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Home - Approfondimenti - La nota - Il gioco dell’Oca dei paradisi fiscali

Il gioco dell’Oca dei paradisi fiscali

8 Aprile 2016
in La nota
Il gioco dell’Oca dei paradisi fiscali

Difficile parlare seriamente di paradisi fiscali mentre preme lo scandalo dei Panama papers, con abbondanza di nomi celebri sparati sulle prime pagine, nel giro di 24 ore scesi peraltro da Putin a Verdone, da Cameron a Barbara D’Urso. Difficile perché il rischio di farsi prendere la mano dal ‘’colore’’ e’ incombente, riducendo tutto a un gossip indistinto sui vizi privati dello star system nostrano. E però, il problema della guerra fiscale senza esclusione di colpi che sta devastando i bilanci degli Stati e’ serio e grave, e soprattutto mai risolto da almeno una sessantina di anni. E lo stesso caso Panama, a ben guardare, si potrebbe intendere come una ‘’guerra’’ tra paradisi fiscali: laddove se ne scredita uno per deviare su altri i capitali che vi trovavano rifugio. Ma continuando su questo piano si fa presto a cadere nel complottismo: e dunque, altro  ‘’colore’’. 

Dunque, ben venga una iniziativa come quella presa dalla Cgil, che insieme alla Fondazione Di Vittorio ha organizzato un seminario con la partecipazione di chi il problema lo conosce davvero: da Raffaele Russo, capo del progetto Beps dell’Ocse, a  Mikhail Maslennikov, di Oxfam, da Francesca Mariotti, responsabile fisco di  Confindustria e Tamara Gasparri di Assonime,  a Fabrizia Lapecorella del Mef, e ancora Stefano Ceccacci, di Unicredit, a Pierre Hubbard, segretario del Tuac, Vincenzo Visco, ex minstro delle Finanze italiano.  Il convegno e’ stato pensato e organizzato ben prima di Panama, e infatti l’argomento e’, soprattutto, la tassazione delle multinazionali, peraltro cittadine onorarie di tutti i meglio ‘’paradisi’’ del mondo, europei o caraibici che siano. Per mettere fine a questo sistema di elusione legalizzata e’ stato pensato, appunto, il Beps dell’Ocse: un piano di tassazione che impedisce, o dovrebbe impedire, ulteriori abusi di un sistema che, a oggi, sottrae circa 200 miliardi annui di gettito alle casse fiscali europee.

Il Beps, guidato dal capo del dipartimento fiscale dell’Ocse Pascal Saint Amans, e curato da Raffaele Russo, e’ stato approvato da tutti i paesi del G20, inserito nelle varie leggi di stabilita’ (compresa quella italiana) ed e’ ormai prossimo a diventare concretamente operativo. Spiega Russo quanto sforzo di confronto abbia comportato, con tutte le multinazionali globali –da Apple a Black Rock, da Amazon a Google- ma anche con i diversi governi del G20, ottenerne il via libera.

 I 15 punti cardine del Beps prevedono, tra l’altro, che ogni gruppo multinazionale depositi un bilancio dettagliato per ogni paese in cui opera (Country by country reporting), rendendo di fatto impossibile barare sulla piu’ o meno ‘’stabile organizzazione’’, cioe’ quel meccanismo che ha fin qui consentito alle big company di eludere il fisco in ogni paese in cui operano. Secondo Mikhail di Oxfam che nel solo 2012 questi giochetti hanno sottratto al fisco italiano oltre 4 miliardi di gettito.

Ma per un problema che si risolve, o si spera di risolvere, altri mille restano aperti. La sharing economy, per esempio, secondo un report di Price WatherHouse, nel 2013 ha mosso 13 miliardi di euro, che saliranno a 300 miliardi nel 2025: come intervenire fiscalmente su un sistema basato, sostanzialmente, su uno ‘’scambio’’ di servizi, ancora non si e’ capito. Stesso discorso sull’economia digitale, ‘’dematerializzata’’ per definizione: una sorta di fantasma contro cui il fisco di ogni paese ben poco e’ riuscito a concludere.  Come osserva giustamente  Francesca Mariotti, le regole sulla tassazione delle imprese sono vecchie e inadeguate ai tempi. Ma e’ una inadeguatezza spesso voluta dai governi stessi. Dice infatti  Fabrizia Lapecorella: ‘’quando i capi delle multinazionali discutevano con noi il progetto Beps, ci ricordavano continuamente che non potevano chiamarli ‘’ladri’’ ne’ evasori, poiche’ si limitavano ad applicare alla lettera le leggi che avevano approvato i diversi governi”. Identica risposta, peraltro, con cui il ceo di Apple, Tim Cook, ha gelato la  commissione di inchiesta del Senato americano che cercava di mettere alle strette la Mela per la sua fantasiosa fiscalità, triangolata tra Irlanda e Bahmas,  identico mantra ripetuto, ossessivamente, da tutte le big company dell’universo.

“E’ un gioco mondiale, l’unica via di uscita e’ una risposta altrettanto mondiale’’, osserva ancora Mariotti. Risposte di singoli paesi non ottengono alcun risultato apprezzabile. E tuttavia, e’ utopico immaginare un unico sistema fiscale globale. Più probabile resti a lungo lo scenario attuale, quello in cui ogni Stato da un lato lancia proclami contro i paradisi fiscali, dall’altro lavora per trasformare se stesso nel più vantaggioso dei paradisi, sperando di attrarre capitali di qualunque provenienza. Non si spiegherebbe diversamente per quale motivo proprio tra i paesi del G20, quelli che fin dal vertice mondiale del 2009, complice la crisi finanziaria globale, avevano lanciato la crociata contro i sistemi offshore, ci siano anche quelli maggiormente tolleranti verso gli abusi fiscali: dall’Irlanda all’Olanda, al Lussemburgo, all’Austria, alla Gran Bretagna, fino agli Stati Uniti, il cui presidente, Barack Obama, insiste periodicamente sulla ‘’crociata’’ contro i paradisi, ma dimenticando, ogni volta, il ruolo che nella top ten di questi ultimi svolgono Nevada, Florida, Wyoming e Delaware. Come scrive l’Economist: ‘’Ricostruire i veri azionisti delle società americane collocate in questi Stati e’ più difficile che in qualunque altra parte del mondo’’.

Osserva Vincenzo Visco: ‘’negli ultimi decenni il mondo e’ andato nella direzione sbagliata e ora e’ difficile tornare indietro. Se c’e’ la volontà politica le cose si possono anche fare, diversamente restano come sono’’. Ecco, appunto: la volontà politica:  ‘’Il problema –dice Danilo Barbi, segretario Cgil – e’ che ormai c’e’ una dissociazione tra potere e politica’’. Il potere e’ dove si decide, e si decide dove stanno i soldi, i capitali. La politica, i governi, possono sempre meno. Lo stesso scandalo di Panama, dove emergono nomi di capi di governo e politici di primo piano a livello globale ( nonche’  membri della stessa Ocse che vara il progetto Beps) dimostra che alla fine tutti sotto schiaffo, stanno: le regole le dettano i capitali. E del resto, per dare la misura del problema bastano due dati. Il primo: i paradisi fiscali caraibici, con i loro capitali anonimi, sono il terzo detentore del debito americano, dopo Cina e Giappone. Il secondo: gli stessi paradisi fiscali sono anche il secondo investitore in Cina. Come in un gioco dell’Oca, insomma, si torna sempre al punto di partenza. Forse non basterà  la buona volontà per stroncare quella che e’, a tutti gli effetti, una economia parallela. Oltretutto molto più florida di quella rappresentata dal G20.

Nunzia Penelope

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