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Home - Approfondimenti - Interviste - Sorrentino, tra quota 100 e invecchiamento è concreto il rischio ”desertificazione” nel settore pubblico

Sorrentino, tra quota 100 e invecchiamento è concreto il rischio ”desertificazione” nel settore pubblico

di Nunzia Penelope
7 Marzo 2019
in Interviste
Sorrentino, tra quota 100 e invecchiamento è concreto il rischio ”desertificazione” nel  settore pubblico

Tra gli effetti collaterali  più evidenti di ‘’quota 100’’  c’è quella che si può definire una vera e propria fuga dei pubblici dipendenti verso la pensione. Un’emorragia che si somma a una situazione già consolidata di invecchiamento, con ripercussioni molto gravi, tali da far cadere a pezzi l’intero sistema pubblico. Serena Sorrentino, segretaria generale della Fp Cgil, parla di  un rischio ‘’desertificazione’’,  evitabile solo con un piano straordinario di nuova occupazione che prevede 500 mila assunzioni in tre anni, per compensare il flusso di uscita di pari entità.

Sorrentino, vi aspettavate questa fuga dal pubblico impiego?

Era presumibile. Quando abbiamo fatto il nostro studio sui pensionamenti nella Pubblica amministrazione, è emerso che, a riforma Fornero invariata, nei prossimi due anni le uscite sarebbero state già 500 mila, di cui 146 mila solo quest’anno, più altri 120 mila, come ci segnala la Slc Cgil, nella scuola. Ovviamente, quota 100 ha un effetto moltiplicativo. Cosa che peraltro avevamo fatto presente al governo.

Dopo questa prima ondata di fuga per la pensione secondo voi come proseguirà il flusso, con quali ritmi?

A parte la scuola, i cui termini di uscita per l’anno in corso si sono chiusi  a febbraio, penso che il flusso resterà così per tutto il corso dell’anno.  D’altra parte il lavoro pubblico è molto stabile, quasi tutti hanno più di 40 anni di contributi e l’ età media è elevatissima.  Gli under 34 sono il 2% del personale, gli over 55 sono il 45%. In sintesi, ci sono 595 mila persone che, anche senza quota 100, usciranno nei prossimi tre anni, un quarto dei dipendenti complessivi. E questo avrà due effetti: riduzione dei servizi pubblici e peggioramento della loro qualità. Perché il tema vero è che in contemporanea con queste uscite non c’è un piano di assunzioni.

Ne avete parlato col ministro Buongiorno?

Si, e ci ha detto che dovremmo applaudirla, per aver portato il turn over al cento per cento. Ma se è vero che ci sono tanti anziani che escono, è anche vero che ci sono zero assunzioni. La nostra preoccupazione è che tutto questo, tanto più se sommato a quelli che saranno gli effetti dell’autonomia differenziata, produca una vera e propria desertificazione del settore pubblico. Per esempio, l’Inps è sottorganico di  6 mila unità, ma non le può assumere perché c’è il blocco delle assunzioni e dei concorsi. Anche sbloccandoli, per fare un concorso ci vogliono mediamente sei o sette mesi. Le assunzioni, se va bene, arriveranno nel 2021. Risultato: in carenza di personale l’Inps taglia le sedi territoriali. Quindi meno servizi per il cittadino. E ancora, nella sanità meno personale significa tempi di attesa ancora più lunghi, nella scuola classi più affollate, e via dicendo.

Però il governo sostiene che, proprio grazie a quota 100, per un lavoratore anziano che esce ci sarà un giovane che entra, non è così?

No, perché quando ripartiranno i concorsi sarà al massimo uno che entra ogni due che escono, perché le amministrazioni nel frattempo avranno ridotto il loro fabbisogno per adeguarsi alla carenza di personale. Inoltre, milioni di persone tenteranno comunque i concorsi, con problemi organizzativi evidenti e dilatazione dei tempi. Infine, il decreto concretezza ha complicato ancora di più le procedure dei concorsi, rendendole surreali. Come l’introduzione delle verifiche ex post: prima ti assumo, poi verifico se avevi i requisiti necessari, e se non li hai ti licenzio.

Ci sono cose che si potrebbero fare, per rimediare?

Si potrebbero fare,  ma non si fanno. E dire che questa potrebbe essere l’ondata  di maggior ricambio e ingressi nella Pubblica amministrazione dal 1978. Un’occasione storica anche per cambiare le competenze, renderle più adeguate ai tempi, inserire nuove professionalità nella pubblica amministrazione. Il che avrebbe un effetto positivo anche sui servizi offerti al cittadino. Tanto più alle soglie di una crisi economica, quando la richiesta di servizi, come è noto, aumenta. Ci aspettavamo quindi che in questo specifico frangente costruissero un piano straordinario, invece niente: blocchi delle assunzioni, turn over con limiti, procedure concorsuali assurde e quindi, siamo sempre lì, riduzione dei servizi ai cittadini. Io penso che questo sia uno dei punti di maggiore evidenza delle carenze di programmazione politica del governo.

E della questione reddito di cittadinanza, della misteriosa figura dei navigator, che ne pensa?

Le regioni dicono che se si facessero i concorsi subito, le assunzioni del nuovo personale per i centri per l’impiego (ne hanno promessi oltre 4 mila) partirebbero come minimo da dicembre. A quel punto, però, il reddito di cittadinanza sarà già attivo da molti mesi. Mentre  tutto il resto, cioè proprio quello che doveva essere alla base, le politiche attive del lavoro per chi accede al reddito di cittadinanza, dovrà ancora iniziare.

Ma non è il compito che dovrebbero svolgere i famosi navigator?

I navigator non sono sovrapponibili ai centri per l’impiego, sono due ruoli diversi. Il compito dei navigator è di mappare, parlando con le aziende, i posti di lavoro vacanti e quindi incrociarli con i dati disponibili presso i centri per l’impiego. Ma anche questo meccanismo è farraginoso: i navigator, infatti, verrebbero assunti da una società privata, Anpal Servizi, e dunque non risponderebbero alla dirigenza dei centri per l’impiego, ma, appunto, ad Anpal Servizi. Come si fa a far funzionare una cosa del genere, a integrare i due ruoli? Il nostro giudizio quindi è negativo.  Quello che drammaticamente manca, purtroppo, è la cultura del servizio pubblico. Basti pensare che l’idea del ministro Buongiorno per motivare i dipendenti dello stato è far loro giurare fedeltà alla nazione.

Come Cgil avete lanciato la campagna ‘’assunzioni subito’’, chiedendo mezzo milione di ingressi in tre anni. Come pensate di svilupparla?

Noi lanciamo una vertenza sull’occupazione, sì, ma anche una campagna per un progetto di ‘’ricostruzione’’ del settore pubblico, che non avrà come interlocutore solo il governo, ma punta ad aprire una discussione a tutto campo nel paese. Non è solo un problema di reclutamento, ma di che idea hai della Pubblica amministrazione, su cosa vuoi puntare. Oggi, per dire, c’è un arretramento dei servizi educativi: come pensi di rimediare, che progetto hai? Inoltre: meno occupazione pubblica significa anche più discriminazione, aumento delle diseguaglianze, maggiore disagio per le fasce più deboli. Mentre sappiamo che investire per potenziare il welfare è anticiclico, produce ricchezza, sostiene i consumi.

Tuttavia, si stenta a credere che in Italia i dipendenti pubblici siano ‘’pochi’’. Il luogo comune più diffuso è, al contrario, che siano troppi.

L’Italia è il paese Ue con minore tasso di dipendenti pubblici per cittadino, e rispetto ad altri paesi europei abbiamo la metà dei dipendenti in sanità per numero di abitanti. Dobbiamo far capire che i lavoratori pubblici sono i più grandi alleati dei cittadini. Dobbiamo ricostruire alleanze, evitare contrapposizioni di interessi. Forse è vero che anche il modo classico di impostare le vertenze sindacali non aiuta, pensiamo infatti a campagne social, a rendere virali i nostri messaggi. Ma credo che questa sia la sola opportunità di garantire un  futuro decente alle generazioni che verranno.

Nunzia Penelope

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Tags: CgilPubblico impiegoLavoroPensioniSindacato
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