. Accanto a lui come vice presidente della commissione siede John McCain, cioè esattamente l’opposto: miliardario di nascita e di vocazione, repubblicano, nemico delle tasse sui ricchi patrimoni. Ma entrambi – l’uomo del popolo e quello dell’elite – in quell’anno erano fermamente intenzionati a processare l’orgoglio del capitalismo americano, vale a dire la Apple, rea di sottrarre al fisco qualcosa come un milione  di dollari l’ora, 24 miloni al giorno; di aver accumulato 150 miliardi in paradisi fiscali; e di pagare le tasse in base a una personalissima aliquota da prefisso telefonico: 0,005%. Per questo il Congresso aveva deciso di chiamare i vertici aziendali, Tim Cook in testa, a risponderne pubblicamente davanti al popolo americano.

“Apple ha cercato il Santo Graal dell’evasione”, era stato l’esordio di Levin tra gli applausi del congresso. E l’aveva anche trovato, il suo Graal: proprio nelle maglie della legislazione fiscale statunitense,  che considera non tassabili gli utili realizzati in altri paesi finchè non vengono riportati in Usa. Una volta varcato il confine patrio, al fisco spetterà una fetta del 35%. Ma prima di quel momento, zero. Risultato: gli utili della Apple, per circa 150 miliardi cash, da anni sono parcheggiati all’estero, in vari paradisi fiscali.  Ai senatori che chiedono se potrà mai farli rientrare, Cook risponde cosi’:  “Lo faremo quando qui ci sarà un ambiente fiscale più conveniente. Tutto quello che facciamo, del resto, è perfettamente lecito, previsto dalle norme fiscali che questo stesso Congresso ha approvato”.

Apple non era stata la prima a passare sotto le forche caudine del Congresso. Nei mesi precedenti erano stati torchiati altri colossi, dalla Microsoft alla Hewlett Packard, alla Caterpillar, da Amazon a Google, da Starbucks alla General Electric,  eccetera. L’elenco include l’intero Gotha del nuovo e vecchio capitalismo americano. Tutti accusati dello stesso ”reato” che tale non è, consentendo la legge quella specie di gioco delle tre carte che consente di mescolare le tassazioni di vari paesi per non pagare in nessuno. Ma non è tutto. Un’altra scappatoia legale, in vigore negli Usa, consente alle grandi compagnie di considerare come spese detraibili dai profitti le stock option distribuite ai manager. In pratica, più ti pago, meno pago di tasse. A chi è andata peggio è toccato così un prelievo del 10% invece del 35% previsto dalla legge fiscale. A chi è andata meglio appena il 3%. Di trucco in trucco, è finita che se nella prima metà degli anni Cinquanta le imposte delle grandi imprese rappresentavano il 30% della raccolta complessiva delle casse federali, oggi le stesse costituiscono circa il 9%. E la media delle società statunitensi ha trovato il modo di pagare un tax rate che oscilla tra il 12 e il 15 per cento, meno della metà di quello che dovrebbe essere il prelievo effettivo.

Dieci anni fa, nel 2011, epoca Obama, Carl Levin aveva presentato una legge per modificare questa follia e riportare nelle casse federali decine di miliardi l’anno; ma il Congresso non l’ha mai approvata. E del resto va cosi da sempre: di fronte a qualunque tentativo di far pagare ”i ricchi” alla fine ci si arena. Nel 1961, in epoca Kennedy, si tentò di arginare la dilagante evasione fiscale offshore delle multinazionali varando il cosiddetto Chapter F, che teoricamente consentiva di riscuotere le tasse anche sui redditi detenuti all’estero. Ma il Chapter F venne presto aggirato dalle successive normative. Negli anni Ottanta toccò a Ronald Regan scandalizzarsi alla scoperta che decine delle aziende più redditizie d’America pagavano zero tasse sul reddito. Peccato che, anche in questo caso, siano poi arrivate leggi che hanno invece aumentato la tolleranza. Nel 1990, epoca di Bush padre, un nuovo regolamento introdotto dal Dipartimento del Tesoro si era addirittura rivelato una sorta di tana liberi tutti proprio per le multinazionali. Nel 2006, epoca di Bush figlio, l’elusione è diventata ancora più facile grazie a una specifica norma, approvata dal Congresso, per proteggere il reddito offshore dalla tassazione. Quella tutt’ora in vigore. E dunque, ha ancora e sempre ragione Tim Cook: ‘’Noi applichiamo le vostre leggi, quelle che voi stessi avete approvato. Se non vi sta bene, cambiatele’’.

Era esattamente questa l’intenzione dei senatori Levin e McCain nel 2013, epoca di un Obama fresco di vittoriosa elezione al secondo mandato: chiudere i buchi, le scappatoie, recuperare gettito da redistribuire più equamente nel paese. Ma in realtà, anche dopo il Grande Processo alla Mela, non accadde nulla di  concreto. Con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, poi, uno dei primi provvedimenti era consistito nell’abbassare dal 35% al 21% la tassa sugli utili delle imprese. Ora Biden propone di alzare quella aliquota al 28% (ma sempre inferiore al 35% di cui sopra) mentre tornerà al 39,6% quella sulle persone fisiche, che Trump aveva ridotto al 37%, per i redditi oltre i 400 mila dollari annui. Un ritocco consistente ma non insopportabile nè punitivo, che dovrà finanziare almeno in parte il megapiano di welfare keynesiano, o meglio all’europea, voluto dal nuovo inquilino della Casa Bianca in nome di una maggiore equità. Ancora una volta, però, tra il dire e il fare ci sono di mezzo interessi potenti e montagne di soldi. Solo tra qualche tempo, insomma, potremo capire chi l’avrà spuntata, nel braccio di ferro tra i ”ricchi”, da una parte, e l’amministrazione Biden dall’altra.

Nunzia Penelope

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