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Home - Approfondimenti - Interviste - Maglione, scommettiamo sulla partecipazione come base di un nuovo patto sociale

Maglione, scommettiamo sulla partecipazione come base di un nuovo patto sociale

15 Maggio 2013
in Interviste

Finmeccanica in questi giorni ha firmato con  i tre sindacati dei metalmeccanici un importante protocollo di nuove relazioni  industriali, che ha avviato una forma di partecipazione molto avanzata e che potrebbe essere il primo passo verso forme societarie innovative. Abbiamo cercato di capire quali sono state le ragioni di fondo che ha condotto a questo protocollo parlando con Roberto Maglione, responsabile delle risorse umane del gruppo.

Maglione, quali sono le ragioni che vi hanno spinto a questo risultato?
Per capirlo è necessario riflettere sulla nostra realtà istituzionale e produttiva.

Perché istituzionale?
Perché Finmeccanica è per il 30% del ministero dell’Economia e, ancora, opera in un settore a commesse, con cicli produttivi molto lunghi, da 10 fino a 40 anni. Quindi ha regole di comportamento diverse da quelle di altre aziende. Per queste ragioni produttive e di contesto istituzionale Finmeccanica ha bisogno dunque di stabilità e deve operare in Italia. E’ possibile produrre aerei o elicotteri in tanta altra parte del mondo, ma noi siamo qui in Italia. E siamo fuori da una logica di sola profittabilità, molto attenti alla sostenibilità sociale dei nostri processi di sviluppo.

Questo cosa comporta?
Che dobbiamo essere competitivi, ma anche trovare un equilibrio tra questa esigenza di competitività e il nostro ruolo istituzionale. Oltre a ciò, si deve tenere nel dovuto conto che abbiamo una forza lavoro molto professionalizzata. La nostra categoria operaia centrale non è la terza, come nella media del settore metalmeccanico, ma la quinta e la quinta super. In Italia abbiamo 12mila operai, accanto a 14mila ingegneri. Negli ultimi dieci anni abbiamo assunto dal mercato 20mila persone, abbiamo generato posti di lavoro.

Questo comporta un comportamento differente?
In ragione di queste nostre particolarità noi dobbiamo avere una linea di comportamento che non sia di contrapposizione tra le parti sociali, al contrario dobbiamo cercare il consenso, pur nella necessità di mantenere la competitività, pena la scomparsa del gruppo.  E in questa ricerca le relazioni industriali sono un elemento di equilibrio tra i più importanti. Per questo abbiamo scelto di far partecipare le organizzazioni sindacali alle nostre scelte industriali.

Una scelta non facilmente percorribile in Italia.
No, ma noi ci proviamo. Tra la via francese e quella tedesca cerchiamo di costruirne una tutta italiana, senza dimenticare che la partecipazione non un obiettivo in sé, è uno strumento per cogliere quegli obiettivi che prima abbiamo indicato. Perché altrimenti si rischierebbe di applicare meccanicisticamente formule che poi non funzionano.

In cosa consisterà questa partecipazione?
Il primo passo è stato il coinvolgimento del sindacato in una serie di osservatori, di gruppo, di settore e di confronto internazionale sulle nostre linee strategiche. Un fatto importante se si pensa che Finmeccanica ha parti molto delicate e sensibili al proprio interno, soprattutto per quanto si riferisce al business militare. Un atto dunque coraggioso, che richiede un rapporto adulto con i sindacato. Questo poi potrà portare, come è scritto nel protocollo,  a un sistema partecipativo più avanzato, anche con forme societarie differenti.

Una visione molto rivolta al futuro.
Sì, ma la necessità imprescindibile è quella di avere di fronte un sindacato non antagonista, che accetti il confronto. Questo non significa consociativismo, ma una mentalità diversa. La conflittualità non sparirà, l’antagonismo sì. Noi cerchiamo un sindacato che difenda l’azienda, perché dentro ci sono i lavoratori. Questo è un cambio di modello di relazioni industriali.

Lo avete potuto fare basandovi su un’abitudine di rapporti con il sindacato diversi rispetto alla generalità del vostro comparto.
Negli ultimi dieci anni abbiamo firmato 71 accordi, 33 vertenziali, gli altri integrativi di secondo livello, e tutti sono stati firmati unitariamente. Una pace sociale importante, perché con un tasso di sindacalizzazione superiore alla media, ma con un numero di ore di sciopero pro capite inferiore alla media.

Sfatate il mito della Fiom che non firma accordi.
La nostra linea è quella di trattare tutti allo stesso modo, per noi un confronto aperto è normale, sempre nel rispetto reciproco dei rispettivi ruoli e posizioni.

Il protocollo è anche un’indicazione di rilievo per il mondo imprenditoriale?
La nostra è una via moderna di rapporti con il sindacato. Penso che in un momento di crisi così acuta questa sia una delle poche possibili vie di fuga. Cercare di espellere il sindacato dalle fabbriche è sbagliato. Può pagare nel breve periodo, ma nel medio e nel lungo crea tensioni non sostenibili. Certo, il sindacato deve fare ancora delle scelte per cercare forme di flessibilità e competitività che consentano agli imprenditori italiani di essere competitivi nell’export. Penso ai bisogni di ottimizzazione degli impianti e alla flessibilità degli orari di lavoro. Se non ci si riesce, adesso che non sono più possibili le svalutazioni competitive, l’industria italiana muore.

Questo è quanto vi aspettate dal sindacato?
Sì, deve essere in grado di barattare la garanzia del posto di lavoro con la garanzia della competitività dell’azienda. Perché se questa non è competitiva non c’è lavoro e non c’è sindacato.  Se invece il sindacato riesce a compiere questo salto si può pensare a un nuovo ciclo dell’industria manifatturiera italiana.

Cosa accadrebbe altrimenti?
Saremmo destinati a soccombere. Noi offriamo un investimento con un ritorno nel medio e lungo periodo. Potrebbe essere la base di un patto sociale, investire oggi sulla competitività per distribuirne i benefici domani. Le organizzazioni datoriali, Confindustria e Federmeccanica, dovrebbero tracciare una linea di politica sindacale basata su questa strada.

Un patto tra produttori, senza il governo?
Il governo può predisporre elementi di sostegno, specie per i giovani. Ma soprattutto dovrebbe essere generalizzato lo sforzo per il rafforzamento del comparto manifatturiero tecnologicamente avanzato, nel quale l’Italia ha elementi di assoluta rilevanza internazionale.

Massimo Mascini

Tags: Metalmeccanici
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