Soprattutto in Germania e in Francia si è manifestata finora la tendenza delle imprese a chiedere orari di lavoro più lunghi senza alcun aumento di salario, ma il fenomeno si sta diffondendo in misura crescente e riguarda anche Olanda, Belgio e Svezia. Per non parlare della Gran Bretagna, dove già oggi il 16% degli operai lavora più di 48 ore settimanali. In Francia i dipendenti della Bosch hanno accettato di lavorare 40 ore la settimana invece di 35 per evitare gli esuberi, mentre la Doux, primo produttore europeo di pollame, ha tagliato 23 giorni di ferie e ha portato l’orario di lavoro da 32,8 ore a 35; casi simili hanno riguardato anche altre imprese. Ma il Paese dove questa linea si sta realizzando in modo più forte e più ampio è la Germania. Ha fatto da apripista la Siemens, la cui settimana lavorativa è salita a 39 ore senza toccare al rialzo il salario. Hanno fatto seguito la Thomas Cook, società turistica della Lufthansa, dove l’orario è passato da 38,5 a 40 ore settimanali e gli aumenti salariali sono stati rinviati di due anni; la Daimler Chrysler i cui dipendenti costruiranno le Mercedes lavorando 39 ore settimanali invece di 35 e rinunciando ad una parte degli aumenti retributivi; la Opel, che ha chiesto ai dipendenti di ritornare alle 40 ore settimanali a salario invariato. Sempre in Germania, per salvaguardare i posti di lavoro nei prossimi anni il grande sindacato metalmeccanico, la Ig-Metall, ha firmato accordi che prevedono tagli alle tredicesime e orari più lunghi, anche di 47 ore settimanali, senza aumenti di salario. E per dare un’idea del clima che si va instaurando in Europa, anche a livello politico, il ministro olandese dell’Economia ha dichiarato che ‘le 40 ore devono tornare ad essere la norma’. Le ragioni dell’offensiva imprenditoriale sono ampiamente note, e riguardano l’esigenza di fare fronte ad una concorrenza sempre più forte di Paesi extraeuropei. In caso di rifiuto di orari più lunghi e salari proporzionalmente più bassi le imprese dicono di non avere altra soluzione che il trasferimento nei nuovi stati membri dell’Unione europea, in Sud Africa, in Cina, cioè dove si pagano salari che possono arrivare anche al 20 o addirittura al 10% di quelli attualmente pagati e dove, nella maggior parte dei casi, gli straordinari non vengono retribuiti.
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