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Home - Approfondimenti - Analisi - Cosa c’è dietro la rottura totale fra Renzi e Landini

Cosa c’è dietro la rottura totale fra Renzi e Landini

di Fernando Liuzzi
23 Febbraio 2015
in Analisi
Cosa c’è dietro la rottura totale fra Renzi e Landini

 Landini: “Ora faccio politica”. Il titolo che campeggia sulla prima pagina del Fatto Quotidiano di domenica 22 febbraio è perentorio: un annuncio, una notizia secca. Il lettore è autorizzato a pensare che il leader della Fiom sia in procinto di abbandonare l’attività sindacale e di buttarsi in politica. Peccato che, nell’intervista raccolta da Salvatore Cannavò, e pubblicata in una pagina interna, di  questa affermazione, messa in bocca a Landini e accompagnata da rulli di tamburi e squilli di trombe, non vi sia traccia. Ma non fa nulla. Perché andando dietro al titolo, per tutta la domenica, e parte del giorno successivo, si è continuato a dibattere, discutere, e replicare su una non notizia.

Purtroppo, non è questa la prima volta, né sarà l’ultima, in cui si produce un caso del genere. Così come va detto che simili fatti sono relativi non solo all’informazione sindacale, ma anche a quella politica o, puta caso, sportiva. C’è però una casistica che segnala come gli incroci fra informazione sindacale, che ha dei suoi specialismi, e informazione politica, che ha una audience più larga, possano provocare dei testa-coda particolarmente pericolosi.

Ma andiamo con ordine. Al mattino del giorno festivo, in edicola, gli appassionati del quotidiano diretto da Marco Travaglio trovano nella parte alta della prima pagina una foto di Maurizio Landini  infilato dentro l’ormai notissima felpa rossa, con tanto di logo Fiom. Sopra di lui, in rosso, il titolo: Renzi, la truffa dei precari. Seconda riga del titolo principale. Landini: “Ora faccio politica”. All’ora di pranzo, sulla terza rete Rai, va in onda “In mezz’ora”, di Lucia Annunziata. Ospite di giornata, nientemeno che il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

Come prevedibile, Annunziata richiama l’attenzione di Renzi sulla sfida che, dalle colonne del “Fatto”, gli viene lanciata da Landini. Renzi reagisce male. Abbia o non abbia letto per intero l’intervista, risponde – non senza una punta di cattiveria – che, dal momento che le cose gli vanno male nel sindacato (alla Fca di Pomigliano, sabato 14 febbraio, solo pochissimi lavoratori hanno aderito allo sciopero contro gli straordinari proclamato dalla Fiom), è abbastanza ovvio che Landini scelga di cambiare mestiere, buttandosi in politica: ‘’Non è Landini che lascia il sindacato, e’ il sindacato che abbandona lui’’.

A questo punto, la polemica tra Renzi e Landini sull’annunciato ingresso in politica del secondo è ormai diventata la notizia politica del giorno. E si andrà avanti per ore, con tweet, dichiarazioni e smentite. Cosa c’è che non va in tutto questo? Un piccolo fatto. Che, come si accennava sopra, nel testo dell’intervista l’annuncio landiniano su un suo imminente ingresso in politica non c’è.

Del resto, basta confrontare la diversa titolazione delle due pagine. In prima, c’è quella che abbiamo citata in apertura di questo articolo. Mentre a pagina 5, dove è pubblicata l’intervista, sta il titolo: Maurizio Landini. “Cambia un’epoca, è ora di sfidare Matteo”.

Nell’intervista, Landini ripete cose che sostiene già da qualche anno, e cioè che “la maggior parte del paese, quella che per vivere deve lavorare” non è rappresentata, mentre invece “la rappresentanza di quegli interessi” è necessaria.  Aggiungendo che, in materia, occorre aprire una “discussione esplicita” rivolgendosi “non solo ai lavoratori”. Ne segue che “il sindacato si deve porre il problema di una coalizione sociale più larga e aprirsi a una rappresentanza anche politica”.

Ora, come è ovvio, si può essere d’accordo con queste affermazioni o dissentire fermamente da esse. E’ del tutto evidente, infatti, che il ragionamento di Landini non solo fuoriesce dallo schema tradizionale presente nella storia del movimento operaio che immaginava una netta divisione del lavoro tra sindacato e partito, ma cerca di andare anche oltre alle più complesse elaborazioni tipiche dell’esperienza della Cgil che ha sempre sottolineato la politicità intrinseca dell’azione sindacale. Così come è evidente che non è ancora chiaro quale possa essere l’approdo pratico di questo stesso ragionamento. Quel che però non si può dire è che, nell’intervista rilasciata a Cannavò, vi siano delle novità straordinarie, dal momento che Landini sostiene queste cose almeno da un paio d’anni.

La novità, se così vogliamo chiamarla, contenuta nell’intervista, sta invece in quello che potremmo definire come un giudizio definitivamente negativo sul Renzi uscito vittorioso dalla battaglia del jobs act. Infatti, Renzi “dice di essere il nuovo”, afferma il leader della Fiom, ma guardando alla sua azione politica “non siamo di fronte alle idee geniali di un giovane rampante”. “Si tratta invece – incalza Landini – delle direttive impartite dalla Bce con la famosa lettera del 2011 e che il Governo sta applicando fedelmente.”

Ora è noto che al loro primo incontro pubblico, svoltosi a fine 2013, quando Renzi era ancora sindaco di Firenze, parve che tra i due scoccasse la scintilla di un possibile rapporto, basato sul ruolo di innovatori che entrambi si attribuivano nel proprio ambito: Renzi rispetto al Pd e Landini rispetto alla Cgil. Così come è probabile che soprattutto Landini abbia investito qualche energia in questo rapporto, nella speranza che l’innovatore Renzi si desse da fare per affrontare e risolvere con una legge ad hoc l’antico e irrisolto problema della rappresentanza sindacale. Così come è noto, ancora, che intorno all’approvazione del jobs act, tale rapporto sia approdato a una crisi che il Diario del lavoro ha già cercato di descrivere. E tuttavia va anche detto che mai, fino a domenica 22, i toni nello scontro fra i due si erano fatti reciprocamente tanto aspri.

Rimane il fatto che, nel testo dell’intervista, Landini non usa neppure l’espressione “sfida a Renzi”, che è invece contenuta in una domanda di Cannavò. E che, insomma, Landini dà mostra di continuare a pensare ciò che viene dicendo da qualche anno, ovvero che la sua intenzione non è quella di intraprendere una carriera politica, ma di restare alla testa della Fiom. Considerando quest’ultima come un sindacato che deve dar vita, appunto, a una coalizione sociale più ampia della categoria dei metalmeccanici, ma aperta al contributo di studenti, disoccupati e precari.

Ora chi volesse scavare teoricamente in questa problematica, potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi che Landini pensi alla Fiom più come a una specie di confederazione sindacale, che non come a un sindacato di categoria. Infatti, nella tradizione sindacale italiana, già la Cgdl prefascista pensava a sé stessa come a una confederazione che, attraverso le Camere del lavoro sparse nei vari territori, doveva puntare a tenere uniti i lavoratori attivi con i disoccupati. Mentre le federazioni di categoria dovevano guidare l’iniziativa dei lavoratori occupati nei diversi rami dell’attività produttiva.

Volendo proseguire in questo ragionamento, si potrebbe immaginare che qui vi sia, in prospettiva, un possibile terreno di scontro, o quanto meno, di attrito, tra la Fiom e la Cgil. Qui, ma non sul terreno immediatamente politico. E’ infatti evidente che Camusso e Landini sono uniti, al di là delle loro volontà e delle loro idee più recondite, dalla necessità di fare fronte comune contro l’iniziativa legislativa e politica del Governo guidato da Matteo Renzi. Da questo punto di vista, la notizia vera di domenica era un’altra. Ed era quella contenuta nell’intervista con Susanna Camusso raccolta da Roberto Mania per “La Repubblica”. Intervista in cui Camusso annunciava in modo più ampio la stessa iniziativa cui accennava anche Landini sul “Fatto”. Ovvero quella di lanciare una raccolta di firme in calce a una proposta di legge di iniziativa popolare volta a definire un nuovo Statuto dei lavoratori.

Morale della favola: la Cgil, con il pieno accordo della Fiom, si propone di lanciare un’iniziativa politica volta a porre il Parlamento di fronte alla necessità di ridefinire la materia ordinata nel 1970 dal vecchio Statuto dei diritti dei sindacati e dei lavoratori, quello voluto da Giacomo Brodolini e Carlo Donat Cattin e scritto da Gino Giugni. Ma la cosa non appare pepata e quindi non interessa i mezzi di informazione nostrani. Un fantasioso titolista butta in prima pagina una frase inventata che allude all’ingresso in politica di un noto dirigente sindacale. Una notizia che sa di scontro, di rissa, di emozioni forti. E questo titolo, per più di 24 ore, occupa la scena sindacal-politica. Perché ormai non sono i talk show quelli che parlano dei giornali. Sono i giornali ad essere fatti in modo da poter essere citati nei talk show.

Sia come sia, c’è una parte della sinistra, o forse anzi varie parti dello schieramento politico, che – con attese diverse e opposti obiettivi – non aspettano altro che il giorno in cui Landini accetterà di assumere su di sé il ruolo dello Tsipras italiano. Per qualche ora hanno creduto di poter gioire. Ma dopo le precisazioni fatte dallo stesso Landini – nella serata di domenica – rispetto alle illazioni derivanti dall’intervista pubblicata sul “Fatto”, hanno capito che, per ora, il leader della Fiom non ha alcuna intenzione di accontentarle.

@Fernando_Liuzzi

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