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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Il bluff delle accise e il conto della manovra: l’autunno decisivo del Governo

Il bluff delle accise e il conto della manovra: l’autunno decisivo del Governo

di Maurizio Ricci
28 Luglio 2026
in Poveri e ricchi
Il paradosso di Meloni: governabilità e stabilità garantite, ma paralizzata (o quasi) sul fronte estero

GIORGIA MELONI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Per saggiare la situazione politica ed economica, non c’è, forse, introduzione migliore dello spettacolo del consiglio dei ministri di una delle maggiori economie mondiali che si accapiglia sugli spiccioli per le sigarette nel disperato tentativo di guadagnare, riducendo le accise alla pompa, quei quattro o cinque giorni, che servono per scavallare il prossimo maledetto weekend, quando gli elettori in massa faranno il pieno e partiranno per le vacanze. Sigarette o no, niente, in realtà,  garantisce che il prezzo della benzina sia più benevolo, quando arriverà il maledetto weekend del rientro. Ma, oltre a Tolkien, Giorgia Meloni ha certamente letto “Via col vento” e, come Rossella O’Hara, deve aver detto: “domani è un altro giorno”. Raramente, a palazzo Chigi, si è volato più bassi.

Non è durato più di qualche mattina il tentativo di vendere al paese la favola di sette miliardi di euro che l’Europa consentirebbe di spendere per far fronte all’emergenza alla pompa. Il governo, infatti, pensa piccolo. Bruxelles, invece, pensa in grande. La Commissione europea si prepara a lanciare una campagna per aumentare il ruolo dell’elettricità nella produzione di energia dei 27 paesi dell’Unione dall’attuale 23 al 46 per cento, nei prossimi 15 anni. E’ la via per uscire dal ricatto che il rincaro di petrolio e metano esercitano sull’economia europea e la ricetta è: un vasto programma pluriennale con più rinnovabili, incentivi ai consumatori per abbandonare gas e benzina, reti più efficienti. Il menu può piacere o meno, ma questo ha in testa la Commissione quando allenta i vincoli  di bilancio per consentire più interventi sull’energia. E, allora, come si incastrava questa agenda comunitaria nel tentativo di Meloni e Giorgetti di allontanare la benzina dalla soglia politicamente letale dei 2 euro al litro con un nuovo intervento tampone sulle accise, facendo intendere che i margini finanziari del decreto erano gentilmente offerti dalla Ue, pronta a consentire sette miliardi di spesa extrabilancio per l’energia? Per nulla, è la risposta: il governo stava tentando di vendere qualcosa che non ha. L’intervento sulle accise è, anzi, proprio il contrario  degli interventi “mirati” sul costo dell’energia su cui insistono tutte le istituzioni internazionali, dalla Ue all’Aie al Fmi. Non per sadismo, ma perché l’unico modo di fermare la corsa del barile è ridurre la domanda, salvaguardando solo i consumi dei più poveri. Quei sette miliardi, è la conclusione, devono andare a pannelli solari e piloni elettrici, non alle pompe di benzina.

Per un governo che si prepara ad affrontare la sua prova finale, tanto difficile quando decisiva, questa prospettiva di medio-lungo termine è una trappola letale. Altro che intercettazioni e preferenze, infatti, sulla strada della destra di governo. Qui e ora, cioè già a settembre, si mette in cantiere una manovra finanziaria decisiva, visto che introduce l’anno delle elezioni. Ma anche la più difficile dell’intero mandato: tesoretti da riservare agli elettori, zero e il paese ci arriva in vistosa frenata.

L’inflazione minaccia salari e consumi, l’ufficio studi della Confindustria certifica un terzo trimestre in salita per le aziende, quello del parlamento (l’Upb, ufficio parlamentare del bilancio) un drammatico crollo dei redditi, rispetto agli altri paesi. La grande occasione del Pnrr – i cui esborsi hanno tenuto a galla il Pil in questi anni – è stata colta solo in parte e, comunque, si è esaurita, senza che quel metodo riformatore si sia fatto pratica di governo. Il volano degli investimenti non gira: Confindustria racconta che i prestiti alle imprese stanno aumentando, ma solo per raccogliere la liquidità che serve a far fronte al caro energia. A maggio, la produzione industriale, infatti, è diminuita. E, da allora, Hormuz e la vitale via del petrolio si è chiusa come le ganasce di una trappola, anzi si sta chiudendo anche Bab El Mandeb e la via del Mar Rosso, mentre l’incertezza su cosa salterà in testa a Trump domani e su cosa intenda con quello che gli è saltato in testa ieri paralizza tutti.

La prudenza suggerisce una Finanziaria di contenimento: “tutti in trincea, niente avventure”. La necessità politica impone, invece, di recuperare l’immagine di una destra di governo che dà la spinta al paese.

Anche se, forse, da inventare non ci sarebbe poi così bisogno. Basta un po’ di coraggio politico. Il paese offre più risorse di quelle a cui siamo abituati e piccoli interventi amministrativi bastano per farle uscir fuori. Siamo pur sempre il paese dei 100 miliardi l’anno di evasione fiscale e, per recuperarla, non serve Maigret e neanche l’ispettore Callaghan. Ad esempio, è bastato decidere che il pagamento di un bene o servizio con il bancomat o una carta di credito e l’emissione del relativo scontrino fiscale non sono due operazioni separate, ma, agli occhi dell’Agenzia delle entrate, la stessa operazione. E – miracolo! – sono emersi 115 milioni di scontrini che, prima, non c’erano. 115 milioni di scontrini che dovrebbero pesare come un macigno sulla coscienza di Salvini, Borghi e i tanti profeti nel governo del diritto al contante e dell’insofferenza per un fisco troppo occhiuto. Bum! Ed ecco 9 miliardi di euro di imponibile, finora imboscato. Vogliamo dire che, da 9 miliardi di imponibile, l’anno prossimo può uscire almeno un miliardo di tasse per l’erario? A farlo per tempo, ci si pagava il taglio delle accise.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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