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Home - Primo Piano - Salario, formazione e lotta alla precarietà: queste le aspirazioni dei lavoratori nella ricerca condotta dalla Fondazione Di Vittorio

Salario, formazione e lotta alla precarietà: queste le aspirazioni dei lavoratori nella ricerca condotta dalla Fondazione Di Vittorio

di Tommaso Nutarelli
26 Ottobre 2023
in La nota
Salario, formazione e lotta alla precarietà: queste le aspirazioni dei lavoratori nella ricerca condotta dalla Fondazione Di Vittorio
https://www.ildiariodellavoro.it/wp-content/uploads/2023/10/video-ricerca-2.mp4

Rafforzamento dei salari, lotta alla precarietà, sicurezza e una maggiore formazione in linea con le innovazioni tecnologiche. Sono queste le principali aspirazioni dei lavoratori emerse nella ricerca condotta dalla Fondazione Di Vittorio Condizioni e aspettative delle lavoratrici e dei lavoratori, presentata oggi a Roma nella sede nazionale della Cgil, alla quale hanno partecipato ricercatori, capi del personale di diverse aziende e il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.

Lo studio, realizzato tra il 2021 e il 2022, si è basato su 53 domande rivolte a 50mila lavoratori, di diversi settori, anche se 31mila sono stati i questionari validi ai fini della compilazione. Nel campione preso in esame, il 18,7% di chi ha risposto è un rappresentante sindacale, RSA, RSU, RLS, il 63,5% sono iscritti. Solo il 17,8% non è ne rappresentante ne iscritto. Dati che fanno emergere  un’elevata sindacalizzazione. Rimanendo sempre nell’ambito delle considerazioni metodologiche, il questionario ha fatto più fatica a diffondersi in specifici contesti: imprese piccole, con meno di 15 addetti, tra i giovani, che hanno un consapevolezza minore di come si espleti l’azione sindacale, i lavoratori stranieri, e se guardiamo alla geografia, le imprese del Mezzogiorno sono quelle più difficilmente raggiunte.

Come detto all’inizio, alcune specifiche tematiche sono centrali nelle prospettive dei lavoratori, ed è su queste che dovrebbe concentrarsi maggiormente l’azione di sindacati e imprese. La prima riguarda le retribuzioni. Il grosso degli intervistati, 45%, ha un reddito netto che oscilla tra i 15 e i 25mila euro. Lo studio mette in luce il persistere del gender gap, con il 54% delle donne che non sfonda il tetto dei 20mila euro, contro il 30% degli uomini. Donne che sono le più esposte a un lavoro a termine e al part time involontario. Uno dei dati più significativi è che, dall’inizio  della pandemia, il 90% dei lavoratori ha dichiarato che il proprio carico di lavoro è rimasto stabile, se non aumentato, rispetto sempre a un 90% che afferma una stagnazione se non una riduzione delle proprie buste paga. Il tutto in un contesto dove ancora non era esplosa una corsa dell’inflazione a doppia cifra.

Sul tema dei carichi e dell’organizzazione del lavoro, la denuncia di un’ampia fetta di chi ha partecipato all’indagine è quella di avere scadenze rigide e ristrette, e un ritmo e un impegno lavorativo eccessivo. L’aspirazione è quella di una maggiore autonomia nella gestione dei tempi e dei compiti assegnati, aspirazione che, secondo lo studio, viene frustrata per la maggior parte degli addetti. Sul fronte orario, il 33% si dice poco soddisfatto della conciliazione con la vita privata. In quest’ottica il lavoro da remoto costituisce una buona soluzione e una fonte di accresciuta soddisfazione. Ma lo smart working non è accessibile per tutti. Questo interessa, infatti, i lavoratori più adulti e istruiti e le imprese che innovano di più. Certo rimane sempre il rischio che con la dissoluzione del tempo e del luogo, come coordinate per definire l’attività di lavoro, si cada in un aggravio dei compiti e in una sostanziale continuità tra vita privata e lavorativa, senza nessun filtro. E sulla capacità delle aziende di sapere affrontare e gestire il cambiamento, il giudizio che emerge non è positivo. Per il 41% del campione, il proprio datore di lavoro non ha per nulla investito in tecnologia, strumenti e servizi innovativi. La tecnologia, inoltre, solo dal 13% viene vista come un “nemico”, che andrà a sostituire il fattore umano. La percezione, per il 60% del campione, è positiva, e vede nella tecnologia un aiuto per migliorare le condizioni operative, anche se il 34% mette in conto un incremento dei ritmi.

Dunque difesa dei salari e dell’occupazione. Sono queste le due azioni che il 68% e il 44% degli intervistati chiede al sindacato, attraverso la contrattazione nazionale (63%) e quella di secondo livello (46,5%). Specularmente, gli aspetti che maggiormente dovrebbero curare le imprese sono l’inquadramento e le retribuzioni (68%), seguite dalla formazione (30%). Quello che la ricerca ci restituisce è un mondo del lavoro attraversato da trasformazione e frantumazione, dove le associazioni di rappresentanza devono essere in grado di coniugare le tutele universali con le valorizzazione delle singole specificità.

Stimoli e prospettive raccolti anche dal mondo delle imprese presente. Guido Stratta, direttore People and Organisation del Gruppo Enel, ha fatto riferimento allo Statuto della persona, sottoscritto con i sindacati di categoria, come orizzonte nel quale inquadrare i nuovi bisogni. In Vodafone, e in generale in tutto il comparto delle Tlc in prima linea sul fronte dell’innovazione e dei cambiamenti, la formazione è sempre più una leva strategica, ha detto Silvia Cassano, direttore HR del gruppo. Lo stesso vale in Autostrade, dove alla formazione si devono affiancare, secondo Antonio Cavallara, Head of People Organisation e Industrial Relations, le competenze, la sicurezza, la partecipazione e la contrattazione per avere una ricetta vincente. Proprio le competenze sono state oggetto di contrattazione con i sindacati ha spiegato Massimo Ferioli, HR di IMA Spa. Il tema salariale è stato al centro dell’intervento di Dario Laquintana, dirigente professioni sanitarie Fondazione Ircss del Policlinico di Milano. Per infermieri e operatori sanitari non ci sono prospettive di crescita salariali, sostiene, e questo rende poco attrattive queste professioni.

Il segretario generale Landini in chiusura dei lavori ha ricordato come i salari siano uno dei nodi oggi più urgenti da affrontare, alla luce anche dell’inflazione. Questi, assieme al governo delle trasformazione, devono essere affrontati dalla contrattazione. La capacità per il sindacato, e quindi per i lavoratori di incidere sulle scelte aziendali, è un aspetto che contribuisce al benessere dell’impresa stessa, che anche il sindacato deve tutelare, perché senza azienda non c’è ricchezza da redistribuire. Ma tutti i grandi cambiamenti che attraversano il mondo del lavoro, afferma, richiedono visione, politiche industriali che oggi non ci sono. Per questo, ” le ragioni che ci portano a ritenere sbagliata la manovra – ha detto Landini – non sono un pregiudizio verso chi ha fatto la manovra, ma perché non si offrono soluzioni strutturali. Basta misure tampone, serve una visione sul modello produttivo. In questo primo anno, il governo non ha voluto avere nessun confronto con le organizzazioni sindacali, e questo è un elemento pericoloso. Lo stesso metodo – ha proseguito Landini – lo ha tenuto con le imprese. Il governo ritiene di avere il monopolio sulla tutela dell’interesse pubblico, relegando sindacati e aziende alla mera tutela dell’interesse di una parte. Ma questa è una visione corporativa sbagliata. Anche noi abbiamo un ruolo politico, guardiamo al benessere collettivo e vogliamo governare la complessità”. Per il rafforzamento dei salari, il sostegno alla sanità pubblica e il rinnovo dei contratti “la risorse non mancano – ha aggiunto Landini – basta andarle a prendere deve ci sono, attraverso un fisco equo e una vera lotta all’evasione fiscale. Qui c’è un tema di volontà politica” ha concluso Landini.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

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Giornalista de Il diario del lavoro.

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