Il lavoro contemporaneo torna al centro della scena culturale con la terza edizione del Premio Giuseppe Di Vittorio, promosso da Iress Lazio insieme alla Cgil di Roma e del Lazio e alla Fondazione Di Vittorio. Un’iniziativa che si propone come osservatorio sulla working class literature, in una fase storica in cui il tema del lavoro rischia di essere rimosso dal dibattito pubblico. Due le sezioni: “La chiave a stella” per i romanzi editi e “Voci dal lavoro” per i racconti inediti. Tra le novità, le menzioni speciali per il Noir sociale e per le opere dedicate al lavoro nella Capitale. Ne parla in questa intervista Eugenio Ghignoni, presidente dell’Iress Lazio.
Il premio Di Vittorio giunge alla sua terza edizione. Un bilancio dei risultati di questa iniziativa.
Ci sembra che il Premio abbia riscosso attenzione e consenso, sia tra gli autori sia presso il pubblico. Nelle prime due edizioni hanno partecipato circa ottanta autori di romanzi editi e un numero analogo di autori di racconti inediti. Un dato che conferma l’interesse di chi scrive su questi temi, colmando una lacuna che da tempo si avvertiva. Nel panorama nazionale l’unica esperienza analoga è rappresentata dal Premio Biella Letteratura e Industria, dedicato alle opere che intrecciano il racconto del mondo industriale con la ricerca letteraria. Al centro del nostro Premio, invece, c’è il lavoro subordinato in tutte le sue forme. Perché nella società non esiste il lavoro in astratto, ma quello concreto delle persone coinvolte in uno scambio strutturalmente diseguale tra salario e prestazione lavorativa. Accanto alla partecipazione degli autori, registriamo anche un riscontro significativo da parte del pubblico: le vendite della prima raccolta dei racconti, pubblicata da Alegre, sono state positive e rilevante è stata anche la presenza alla cerimonia di premiazione, ospitata nell’ambito della festa del tesseramento della Cgil di Roma e del Lazio.
Tra le novità di questa edizione ci sono le menzioni speciali per il Noir sociale e per le opere che raccontano il lavoro a Roma. Che segnale culturale volete lanciare con questa scelta?
Per la terza edizione abbiamo ritenuto fosse il momento di compiere un passo in avanti. Già lo scorso anno, nel corso della discussione della giuria scientifica, era emersa la proposta di istituire una menzione speciale per il Noir sociale, pur non prevista esplicitamente dal bando. La menzione è stata poi attribuita a Trudy di Massimo Carlotto, che aveva partecipato al concorso. Si tratta di un genere che spesso assume il lavoro come snodo centrale della narrazione; da qui la scelta di “istituzionalizzare” la menzione a partire dall’edizione 2026. L’altra novità riguarda la menzione speciale destinata ai romanzi che raccontano il lavoro a Roma, istituita con il patrocinio del Comune, in considerazione delle peculiarità del mercato del lavoro della Capitale. Il Premio resta naturalmente di carattere nazionale; tuttavia, almeno il 30% dei romanzi iscritti è ambientato a Roma. Ci è sembrato quindi coerente valorizzare questa specificità introducendo la nuova menzione nell’edizione 2026.
Perché oggi è importante riportare il tema del lavoro al centro della scena culturale?
Perché assistiamo a una gigantesca rimozione del tema del lavoro che dura ormai dalla fine degli anni Ottanta. Una rimozione che ha coinciso con la presunta “fine” della classe operaia, o comunque con l’idea che il lavoro non avesse più le caratteristiche di sfruttamento che avevano segnato il Novecento. In realtà sta accadendo esattamente il contrario. Oggi il grado di sfruttamento è più elevato, anche se è cambiata la composizione sociale del lavoro: la grande fabbrica fordista non esiste più, ma è stata sostituita da una fabbrica diffusa fatta di piccole e medie imprese, di lavoro nei servizi e di un vasto sommerso legato, ad esempio, al turismo. Il tema dello sfruttamento è dunque più centrale che mai. Non a caso, da oltre vent’anni, molti scrittori sono tornati a raccontare il lavoro: un segnale significativo. Eppure, fatta eccezione per alcuni casi – come il primo romanzo di Michela Murgia e poche altre esperienze -, a questo ritorno non è stata riservata l’attenzione che meriterebbe. Non soltanto da parte dell’opinione pubblica, ma neppure dagli stessi ambienti culturali. Se una parte della nostra letteratura sta realmente tornando a interrogarsi sulla realtà sociale, non può prescindere dal lavoro come suo nodo centrale.
Quindi la letteratura della working class è una forma di militanza con indirizzo politico.
Sì, per noi ha un chiaro indirizzo politico. Come Iress Lazio, Fondazione Di Vittorio e Cgil di Roma e del Lazio siamo impegnati a riportare il tema del lavoro al centro della vita del Paese, a tutti i livelli: non soltanto sul piano sindacale, ma anche su quello politico e culturale, attraverso molteplici iniziative. Personalmente, non credo che l’arte possa essere considerata una materia astratta o neutrale, indipendentemente dalle intenzioni dell’autore. Ogni opera si colloca dentro un contesto storico e sociale e, in quanto tale, produce sempre un effetto che ha anche una dimensione politica.
Un ragionamento che riflette il principio espresso dallo stesso Giuseppe Di Vittorio che parlava di cultura come strumento di lotta. Lei stesso, in passato, ha definito l’iniziativa una “chiamata alle arti”.
Molti di coloro che si sono confrontati con la sezione dei racconti inediti lo hanno fatto proprio con questo spirito. Si è trattato, in diversi casi, di una vera e propria scelta di campo: la volontà di denunciare condizioni e situazioni critiche attraverso la scrittura. Spesso non parliamo neppure di aspiranti scrittori in senso stretto, ma di persone che hanno scelto di utilizzare la parola scritta per portare alla luce temi come la sicurezza sul lavoro, lo sfruttamento, il precariato, il lavoro nero. Un uso consapevole della narrazione come strumento di testimonianza e di denuncia.
Ha affermato che il tema del lavoro rischia di essere rimosso dal dibattito pubblico. In che modo questo accade?
Credo che siano venuti meno alcuni degli elementi che un tempo rappresentavano le “case matte” del lavoro, i presidi sociali e culturali che ne garantivano la centralità nello spazio pubblico. La trasformazione dei rapporti di forza intervenuta dalla fine del secolo scorso a oggi è stata profonda. Anche lo spostamento di una quota crescente di ricchezza dai salari ai profitti ha inciso in modo determinante. Questo mutamento ha liberato le dinamiche più aggressive del capitalismo contemporaneo, che da un lato perseguono il massimo sfruttamento del lavoro e dall’altro tendono a renderlo invisibile, a occultarne le condizioni reali. È in questo processo che si produce la rimozione del tema dal dibattito pubblico.
E la cultura che responsabilità ha in questo processo di rimozione?
Il mondo culturale, nelle sue strutture portanti, ha compiuto scelte di mercato che hanno finito per assecondare una tendenza a parlare d’altro, concentrandosi prevalentemente sulle vicende individuali osservate da una prospettiva più psicologica che materiale. Non che la dimensione psicologica sia priva di fondamento o di disagio; ma quel disagio è spesso il prodotto di condizioni concrete, legate al lavoro e alla sua organizzazione. Separare questi piani significa, in qualche modo, contribuire alla rimozione del problema. Con il Premio Di Vittorio cerchiamo di invertire questa tendenza, riportando al centro la dimensione materiale dell’esistenza e il lavoro come chiave di lettura fondamentale della realtà sociale.
Cosa significa oggi raccontare il lavoro e che tipo di storie vi aspettate arriveranno?
Ogni edizione presenta le sue specificità, ma alcuni temi sono ricorrenti. La sicurezza sul lavoro, ad esempio, attraversa in modo trasversale l’immaginario: anche chi non vive direttamente condizioni particolarmente difficili sente l’esigenza di scriverne. Quella degli incidenti sul lavoro, purtroppo, resta una realtà drammatica e costante. Grande attenzione è riservata anche al precariato, che ormai rappresenta una condizione strutturale del mercato del lavoro, così come al tema dell’alienazione. Ma la vera novità di questo secolo è la solitudine di chi lavora. Se in passato raccontare il lavoro significava soprattutto raccontare storie collettive, oggi spesso significa narrare una solitudine: solitudine nel riconoscimento sociale e solitudine vissuta interiormente da chi sperimenta in prima persona determinate condizioni. Le storie collettive che emergono tendono a registrare soprattutto sconfitte, riflettendo il tempo che stiamo vivendo. E tuttavia non manca una dimensione di speranza: l’idea che il lavoro debba e possa emanciparsi. Perché ciò accada è necessario tornare a parlarne, riportarlo al centro della vita culturale del Paese e riconoscerlo in modo diverso, più consapevole e più giusto.
Per la natura politica del premio, a quale pubblico vi rivolgete o vorreste che leggesse queste storie?
Il primo pubblico a cui ci rivolgiamo è il mondo del lavoro. Proprio perché oggi esistono solitudine e carenza di riconoscimento sociale, vogliamo offrire uno strumento che vada in direzione opposta: uno spazio di rappresentazione, consapevolezza e condivisione. Allo stesso tempo, ci rivolgiamo ai giovani. La presa di coscienza non passa soltanto attraverso la lettura dei classici dell’economia o dei testi teorici, ma anche attraverso il racconto delle esperienze concrete, attraverso libri di denuncia capaci di incidere nei percorsi di crescita e di formazione, individuale e collettiva.
Potrebbe essere una lettura da consigliare anche alla classe politica…
Indubbiamente sì. Anche perché, troppo spesso, le forze di governo tendono a fornire all’imprenditoria strumenti funzionali alla massimizzazione dei profitti, piuttosto che a rafforzare i diritti di chi lavora. Non nutriamo particolari illusioni sul fatto che la nostra iniziativa possa incidere direttamente sugli orientamenti della classe politica. Siamo però convinti che possa contribuire a far crescere la coscienza dei lavoratori e, attraverso questo, a modificare i rapporti di forza. Per contrastare l’attuale stato di cose è necessario accrescere il livello di consapevolezza. Ed è anche a questo che il Premio intende dare un contributo.
Il coinvolgimento di una giuria popolare composta da lavoratrici e lavoratori accanto a una giuria scientifica è un elemento distintivo del Premio. Che valore aggiunge questa doppia valutazione?
Per noi è uno strumento fondamentale. I romanzi e i racconti che parlano di lavoro devono essere letti e giudicati innanzitutto da chi il lavoro lo vive ogni giorno. Naturalmente il contributo degli specialisti è necessario: sarebbe impensabile sottoporre quaranta romanzi alla lettura diretta di una giuria popolare che, per evidenti ragioni di tempo, non potrebbe affrontarli tutti. La giuria scientifica svolge quindi un lavoro di selezione, individuando una sestina finalista e riservandosi l’attribuzione delle menzioni speciali. L’assegnazione dei premi principali spetta però alla giuria popolare, composta da lavoratrici e lavoratori che scelgono volontariamente di partecipare all’iniziativa. È a loro che affidiamo l’ultima parola, perché riteniamo che il giudizio sul lavoro debba tornare, prima di tutto, nelle mani di chi lavora.
Qual è, in breve, la missione di questo premio e quale l’invito che rivolge alle istituzioni?
Tornare a guardare non solo al lavoro in generale, ma alla vita di coloro che lavorano.
Elettra Raffaela Melucci























