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Home - Approfondimenti - Analisi - Il contratto nazionale come laboratorio delle relazioni industriali

Il contratto nazionale come laboratorio delle relazioni industriali

di Mimmo Carrieri
17 Settembre 2021
in Analisi
Padoan, 3 mln disoccupati? Valutare non solo dati ma qualità lavoro

“Prefazione al volume Commentario al CCNL metalmeccanici 5 febbraio 2021, a cura di G.Zilio Grandi , Giappichelli 2021”

Alcuni eventi costituiscono il  chiaro termometro dell’evoluzione delle relazioni industriali. E nel periodo più recente il contratto nazionale del settore metalmeccanico costituisce appunto un termometro emblematico di questi passaggi evolutivi.

Ottima quindi l’idea dell’AISRI di predisporre un commentario dell’Accordo del febbraio di questo anno, che consenta di tenere insieme le novità presenti in questo testo, inserendole  nel contempo in una chiave di lettura che guarda all’insieme degli assetti delle relazioni industriali.

Per un lungo periodo, a partire dalla fine degli anni sessanta del novecento, i contratti nazionali dei metalmeccanici hanno svolto un ruolo di battistrada plasmando i caratteri più rilevanti delle diverse stagioni contrattuali. Ora nel corso del tempo questa funzione sembra essersi ridotta, senza però evaporare come attestano le innovazioni introdotte negli ultimi due accordi del settore (2016 e 2021). Circa un decennio fa l’uscita da Confindustria e dal contratto metalmeccanico della Fiat (poi FCA e ora Stellantis) ha avuto un impatto simbolico e pratico di grandi proporzioni. Senza l’industria più importante e dotata di una considerevole leadership il contratto nazionale di questa categoria avrebbe potuto assumere una veste progressivamente ridotta e vicaria. Invece gli attori delle due parti hanno risposto a questa sfida non in modo difensivo, sebbene con un rilancio, mostrando la vitalità complessiva  di un settore che occupa circa un milione e mezzo di lavoratori e resta centrale dal punto di vista produttivo, non solo manufatturiero, tanto per il contributo quantitativo al valore aggiunto nazionale, che per quello qualitativo alla definizione delle principali innovazioni del nostro sistema economico.

Di questa capacità di aggiornamento e di innovazione nell’ultimo mezzo secolo, ed anche nel periodo più recente, oggi abbiamo maggiore consapevolezza, in quanto disponiamo di informazioni e di studi che ci consentono di rilevarla in modo più accurato (come quello promosso di recente  da Federmeccanica e da poco pubblicato, in occasione del cinquantesimo  della costituzione dell’associazione dei datori di lavoro meccanici di Confindustria: Federmeccanica, 2021)

I  due contratti metalmeccanici della stagione più recente hanno costituito un approdo avanzato e  non scontato. Le due parti hanno disegnato un quadro in certa misura diverso da quello impostato  nello stesso periodo dalla Fiat,  eppure mostrando la capacità di dare una sistemazione originale ad alcuni dei nodi principali  che venivano da tempo trascinati: firma unitaria degli ultimi due contratti, e quindi superamento della lacerazione  tra i principali sindacati che aveva a lungo caratterizzato il settore; elaborazione di una contrattazione post-rivendicativa e collegata all’affermazione di poste condivise; l’introduzione di nuove materie, dal welfare alla formazione alla riforma degli inquadramenti; un’attenzione verso la contrattazione decentrata molto forte, ma capace di non sconfinare nel ‘decentramento disorganizzato’ propagandato da Fiat come strada naturale, ed invece fondato sulla ricerca di un collegamento virtuoso tra i due livelli negoziali; l’introduzione di meccanismi che assecondano e incentivano la logica della partecipazione.

Si tratta di uno scenario non scontato e per alcuni versi sorprendente, sul quale proprio per questo appare utile soffermarsi per trarne qualche spiegazione.

Infatti ci troviamo di fronte ad un esito  per certi versi contro-intuitivo, se ci basiamo sulle immagini convenzionali delle relazioni industriali ed anche sulle descrizioni che provengono dalla letteratura scientifica (come si può vedere dallo scenario proposto in Leonardi e Pedersini, 2018).  Queste ci raccontano una storia di deperimento progressivo del ruolo dei contratti nazionali di settore, variamente modulato a seconda dei paesi, e di crescita progressiva del’ importanza strategica della contrattazione decentrata, anch’essa segnata da diversi gradi di intensità, fino a configurare   come obiettivo la piena affermazione del ‘decentramento neo-liberale’ (secondo l’interpretazione di Baccaro e Howell, 2017). Invece il quadro che si è dipanato davanti a noi mostra interessanti tratti di  differenza e discontinuità rispetto a queste rappresentazioni. Il contratto nazionale opera come un vero e proprio laboratorio del ridisegno delle relazioni industriali. Inoltre il decentramento viene auspicato e promosso e si  costruiscono alcuni presupposti per rafforzarlo, ma all’interno di una visibile stretta cooperazione  in chiave regolativa tra i due livelli contrattuali: tale che la piena affermazione del secondo dipende largamente dal pieno funzionamento del primo.

Questo attesta che gli andamenti empirici rientrano raramente nella gabbia imposta dai concetti interpretativi, tanto più quando questi esprimono convinzioni diffuse piuttosto che tendenze reali. Attenzione. Non si intende qui smentire la portata di larga parte degli studi e ricerche dell’ultimo decennio che ci segnalano in modo diverso un ridimensionamento delle relazioni industriali classiche e imperniate intorno al pilastro dei contratti multi-employer. Piuttosto l’intento  che qui vorremmo sottolineare è quello di spostare l’accento degli studi scientifici su aspetti, di natura teorica e pratica, non previsti o meno considerati e che si muovono in controtendenza, mostrando che relazioni industriali  ‘sul campo’ vengono costantemente reinventate dagli attori in carne ed ossa lungo assi, anche innovativi, che spiazzano schemi preconcetti.

Soprattutto alla base di questo divario si rintraccia la sottovalutazione dei margini di manovra e di scelta strategica a disposizione degli attori per interpretare e caratterizzare il campo, vasto ed articolato,  delle attività e relazioni nell’ambito del quale essi intervengono esercitando la loro funzione. Insomma quello che si intende dire è che nel caso di questi contratti gli attori in gioco di entrambe le parti hanno dimostrato di saper ricavare dai vincoli e problemi dentro i quali operavano  non un atteggiamento timido o passivo, bensì le mosse per un adattamento creativo. Che ha portato ad una innovazione non prevista, la quale consiste nel rilancio della funzione trainante del contratto nazionale, anche sotto il profilo della sua capacità di essere il motore di una stagione più ampia e fertile di contrattazione aziendale.

Naturalmente dobbiamo inserire una postilla cautelare (su cui torneremo conclusivamente). La volontà delle parti – il rilancio di un ruolo tangibile ma realistico dell’autonomia collettiva – la troviamo qui affidata alla scrittura di testi contrattuali. I quali indicano con nettezza le volontà e gli impegni delle due parti e la loro voglia di costruire nuove reciprocità, ma nello stesso tempo attendono di essere messi alla prova delle loro capacità realizzative.

I testi raccolti qui di seguito ci consentono di attraversare, con letture attente ed interpretazioni accurate, questa dinamica contrattuale, cogliendone le novità, ed anche i chiaroscuri,  e mettendo in luce tanto le previsioni non banali del testo, che gli atteggiamenti dei suoi protagonisti materiali capaci di incarnare un passaggio forse obbligato ma tutt’altro che scontato.

Varrà qui la pena di utilizzarne alcuni ai fini di qualche sottolineatura ulteriore.

Come osservano Ponte e Ferraro le previsioni di questo contratto configurano la versione settoriale più strutturata del tentativo  di rafforzare la contrattazione decentrata, un tentativo che è stato nell’ultimo decennio il leit motiv delle nostre relazioni industriali. E’ da osservare che proprio questo contratto chiarisce una delle strade utilizzate nel nostro sistema: quella di un decentramento impostato e trainato dal centro: comunque un “decentramento controllato e moderato da spinte in direzione contraria”.

La partecipazione viene arricchita di nuove previsioni e di nuovi strumenti dentro questo contratto, che riguardano tanto la promozione della partecipazione organizzativa che la possibilità di sperimentare un arricchimento della governance tradizionale delle imprese. Non si tratta però solo di  nuances tecniche,  ma più in generale dell’affermazione di una prospettiva. Come nota Santoro Passarelli “l’implementazione di modelli partecipativi rappresenta comunque un valore aggiunto per la produzione di scelte condivise e per prevenire il conflitto”. Ma nello stesso tempo auspica giustamente che tali modelli, diversamente da quanto è spesso accaduto,  non restino sulla carta.

Non vi è dubbio che la novità maggiore e più ambiziosa consista nell’introduzione del nuovo inquadramento professionale a misura della digitalizzazione dei processi produttivi. Come chiariscono bene nel loro contributo Preteroti e Cairoli  questa strada, da tempo richiesta, appare coerente  con l’accettazione della inadeguatezza del vecchio sistema e con le sempre crescenti necessità di aggiornamento continuo e di riqualificazione professionale. Nonostante il passaggio al nuovo assetto si riveli più lento e complesso di quanto dichiarato, pure l’evoluzione appare  significativamente in movimento e soprattutto chiarita la direzione di marcia: “viene introdotta nella classificazione una certa permeabilità rispetto alle attitudini, alle competenze trasversali e alle dinamiche adattative dei lavoratori, prima negletta”. Inoltre va considerato come lo sviluppo di questa materia costituisca anche un importante banco di prova della ‘doppia gamba’ su si regge questo contratto: il ruolo di impulso-quadro del livello centrale, la possibilità offerta in modo sinergico alle azioni promosse dalle rappresentanze aziendali (le Rsu) di trovare i migliori punti di caduta nell’esperienza specifica delle singole imprese.

Ma  non ci troviamo di fronte – varrà la pena tenerne conto – ad una tavole compiuta delle regole.

Infatti nell’ambito delle materie che la Pandemia ha rovesciato sul tavolo spicca per la deludente traduzione quella  legata alla regolamentazione del lavoro a distanza. Approdata ad una formulazione esigua, stretta tra esigenze plurali e diversificate (come osserva Zucaro, che nota anche l’effervescenza di contratti smart di livello aziendale che hanno preso quota nel settore).

L’esito che stiamo analizzando consiste dunque   nella costruzione di una architettura contrattuale  complessa e fortemente bilaterale. Nel quadro di incertezze che ha caratterizzato l’ultimo decennio le due parti avrebbero potuto trovare ragioni per una divaricazione. La scelta operata va in direzione opposta: quella di un rafforzamento della cooperazione, e nello stesso tempo di una sua declinazione almeno in parte  ‘nuova’ e differente dal passato. Su scala generale questo rilancio delle intese tra le parti si è tradotto, come è noto, in una lunga stagione di Accordi interconfederali mirati a fronteggiare, con interventi correttivi adeguati, i limiti della regolazione italiana delle relazioni industriali (rappresentanza, partecipazione,  etc.). Riguardo a questo settore tale  orientamento ed  indirizzo è stato calato nella costruzione di una  strumentazione più ricca del contratto nazionale. Una rete di reciprocità molto diffusa che abbraccia larga parte degli oggetti chiave del contratto. Che si sostanza di osservatori, commissioni e organismi che accompagnano il decollo delle partite più interessanti di questa stagione: contrattazione decentrata, inquadramenti, partecipazione, formazione. Un’architettura  non solo ampia, ma anche molto articolata e molto proceduralizzata che muove in una direzione complessivamente diversa dalle previsioni  avanzate generalmente  negli anni scorsi: quella di  poggiare su una più forte integrazione e sinergia tra i due livelli contrattuali, su una ibridazione  crescente che scommette sulla loro capacità di completarsi e si sostituisce dunque  alla loro contrapposizione di maniera.

Una proceduralizzazione vasta e impegnativa che si regge però non solo sulla volontà politica degli attori, ma anche sulla loro capacità d’azione e di implementazione a larga scala. Intendiamo dire che questa architettura, sostanzialmente condivisibile, per poter funzionare pienamente ha bisogno che gli attori non si limitino ad una attività, pure importante e necessaria, di regia a distanza. Li responsabilizza in modo maggiore del passato, chiedendo  loro un ulteriore sforzo di accompagnamento della rete diffusa e molecolare dei comportamenti dei lavoratori e delle imprese a tutto campo. Quindi non solo un controllo ‘dall’alto’, ma la capacità di promuovere azioni proattive diffuse ‘da vicino ’ nei territori e nei luoghi di lavoro. In altri termini è in gioco la capacità di favorire praticamente l’innalzamento della capacità realizzative delle rispettive constituency  ‘sul campo’ e ‘in prossimità’, nella gestione quotidiana e micro-materiale delle relazioni industriali (anche quando  questa dovesse assumere, come è in molte imprese minori, carattere  ‘informale’ e ‘diretto’).

Le due parti sono chiamate a questo passaggio da varie ragioni sfidanti di cui debbono tenere conto.

Trovare una strada di riaffermazione del loro ruolo, dopo la sbornia  della non felice stagione della ‘disintermediazione’ .

Valorizzare pienamente  quel tratto caratterizzante che spiega largamente la loro forza, che si compendia nell’insediamento capillare, nella loro presenza radicata e nella capacità di interpretazione ‘da vicino’ delle domande e delle aspettative della loro membership e della loro più ampia base sociale di riferimento.

Infine della dimostrazione pratica di potersi caratterizzare non solo per la capacità di scrittura di buone regole e di buoni testi, ma anche per la attitudine a garantirne la messa in opera e  l’efficacia pratica, proprio in virtù della capacità di utilizzare appieno  le dotazioni organizzative  di partenza di cui abbiamo parlato.

In effetti il dato importante con cui misurarsi è che qui le due parti, le quali sono uscite rinvigorite dal ruolo giocato nel corso della Pandemia e che ne spiega la ‘resilienza’ (Carrieri, Feltrin e Zan, 2021), provano a traslare questa accumulazione spostando  la loro attenzione verso la gestione più diretta ed innovativa della trama contrattuale di un intero settore produttivo.

Mimmo Carrieri

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Baccaro L. e Howell C. (2017), Trajectories of Neo-liberal Transformation,  Cambridge, Cambridge University Press

Carrieri M. Feltrin P. e Zan S. (2021), Lo strano caso della resilienza delle associazioni di rappresentanza degli interessi, in  Bassinini F. Treu T. e Vittadini G. ( a cura di), Una società di persone? I corpi intermedi nella democrazia di oggi e di domani, Bologna, Il Mulino

Federmeccanica (2021), Dalla prima alla quarta rivoluzione industriale. Storia delle relazioni industriali dei metalmeccanici,  Milano, Rcs-Open Lab

Leonardi S. e Pedersini R. (ed,)(2018), Multi-employer Bargagining under Pressure. Decentralization Trends in Five European Countries, Brussel, ETUI

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