Il lavoro sommerso è diffuso, anche se in misura fortemente variabile, in pressoché tutti i 25 Stati dell’Unione europea. Lo afferma uno studio, appena reso pubblico, di cui la Commissione europea aveva incaricato un gruppo di esperti. L’incidenza del sommerso sul Pil va da un minimo dell’1,5% in Austria o del 2% del Regno Unito fino al 16-17% dell’Ungheria e al 20% della Grecia. La consapevolezza di quanto si ampio il fenomeno aveva indotto lo scorso anno la Commissione ad inserire una nuova linea guida specifica nel quadro della strategia europea per l’occupazione, al fine di rafforzare e rendere più efficace la lotta contro il lavoro nero. Le “attività produttive lecite, ma non dichiarate ai pubblici poteri” sono tipiche, in ordine di importanza, dell’edilizia, dell’agricoltura, del settore alberghiero, dei servizi alle persone e della collaborazione domestica. In linea generale la maggior parte dei lavoratori non dichiarati sono uomini tra i 25 e i 45 anni, mentre negli Stati di nuova adesione la proporzione di donne che lavorano in nero aumenta con l’aumentare del livello di istruzione. Infine, dal rapporto emerge che il lavoro sommerso è la conseguenza di una serie di fattori complessi, tra cui la rigidità del mercato del lavoro, il peso della fiscalità e la mancanza di fiducia nel funzionamento dello Stato. Solo una combinazione di misure preventive e repressive, sostiene il rapporto, potrà debellare il fenomeno.
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