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Home - Approfondimenti - Interviste - Turi (Uil) se chiude l’Ilva, Taranto diventerà una ghost town

Turi (Uil) se chiude l’Ilva, Taranto diventerà una ghost town

di Emanuele Ghiani
5 Novembre 2019
in Interviste

Il diario del lavoro ha intervistato il segretario generale della Uil Taranto Giancarlo Turi, per chiedergli quale scenario attende la città di Taranto e provincia nell’eventualità di un totale spegnimento della prima acciaieria d’Europa.


Turi, qual è la situazione a oggi dell’Ilva di Taranto?

Partiamo dall’accordo del 6 settembre del 2018 che dettava i numeri che avrebbero consentito di far ripartire l’attività. I lavoratori diretti sono 8.200 e di questi 1.700 in cassa integrazione, in attesa di essere ricollocati nel 2023, come programmato alla fine del piano industriale. Recentemente, si sono aggiunti altri 1.395 lavoratori “sospesi” a causa della crisi globale della siderurgia.

Cosa succederebbe alla comunità tarantina se l’Ilva venisse spenta definitivamente?

Lo scenario sarebbe più simile alle ghost town del far west, quando una miniera d’oro si esauriva. L’economia di Taranto gira intorno alla siderurgia, automotive ed elettrodomestici. Per avere un’idea della dimensione del fenomeno basta vedere i dati: la produzione è calata, considerato che sono attivi due forni su tre. Sul piano economico, il 60% del Pil locale deriva dalla siderurgia mentre prima, quando la situazione era normo-dimensionata, eravamo al 75%. La crisi è stata attenuata dal fatto che l’impianto, dal 2012 a oggi, è sempre in funzione, nonostante il calo della produzione, ma se si fermasse si spegnerebbe non solo la città di Taranto ma tutta la provincia, oltre che un arretramento economico di tutto il Paese. Perché bisogna considerare anche l’indotto del settore siderurgico.

Cioè?

I lavoratori dell’indotto sono circa 3.500 – 4.000 e, a differenza dei lavoratori diretti, che hanno qualche sorta di sistema di protezione, gli indiretti ne sono sprovvisti. Poi andrebbe valutato tutto ciò che ruota attorno al comparto siderurgico. Ad esempio la logistica, che trasporta principalmente acciaio, ne sarebbe colpita. Insomma, con la flessione del trattamento della cassa integrazione, a seguito delle modifiche del Jobs Act, si determinerebbe una perdita netta del 30% del reddito su qualcosa come 15.000 lavoratori complessivi tra diretti e indiretti.

Quali altre ricadute sociali comporterebbe la chiusura dell’Ilva alla città Taranto e provincia?

L’effetto immediato sarebbe un calo del livello dei consumi, poi a cascata gli effetti negativi si rifletterebbero su tutta la vita economica della città. Altra conseguenza immediata sarebbe l’azzeramento del ricorso al credito, perché è garantito esclusivamente a chi ha un reddito continuativo nel tempo. Consideri che abbiamo avuto per circa 60 anni dipendenti che erano altamente solvibili dal punto di vista creditizio. Con la crisi la situazione reddituale si è deteriorata e se chiudesse l’Ilva sarebbe un black out sociale; pensi cosa succederebbe con i mutui per la casa. Inoltre sarebbero coinvolti anche gli altri membri delle famiglie tarantine, considerando che sono per la maggior parte mono-reddito; sarebbero quindi colpite oltre 30.000 persone. Inoltre, potrebbe sembrare esagerato, anche l’istruzione sarebbe compromessa.

In che modo?

Il tasso di scolarizzazione a Taranto è abbastanza basso e con una riduzione estesa del reddito potrebbe aumentare l’abbandono scolastico. Abbiamo dei poli universitari un po’ cedevoli ma che comunque garantiscono un minimo di prosecuzione degli studi. Immagini cosa succederebbe se si venisse a creare una situazione dove la vita stessa è messa pericolosamente in discussione. L’istruzione sarebbe un costo non gestibile per le famiglie, soprattutto per quelle mono-reddito.

Sul versante ambientale qual è la situazione?

Taranto ha un territorio da bonificare per 500 Km quadrati, e in questi anni gli investimenti diretti sulle bonifiche ammontano a 156 milioni di euro. Ma ne servono ancora. È evidente che con questa situazione cala la presenza degli imprenditori, perché diventa un territorio meno attrattivo e avrebbe bisogno di una forte quantità di capitali pubblici per provvedere ai lavori di bonifica. Significherebbe mettere giù un piano importante. È vero che nella vita economica nulla dura nel tempo, ma il futuro bisogna saperlo programmare. Qui non si è programmato assolutamente nulla. Chi vuole che si metta a investire per bonificare un territorio di queste dimensioni e complessità? Ci sono lavori di bonifica a terra, mare e aria, tutti processi in atto che verrebbero immediatamente bloccati se chiudesse lo stabilimento. In effetti verrebbe meno l’effetto inquinante ma le ripercussioni di tanti anni di produzione industriale rimarebbero tutti sul territorio.

Quindi se chiude l’Ilva nessuno, neanche lo Stato, porterebbe avanti i lavori di bonifica?

Non parlo dello Stato indebitato come il nostro, dubito abbia la possibilità di far fronte a una situazione del genere. Comunque gli esempi in Italia non mancano. Bagnoli ha vissuto un’esperienza analoga, con la differenza che è una realtà infinitamente più piccola della nostra; uno stabilimento che non si riesce neanche a smontare, altro che bonifica! Un monumento al degrado e all’inefficienza. Se non si programma niente si immagini che genere di catastrofe sociale ci troveremmo di fronte se chiude l’Ilva. Chi vuole che si interessi di un sito siderurgico, abbandonato, dismesso e ormai tecnologicamente tutto da rimettere in piedi. È veramente un quadro inquietante, non stiamo forzando la mano, non stiamo drammatizzando, stiamo raccontando la realtà per come l’abbiamo vissuta.

Emanuele Ghiani

Emanuele Ghiani

Emanuele Ghiani

Giornalista de Il diario del lavoro.

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