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Home - Approfondimenti - Interviste - Cipolletta, lo stato imprenditore? Investa per migliorare sanità, scuola e trasporti

Cipolletta, lo stato imprenditore? Investa per migliorare sanità, scuola e trasporti

di Nunzia Penelope
7 Maggio 2020
in Interviste
Cipolletta, lo stato imprenditore? Investa per migliorare sanità, scuola e trasporti

Di Niccolò Caranti - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26500218

Innocenzo Cipolletta, economista, manager, banchiere, ma soprattutto persona con una visione ampia, spesso fuori dal mainstream, talvolta spiazzante. Gli abbiamo chiesto come valuta la crisi economica dovuta alla pandemia, e come pensa che ne usciremo.

Cipolletta, come vede la nostra economia? I dati e le previsioni sono terribili.

Dopo un primo semestre di crollo dell’attività ci sarà una ripresa, ma non sarà tale da recuperare quello che abbiamo perso. Di fatto, con le norme per il distanziamento, è come se avessimo decapitato la nostra capacità produttiva; si lavorerà al 50, 60 per cento. Non potremo mai recuperare il “buco” che si è creato in questi mesi, né gli stessi livelli di crescita, se non molto gradualmente. Il Pil quest’anno perderà  forse dieci punti, il prossimo potrà crescere forse di sette, ma sarà un rimbalzo, non un recupero. E’ comunque positivo che ci sia questo rimbalzo.

Dopo questa crisi, che tanti paragonano a un evento bellico, possiamo sperare in una ricostruzione, in un nuovo miracolo economico? O andremo avanti arrancando verso un penoso declino?

E’ intanto del tutto sbagliato parlare di miracolo anche per quello passato: quello che ci ha condotto al boom del dopoguerra è stato lo sforzo di milioni di individui che hanno penato moltissimo. Miracolo è qualcosa di divino che prescinde dal meritarselo, e che non si ripete.

Infatti non si è mai ripetuto. 

Perché avremmo dovuto studiare le cose buone che facemmo allora, invece di affidarci al concetto di miracolo. Quella che si descrive come un’epoca in cui eravamo tutti pieni di speranza, in realtà era un’epoca di sofferenza e dolore. In quegli anni del boom abbiamo avuto il più alto tasso di emigrazione del mondo. Non era tutto facile e non veniva tutto in automatico. Però sono anche gli anni in cui abbiamo creato una classe imprenditoriale, che ha poi fatto crescere il paese.

Oggi invece si torna a parlare molto del ruolo dello stato in economia. Lei cosa ne pensa?

Il pendolo, indubbiamente, torna verso un ruolo dello stato, la fase dello stato “fuori dall’economia” mi sembra al momento conclusa. La globalizzazione ha portato problemi, oltre che molti vantaggi, e oggi  che i paesi tendono a chiudersi, si cerca la protezione dello stato. Non dobbiamo immaginare che si torni agli anni Cinquanta, ma valorizzarne il ruolo complementare al mercato, questo sì.

Complementare come?

La pandemia ci ha dimostrato quanto siano importanti, per vivere bene, i servizi collettivi,  come la sanità, la scuola, i trasporti. Se il pendolo torna verso uno stato produttore o regolatore di servizi collettivi di qualità, va bene. La sanità, per esempio, è chiaro che non può essere lasciata alle logiche del mercato. Avere letti inutilizzati negli ospedali, da un punto di vista aziendale, è considerato uno spreco ma oggi sappiamo che non è cosi, perché in casi di emergenza è necessario avere attrezzature disponibili. E’ un investimento, che deve essere, non può che essere, della mano pubblica.

Lo stato dovrebbe anche entrare nelle imprese in difficoltà, come si ipotizza?

Lo stato deve avere un ruolo per  definire regole e direttive. Anche vincoli, in alcuni casi, come per esempio in un’ottica di protezione dell’ambiente, che resta un tema ormai ineludibile. Dopo questa crisi, che lascerà molte aziende indebitate, lo Stato può eventualmente entrare nel capitale delle aziende, ma solo per ricapitalizzarle senza entrare nella gestione e pronto a uscire dopo un preciso lasso di tempo. Così stanno facendo anche in Germania.

Intanto tutte le imprese sono in crisi di liquidità, e le banche sembrano assai restie a concederla. Conte ha chiesto agli istituti di credito “un gesto d’amore”. Forse basterebbe semplicemente più fiducia da parte delle banche verso le imprese che vogliono ripartire?

I sistemi economici si basano tutti sulla fiducia. Se ho fiducia che un contratto sarà rispettato, tutto filerà liscio, ma se devo guardarmi le spalle tutto sarà farraginoso. E oggi le banche si devono tutelare nei confronti del fallimento dell’impresa che finanziano, diversamente rischiano un’accusa di bancarotta fraudolenta. Servirebbe un sistema automatico, come in altri paesi, come in Germania. Invece abbiamo una legge fallimentare che certo non aiuta.

Intende una sorta di scudo, di sospensione delle regole?

Sì, una sospensione di quelle norme che, appunto, rendono rischioso per le banche erogare credito. Ci sarà qualcuno che se ne approfitta? Possibile. Ma intanto, dai la liquidità che occorre a chi ne ha bisogno; dopo si penserà a rintracciare e punire chi ha sgarrato.

Però  va considerato anche il rischio criminalità, le possibili infiltrazioni della mafia.

Il rischio criminalità esiste indipendentemente da questa crisi e va combattuto. Ma non si può bloccare provvedimenti utili per il rischio che la criminalità se ne approfitti, oltre al danno ci sarebbero anche le beffe per gli onesti. Credo che questo oggi sia l’ultimo dei problemi che abbiamo.

Come valuta  complessivamente il comportamento del governo in questa emergenza?

Si è mosso rapidamente e ha portato risultati. E oggi dobbiamo riconoscere che anche il reddito di cittadinanza, che come molti altri economisti anch’io ho criticato per la sua formulazione, per fortuna c’è, altrimenti sarebbero assai di più le persone in miseria. Inoltre, penso che anche l’Inps abbia fatto un lavoro egregio, per una volta fidandosi dei cittadini nell’erogazione tempestiva dei sussidi. 

Da statistico, oltre che economista, cosa pensa di questa ridda di dati che ci inonda ogni giorno, sui morti, sui contagi, eccetera? Quanto sono attendibili?

Credo non si possa fare alcuna analisi basandosi su questi dati. Occorrerebbe fare una analisi campionaria, diciamo 10 mila persone, scelte su base statistica, rappresentative della popolazione, per poi capire quanti sono stati contagiati. Ecco, questo potrebbe dare una rappresentazione più esatta della situazione.

E lo smart working? Sarà il nuovo modo di lavorare, dopo la crisi?

Ne sto facendo moltissimo anch’io, e ho la sensazione di lavorare più di prima. Per esempio, i molti spostamenti che facevo per la mia attività, per riunioni in varie città e paesi, erano un tempo di “non lavoro”; ora le riunioni le faccio tutte in un giorno, via computer, e alla fine lavoro di più, o comunque ne ho la sensazione. Ma probabilmente sì, questa è una delle cose che ci resterà.

Un altro paragone che viene in mente è tra questa crisi economica, e quella esplosa nel 2008 in Usa e proseguita, a ondate successive, in Europa, fino al 2012. Era iniziata come crisi del sistema finanziario, poi è diventata crisi dei debiti sovrani. In Italia abbiamo perso il 25 per cento della produzione industriale e parecchi punti di Pil, oltre a un milione di posti di lavoro. Ci sono similitudini, con quello che accade oggi? O sono crisi non paragonabili?

Quella che è definita erroneamente crisi dei debiti sovrani in realtà è stata una crisi dell’euro e dell’Unione Europea. Gli Stati Uniti dal disastro del 2008, innescato dal crollo di Lehman Bros, ne sono usciti in dodici mesi. Siamo noi in Europa che ci siamo costruiti la crisi degli anni successivi, con le nostre mani, con scelte politiche sbagliate.

Vede il rischio che oggi si ripeta la storia? Altre scelte politiche sbagliate in Ue? 

Certo che se tra un anno si chiedesse di restituire il debito, o se Lagarde farà dichiarazioni come quella famosa sullo spread, rischiamo, sì. C’è anche lo scoglio della Corte Costituzionale tedesca che vuole sempre dire la sua sui comportamenti della BCE. Anche se vedo che adesso c’è stato un cambio di rotta, si sta andando meglio. E tra gli altri rischi che vedo c’è anche una ripresa dell’inflazione interna. 

Ma, di fondo, lei non sembra pessimista su come ne usciremo, sbaglio? 

Sono sempre ottimista, diversamente non si va avanti. Mi fa essere ottimista la resilienza di questo paese, della nostra manifattura. Inoltre, immagino che si faranno passi avanti sulla robotizzazione, sull’innovazione tecnologica: l’Italia è sempre indietro, ma quando scatta sa correre molto velocemente. Però dobbiamo stare attenti a non perdere troppo “sottobosco”, cioè quella miriade di piccole imprese che sono fondamentali per la tenuta del tessuto economico del paese, cosi come il sottobosco è fondamentale per sorreggere le grandi foreste. Se riusciamo a salvare anche il sottobosco, potremmo uscirne perfino meglio di prima.

Nunzia Penelope

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