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Home - Primo Piano - Mininni (Flai-Cgil), dal ministro Lollobrigida nessun ascolto dei lavoratori e nessuna idea sullo sviluppo agricolo del paese

Mininni (Flai-Cgil), dal ministro Lollobrigida nessun ascolto dei lavoratori e nessuna idea sullo sviluppo agricolo del paese

di Tommaso Nutarelli
19 Settembre 2023
in Interviste
Assemblea Cgil, Mininni (Flai): basta col dumping tra di noi e con lo “shopping contrattuale’’ delle imprese

GIOVANNI MININNI SG FLAI CGIL NAZIONALE

Il governo Meloni ha tradito anche la sua storia. Non c’è nulla nella sua azione della destra sociale. Si promuovono solo politiche di austerity e liberiste. Per questo tutta la Cgil sarà in piazza il 7 ottobre per difendere i più deboli. Non usa giri di parole Giovanni Mininni, segretario generale della Flai, la categoria della Cgil che rappresenta il mondo agricolo e l’industria alimentare. In questo primo anno di vista dell’esecutivo, prosegue, il ministro Lollobrigida non ci ha mai convocati. Non abbiamo idea di quale sia la sua idea per promuovere lo sviluppo agricolo del paese. E sul contratto dell’industria alimentare non ancora firmato afferma: la via è quella del contratto unico, non accetteremo spaccature nella compagine datoriale.

 Mininni il governo Meloni sta per compiere l’anno di vita. Come valutate il ministro Lollobrigida sul piano delle cose fatte e della comunicazione?

Fino a questo momento abbiamo fatto fatica a capire quale sia l’idea che il ministro Lollobrigida ha dell’agricoltura. Questo, da un lato, perché il ministro è schiacciato verso la parte datoriale e, dall’altro, perché non esiste un’unica agricoltura nel nostro paese, ma più “agricolture”. Le organizzazioni sindacali non sono mai state convocate al Masaf, neanche quando sono morti i lavoratori nei campi questa estate. Al centro di tutta la sua azione il governo mette l’azienda come unico motore che promuove il benessere della nazione, e questo lo si vede negli interventi sul lavoro. Sul versante comunicativo, gli scivoloni del ministro sono dovuti a una mancata conoscenza della realtà e dei dati. Dire che i poveri mangiano meglio dei ricchi non corrisponde al vero. L’inflazione e il caro prezzi hanno spinto crescenti fasce della popolazione a rivolgersi ai discount, dove si trova cibo di minore qualità, che molto spesso non è italiano.

Questo non aiuta la promozione della sovranità alimentare.

La sovranità alimentare è un concetto di sinistra, fatto proprio dal ministro. E’ uno sviluppo dell’idea di sicurezza alimentare, per la quale si sono molto battuti alcuni movimenti dei contadini nell’America latina e la Via Campesina. Inoltre si ritrova anche nelle linee guida della Fao. Forse il governo ha associato la sovranità al sovranismo, ma non è così. In un periodo di alta inflazione vorremmo che ci fosse più sovranità alimentare, per permettere a tutte le persone di accedere a cibo buono, di qualità e giusto.

Cosa manca oggi al settore?

Un politica unitaria. Questo è un limite del titolo V della Costituzione. Non dobbiamo demandare tutto alla Pac e all’iniziativa dei singoli attori. Ovviamente è un problema  non solo di questo governo. L’Italia deve chiedersi che sviluppo agricolo vuole avere. Se si vuole puntare all’autonomia alimentare e a un indirizzo comune sull’export serve una visione e quindi una politica nazionale, come in Francia e in Germania, e non affidarsi solo a spinte dal basso o delle singole lobby.

La strage di Brandizzo ha scosso profondamente tutti, e ogni giorno si continua a morire sul posto di lavoro. Qual è la cultura della sicurezza in Italia?

Questo paese non riesce ad affrontare in modo compiuto il tema della sicurezza, perché non la si guarda nella sua complessità. La sicurezza non deve entrare in concorrenza con il profitto e il guadagno, altrimenti soccombe. L’attuale modello di sviluppo si basa sulla competizione sfrenata, e questo inficia la tutela dei lavoratori. Appalti e sub appalti comprimono costi e tempi. Le aziende, anche in buona fede, ci chiedono di snellire la burocrazia. Ma non vuol evitare che i lavoratore ?? si sottoponga a una nuova visita medica ogni volta che cambia datore di lavoro, come avviene in agricoltura. E’ giusto che le aziende mantengano la propria competitività e che si rimuova tutta quella burocrazia “inutile”. Ma questo non deve inficiare la sicurezza. Serve un cambio culturale profondo: la sicurezza e la dignità del lavoro prima di ogni profitto.

Una delle vostri grande battaglie è il salario minimo. Non sarebbe più utile una legge sulla rappresentanza, anche per preservare la contrattazione?

La legge sul salario minimo deve essere strettamente collegata a quella sulla rappresentanza. Senza di questa viene minato il sistema contrattuale italiano. E’ vero che molti paesi hanno una retribuzione minima oraria fissata dal legislatore. Ma lì manca un modello di relazioni industriali solido e diffuso e una legislazione sul lavoro che guarda alla contrattazione, come in Italia. Con una legge sulla rappresentanza si andrebbe a misurare il peso delle singole associazioni e si garantirebbe ai lavoratori non solo la parte economica ma anche quella dei diritti contenuti nei contratti collettivi delle parti sociali maggiormente rappresentative e si metterebbero fuori i contratti pirata. E in questa legge occorrerebbe, inoltre, anche una norma che impedisca alle imprese di scegliere il contratto che più le conviene e non quello del settore merceologico di riferimento. Il cosiddetto “shopping contrattuale”

I cambiamenti climatici sono un tema di estrema urgenza per il vostro settore. Come affrontarli?

Abbiamo partecipato, a fine agosto, al controvertice di Cernobbio, che si è tenuto Como, insieme a Sbilanciamoci e siamo entrati nell’alleanza clima lavoro, con movimenti di tutela dell’ambiente. Già al nostro congresso dello scorso febbraio abbiamo posto al centro il tema dei cambiamenti climatici. Siamo partiti dalla domanda su cosa può fare il sindacato su questi aspetti. Ci stiamo battendo per una riduzione dell’uso di pesticidi, sul quale al livello europeo temiamo si possa fare un po’ marcia indietro, rispetto al quadro del Green new deal. Inoltre abbiamo abbracciato la strategia del Farm to fork, sulla sostenibilità, e la lotta per la difesa della biodiversità. Siamo consapevoli che la produzione agricola del nostro paese deve essere incrementata, ma senza ricorrere a più sostanze chimiche. Si deve procedere recuperando i terreni incolti e abbandonati, contrastando anche la desertificazione che in certe zone della Sardegna e della Sicilia si sta già manifestando.

Questa estate vaste aree della nostra penisola sono state devastate dagli incendi. Si continua a parlare dei forestali e del loro impiego. A che punto siamo?

Sui forestali grava sempre l’ombra dell’assistenzialismo. Ma è un ritratto ingiusto. La politica non dovrebbe solo destinarli alla salvaguardia dell’ambiente, ma anche a un uso produttivo del territorio, sempre nel rispetto dei vincoli ambientali. Noi siamo uno dei primi importatori in Europa di legna da ardere, spesso legna non certificata. Il 75% della materia prima usata dai distretti del mobile in Lombardia e Emilia Romagna viene dall’estero. Abbiamo molte foreste abbandonate che potrebbero essere usate. Gli alberi abbattuti dalla tempesta Vaia li vendiamo perché non abbiamo una filiera adatta alla lavorazione. Questa, secondo noi, è una strategia giusta.

La trattativa per il rinnovo del contratto dell’industria alimentare si è appena aperta. La parte datoriale è spaccata. Come sono le carte in tavola?

Ci sono tre associazioni, poste sotto l’egida di Confindustria, Assalzoo, Assocarni e Italmopa, che hanno formato una nuova associazione di rappresentanza, fuori da Federalimentare, e ci hanno chiesto di dar vita a un nuovo contratto. Sono realtà che si pongono metà tra l’agricoltura e l’industria alimentare, e che si dichiarano aziende della prima trasformazione alimentare. Questo non è vero. E’ una divisione che non siamo disposti ad accettare.

Perché?

Perché la strada da seguire è quella del contratto unico. La nostra storia contrattuale è fatta di accorpamenti di vari settori. Il contratto risponde a tutti i bisogni delle varie filiere. Siamo disposti ad accogliere le richieste che possono andare incontro a specifiche esigenze produttive. Ma le pretese avanzate da queste tre associazioni puntano unicamente a comprimere salario e diritti. All’interno dello stesso settore non devono esserci lavoratori si serie A e B.

Perché questo realtà spingono per un contratto diverso?

All’interno di queste tre associazioni ci sono grandi multinazionali che francamente non hanno bisogno di risparmiare sulla pelle dei lavoratori. E’ una storia alla quale non crediamo. L’unico motivo plausibile per spiegare questo tentativo di spaccatura è che c’è una contesa all’interno delle associazioni di rappresentanza su chi deve rivestire una posizione di maggiore potere delle altre.

Perché la manifestazione del prossimo 7 ottobre è così importante per tutta la Cgil?

Perché punto di svolta per la battaglia che la Cgil sta conducendo, non solo contro questo governo, ma già dai tempi dell’esecutivo Draghi. In Italia continuano a prevalere politiche di austerity e liberiste. La prossima manovra non avrà molte risorse e non ci saranno risposte per le classi più deboli. Mancano interventi sulle pensioni, fisco e sanità, dove sta serpeggiando una strisciante e pericolosa privatizzazione. Sono trent’anni che questo paese si basa su una politica di bassi salari, e questo esecutivo sta tradendo i valori della destra sociale. La Cgil, la più grande organizzazione del paese, ha il dovere politico e morale di scendere in campo. Non vogliamo fare supplenza ai partiti. Ma è nostro compito promuovere la giustizia sociale, tutelare i più deboli dal peso dell’inflazione, salvaguardare la sanità pubblica. E lo faremo in piazza, assieme a tante altre associazioni, seguendo la via maestra che è quella tracciata dalla Costituzione.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

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Giornalista de Il diario del lavoro.

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