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Home - Camera - Commissione Lavoro, pubblico e privato

Commissione Lavoro, pubblico e privato

22 Ottobre 2009
in Camera

(Dal Resoconto Sommario)



SEDE REFERENTE


Martedì 14 maggio 2002. – Presidenza del presidente Domenico BENEDETTI VALENTINI. – Interviene il sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali Pasquale Viespoli.

Delega al Governo in materia previdenziale.
C. 2145 Governo.
(Seguito dell’esame e rinvio).

La Commissione prosegue l’esame, rinviato, da ultimo, nella seduta del 9 maggio 2002.

Carmen MOTTA (DS-U), ricordato che la legge di riforma n. 335 del 1995 stabilisce che la verifica dell’andamento della spesa previdenziale debba essere condotta ogni cinque anni dall’apposito nucleo di valutazione, osserva che i risultati della commissione Brambilla, contenuti nella relazione del settembre 2001, il documento del nucleo tecnico di valutazione della spesa previdenziale, trasmesso al ministro Maroni nel marzo scorso, nonché il rapporto della Ragioneria generale dello Stato del marzo 2002 convengono sostanzialmente sul fatto che la dinamica della spesa per le pensioni in rapporto al PIL risulta per i prossimi cinquant’anni significativamente più contenuta rispetto alla media della Comunità europea. Nel commentare questi dati ritiene che si possa dedurre che i conti della previdenza hanno già perso quella tendenza caratteristica ad aumentare più della crescita del valore del PIL, considerata una vera e propria mina alle fondamenta del sistema economico italiano, anche se ciò non basta a scongiurare il previsto picco della linea di spesa intorno al 2035.
Ritiene che le ragioni di tale inversione di tendenza vadano imputate all’opera riformatrice attuata con la legge n. 335 del 1995, con la precedente riforma Amato del 1992 e con l’aggiustamento del Governo Prodi del 1997: si tratta di provvedimenti decisivi nel bloccare la corsa della spesa e socialmente capaci di porre le basi di un sistema previdenziale con regole uguali e pari diritti per tutti i lavoratori.
A suo avviso, l’attuale Governo dovrebbe prestare particolare attenzione all’equilibrio raggiunto e ai risultati ottenuti, consolidando, piuttosto che indebolendo, le basi del sistema attuale.
Soffermandosi in particolare sulla lettera a) del comma 2 dell’articolo 1, relativa al tema della certificazione, sottolinea che la conferma dei diritti acquisiti per evitare la corsa al pensionamento pare piuttosto una posizione di principio, una sorta di rassicurazione da parte di un Governo che già nel 1994 si rese protagonista in materia previdenziale di interventi penalizzanti. Pur ritenendo condivisibile il principio, osserva che la questione non è quella di certificare la posizione assicurativa maturata, ma quella di garantire un diritto. Infatti, la certificazione, da parte dell’ente di competenza, della posizione previdenziale è un documento amministrativo che non mette i lavoratori al riparo da successive modificazioni di legge; inoltre, la formulazione utilizzata dalla disposizione in esame potrebbe rivelarsi non adeguata rispetto ad eventuali modifiche al sistema di calcolo usato per definire il trattamento previdenziale.
La lettera b) del comma 2 dell’articolo 1, che prevede l’incentivazione di forme di lavoro anche oltre il raggiungimento dei requisiti per la pensione, esentando le parti contraenti dal versamento dei contributi previdenziali, è a sua volta inadeguata e si richiama ad una norma pressoché identica – articolo 75 della legge n. 388 del 2000 – che non ha prodotto risultati significativi per ragioni che investono l’adeguatezza e la sostenibilità dei costi del sistema di welfare.
In considerazione delle conseguenze che il progressivo invecchiamento della popolazione ha sull’entità degli oneri previdenziali e assistenziali, ritiene necessarie misure chiare, affidabili e coerenti con gli obiettivi che il Governo si è prefissato. Ma proprio in merito alla lettera b) del comma 2, dell’articolo 1 vi sono degli elementi di non chiarezza, come il richiamo al regime fiscale e contributivo speciale, per il quale la norma non contiene ulteriori indicazioni. Inoltre, si prevede che l’opzione di rimanere al lavoro sia esercitabile a condizione che il lavoratore si dimetta ed apra con la stessa impresa un nuovo rapporto di lavoro a tempo determinato, annullando così di fatto il diritto derivante dalla certificazione di cui alla lettera a), comma 2, dell’articolo 1, che consente al lavoratore di lasciare il lavoro in qualsiasi momento.
Paventa poi il rischio che l’assenza di obblighi per i datori di lavoro ad accettare le richieste di permanenza dei lavoratori e la previsione di incentivi – come la decontribuzione – sui nuovi assunti generino un conflitto, una concorrenza generazionale tra i due contendenti, il possibile neoassunto e il pensionando, lasciando al datore di lavoro ampia discrezionalità nella scelta: o utilizzare forza lavoro già esperta, nel caso di lavoratori «anziani», risparmiando risorse sulla formazione e sull’innovazione necessaria per l’assunzione dei giovani, oppure optare per l’acquisizione di forza lavoro nuova più conveniente. Si è così di fronte ad una monetarizzazione della prestazione lavorativa e ad un indebolimento del sistema di protezione sociale.
Infine, osserva che la lettera d) del comma 2 dell’articolo 1 prevede il progressivo totale abbattimento del divieto di cumulo tra pensione di anzianità e reddito da lavoro, sia dipendente che autonomo, entrando così in collisione con qualsiasi tentativo di rendere flessibile verso l’alto l’età pensionabile.
In conclusione, ritiene che la proposta di delega non risolva alcun problema aperto ma anzi tenda ad annullare un sistema faticosamente rimesso sulla strada – con il contributo di tutte le forze politiche presenti in Parlamento nella precedente legislatura – del suo risanamento.

Domenico BENEDETTI VALENTINI, presidente, rinvia il seguito dell’esame alla seduta di domani.

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