Quando si lavora sugli “zerovirgola”, qualche incidente di percorso va messo in conto. E potrebbe quindi rientrare in questa categoria la discrepanza sui decimali relativi alla crescita del Pil: forniti nei giorni scorsi dall’Istat, contestati da diversi economisti e infine confermati -discrepanze comprese- dallo stesso Istat attraverso i dati trimestrali diffusi oggi.
Tutto inizia martedi primo marzo, quando l’Istat diffonde i dati relativi alla crescita del 2015: più 0,8%, esattamente quanto ipotizzato dal premier Matteo Renzi a dicembre, peraltro in correzione rispetto alla cifra indicato dallo stesso Governo nel Def, 0,9%, ma comunque in aumento rispetto alla stima preliminare di febbraio, che si fermava allo 0,7. Insomma, una bella notizia, a cui segue una pioggia di commenti soddisfatti del Governo accompagnati da doverosi sberleffi ai ”gufi” secondo i quali le previsioni del governo erano troppo ottimistiche.
Tuttavia, qualche economista puntiglioso si mette a far di conto e il conto, per l’appunto, non torna: la vera crescita del Pil 2015 sarebbe attorno allo 0,6, non allo 0,8. Da dove esce quella cifra? Francesco Daverio, docente alla Cattolica di Milano, e Mario Seminerio, consulente finanziario tra i più seguiti grazie al blog Phastidio.it, esprimono i loro dubbi attraverso Twitter, e subito si accende la polemica.
Finché l’Istat, venerdi 4 marzo, fornisce i dati trimestrali, dai quali si evince che nel 2015 il Pil, corretto per gli effetti di calendario, cioè tenendo conto che i giorni lavorativi sono stati tre in più rispetto al 2014, è aumentato effettivamente dello 0,6%, ed è’ arrivato allo 0,8 solo grazie a un ”arrotondamento”: dovuto sia alla differenza di giornate lavorative tra il 2014 e il 2015, sia alla differenza di calcolo del Pil stesso da un anno all’altro. Nel 2014, infatti, erano stati conteggiati 2 miliardi di troppo, sottratti i quali la differenza con il 2015 è aumentata, dando così l’illusione ottica di una maggiore crescita.
Insomma: per arrivare a quel +0,8%, ha spiegato al Fattoquotidiano.it Mario Seminerio, “è stato fatto un gioco delle tre carte, facendo leva sul fatto che lo scorso anno ha avuto tre giornate lavorative in più rispetto al 2014. In più bisogna tener conto che per poter comunicare un ‘+0,8%’ basta arrivare a 0,751, visto che l’arrotondamento viene fatto alla terza cifra decimale”. In effetti l’Istat ha fatto sapere che lo scostamento tra il dato grezzo e quello destagionalizzato è pari a 0,12 punti percentuali: “+0,759% contro 0,642%”.
Mentre Daveri fa notare: “I numeri erano strani e andavano spiegati. Ora leggiamo che il risultato è quello che continuavo a ottenere io analizzando le cifre trimestrali diffuse dalla stessa Istat: +0,6%. Comunque il vero dato è che la crescita si sta fermando: vendite e produzione industriale ristagnano. I consumi non ripartono perché le tasse sono scese troppo poco e le famiglie non percepiscono un aumento consistente del reddito disponibile. In questo quadro, raggiungere nel 2016 il +1,6% previsto dall’esecutivo mi sembra davvero difficile”.
A sua volta, l’Istat ha ribadito: “che la differenza di numero di giorni lavorativi tra 2014 e 2015 avesse approssimativamente un impatto di poco più di 0,1 punti percentuali era stato già precisato con una nota il 5 dicembre 2015″. Quanto all’arrotondamento, sostiene l’Istituto, fa parte della prassi abituale. Il risultato finale, è stato quello 0,1 in più che ha consentito a Palazzo Chigi di stappare lo champagne per la crescita miracolosa. Sono i decimali, bellezza.




























