Il sindacato del ‘’piccolo mondo antico’’ vs il sindacato 5.0. Il sindacato che ‘’resiste’’, ma non emoziona, vs il sindacato ‘’trascinatore’’, che appassiona le masse ma non sa proporre soluzioni. E ancora: il sindacato confederale, che tratta a tutto campo e si allarga anche a rappresentare le comunità sul territorio, vs il sindacato di categoria, che contratta per, e dentro, i settori merceologici.
E’ tutto questo, più molto altro, il succo del seminario organizzato martedì 8 novembre dal Diario del Lavoro sul tema, appunto, di ‘’quale sindacato’’ occorra all’Italia di oggi, ai suoi problemi – politici, sociali, economici- alla sua evoluzione. Tre ore e mezzo di interventi, una dozzina di relatori, modello Ted Conference: ciascuno dice la sua per un tempo dato, poi ai posteri tirare le somme. Soluzioni univoche, infatti, non ne sono emerse; e tuttavia, sono molti gli spunti di riflessione scaturiti dal confronto che, a sua volta, ha preso le mosse dagli interventi sul blog del Diario di Gaetano Sateriale e Riccardo Sanna: il primo responsabile del piano del lavoro Cgil, il secondo chief economist della stessa confederazione.
Il tema di partenza su cui riflettere – e lo indica, da sociologo, Mimmo Carrieri – e’ la perdita di peso del sindacato, sia sul piano sociale sia dell’influenza. “Il cofferatismo – ragiona Carrieri, riferendosi alla stagione d’oro delle “piazze”, durata all’incirca quanto la leadership di Sergio Cofferati alla Cgil, cioè da metà anni Novanta all’inizio dei Duemila- è stato il canto del cigno del vecchio sindacato: grande capacità attrattiva, nessuna innovazione. E oggi non funziona più”. E non funziona per tre ragioni. La mancanza di uno “sguardo lungo e di visione del futuro”, le inerzie organizzative (molta capacità di adattamento, bassa di innovazione) accompagnate da “una coazione a ripetere di tipo resistenziale”, e infine quella che si potrebbe definire una carenza di ‘’marketing’’: “il sindacato, a livello locale fa molte cose innovative, ma non sa valorizzarle a livello generale”. Come risolvere? Non bastano policy nuove: per esempio, come suggerisce Sateriale, andare verso un sindacato molto presente nelle comunità, sul territorio, che contratti nel sociale, per evitare che, restando solo nei luoghi di lavoro, finisca per diminuire la propria ‘’massa’’: occorre anche, secondo Carrieri, mettere in campo una politics, cioè “una visione del mondo che abbia la capacità di emozionare. Non limitarsi a difendere il presente, ma prospettare un futuro, migliore e diverso’’.
I sindacalisti, a loro volta, ammettono errori, provano a indicare soluzioni. Alessandro Genovesi, segretario generale della Fillea Cgil, legge le ragioni della crisi sindacale nella scomparsa della piena occupazione, nella polarizzazione degli occupati ( lavoratori ad alto livello cognitivo vs lavoratori ‘’poveri’’) e, per riflesso, nella incapacità della politica di incidere sull’economia. Quanto al sindacato, è stretto oggi tra due tentazioni: richiudersi nel suo ‘’recinto’’ storico, quello della rappresentanza tradizionale di un mondo del lavoro altrettanto tradizionale, o piuttosto ‘’accarezzare il populismo”, per ricevere in cambio consenso anche da quel ‘’magma’’ inafferrabile costituito da nuovi lavori a bassa professionalità, precariato, ecc. Nessuna delle due, ovviamente, per Genovesi e’ una strada salvifica. Piuttosto, tra le possibili soluzioni, Genovesi indica, per esempio, la revisione dell’attuale modello delle categorie, o la pratica estesa delle bilateralità (che troppi, osserva, ancora ‘’demonizzano’’) come ricomposizione dei bisogni, riportati così da singoli a identità collettiva, nella quale il sindacato giocherebbe un ruolo importante.
Marco Bentivogli, leader Fim Cisl, mette sotto accusa, innanzi tutto, l’ostinazione a vivere ancora nel mito della concertazione inaugurata nel 1993: ‘’quel modello e’ finito. Si e’ esaurito nel 2000, quando il ministro Tremonti presentò il Dpef a Porta a Porta prima che a Cgil, Cisl e Uil’’. Secondo problema, l’eccesso di confederalità ( “siamo l’unico paese al mondo in cui il livello confederale ha un ruolo così forte sulla politica economica’’) che schiaccia le categorie: le quali, in un’ottica di contrattazione decentrata, avrebbero invece bisogno di sempre maggiori spazi. Quanto alla contrattazione ‘’sociale’’ proposta da Sateriale, la risposta di Bentivogli e’ no: ‘’io non voglio portare il sindacato fuori dal lavoro, ma farcelo rientrare. Mi preoccupa che contiamo poco nel mondo del lavoro. Altro che sindacato dei cittadini: oggi il sindacato mi sembra uno di quei cani piccolissimi che abbaiano molto perché hanno la coscienza della propria debolezza’’.
Concorda in parte Paolo Pirani, della Uil: vero, gli strumenti del 1993 non ci sono più, e l’inflazione, del resto, “si discute oggi con la Bce e non a Palazzo Chigi”. Ma è mancata anche un’analisi approfondita sul cambiamento del lavoro, che ormai va dalle alte professionalità specializzate nella bionica ai ‘’cascherini’’ in bicicletta di Foodora. Come si tengono insieme? Il recupero non può che avvenire attraverso la contrattazione, nella quale devono entrare a pieno titolo anche il welfare aziendale e la partecipazione. ‘’Nella trattativa americana con Fca-Chrysler –osserva Pirani- il sindacato era forte perché ha gettato sul piatto anche il peso del suo fondo pensione’’. Partire dai bisogni, quindi, senza però mai dimenticare, come ha ammonito nel suo intervento Tiziano Treu, che questi sono molto disomogenei.
Paolo Baretta, oggi sottosegretario all’Economia, ex sindacalista Cisl, fa una premessa che, col senno di poi, nel giorno in cui l’America va al voto appare profetica: “ se è vero che gli operai statunitensi sono attratti da Trump, qualcosa vorrà pur dire, e occorrerà rifletterci”. Poi ricorre alla metafora poetica: “il sindacato – dice – è il figlio migliore del ‘Piccolo mondo antico’, e dell’opera di Fogazzaro ha anche tutte le caratteristiche: orizzonte ristretto, dominabile, una sorta di malinconia che non e’, necessariamente, nostalgia’’. Curiosa coincidenza, la stessa metafora fu usata da Giovanni Agnelli per spiegare la sconfitta subita dal capitalismo che l’Avvocato definì ‘’del piccolo mondo antico’’, appunto, per mano di quello ‘’nuovo’’: l’occasione era quella della conquista di Telecom da parte dei cosiddetti Capitani coraggiosi, appoggiati dal governo D’Alema e guidati da Roberto Colaninno, nell’ottobre 1999. Fu, quella scalata, l’inizio della fine per il modello di ‘’padroni’’ all’antica su cui si fondarono la ricostruzione e il miracolo economico, ma anche quel capitalismo famigliare e dei ‘’salotti buoni’’ che ha portato, negli anni, alla dissipazione di una notevole parte del patrimonio industriale nazionale.
C’e’ da dire che il sindacato, rispetto ai ‘’padroni’’, ha resistito quasi vent’anni di più: ma anche lui oggi deve fare i conti con un mondo diverso, che richiede necessariamente l’addio al piccolo mondo antico e alle sue certezze. Il problema, osserva Baretta, è dunque la transizione dal vecchio al nuovo: può avvenire senza rotture, senza strappi? E in che misura è possibile produrre uno strappo che liberi energie anche nel percorso sindacale, una sorta di rottamazione auto-prodotta, e tanto più urgente considerando che il sindacato, oggi, ha perso l’esclusiva della rappresentanza sociale e subisce la concorrenza di movimenti, associazioni, e via dicendo? E ancora: come si risolve il rapporto tra redistribuzione e accumulazione, se non si studiano i meccanismi alla base di quest’ultima? E come si trova un equilibrio nuovo tra la rappresentanza oggi anche individuale nel lavoro e il concetto di ‘’massa’’, ormai superato, se nel sindacato vince ancora e sempre la ‘’dimensione collettiva’’? Domande a cui sarà obbligatorio trovare rapidamente quelle risposte che oggi, però, ancora non si concretizzano se non per appunti sparsi.
Il parallelo tra rappresentanza sindacale e ‘’passione’’ torna nell’intervento di Maurizio Del Conte, giuslavorista, presidente Anpal e consulente di Palazzo Chigi, che avverte: ‘’Le passioni oggi vengono monopolizzate da altri attori, quelli che troppo semplicisticamente definiamo populisti. Resta che oggi è difficile immaginare un sindacato trascinatore di masse, mentre quel che conta davvero è: quali sono i temi nell’agenda delle relazioni industriali”. Per esempio: come si pone il sindacato di fronte allo smart working, modello nel quale il parametro per definire la prestazione di lavoro non e’ più il tempo e il luogo? E come si risolve la rappresentanza del lavoro autonomo, che il sindacato ha fin qui trattato come una rappresentanza in sedicesimo del lavoro subordinato?
Ammette i ritardi nella comprensione dei nuovi fenomeni del lavoro anche Vincenzo Colla, segretario della Cgil dell’Emilia Romagna, che tuttavia sottolinea: ‘’La crisi non ci ha fatto perdere rappresentanza, anzi. Abbiamo però una caduta di rappresentatività. Non incrociamo molti soggetti, siamo in ritardo rispetto all’inclusività dei vari lavori, non sappiamo come governare fenomeni globali come le grandi multinazionali del web, che fatturano quanto il Pil italiano con meno di due milioni di lavoratori, noi invece con 13 milioni’’.
Ma le stesse aziende, quanto sono preparate ad affrontare e gestire il nuovo che avanza? Anche il mondo delle imprese, a sua volta, dovrà infatti rinnovarsi o perire, specularmente al sindacato. Pierangelo Albini, direttore per i problemi sindacali di Confindustria, ammette che almeno un 20% di aziende italiane è destinato a scomparire, perché legato a produzioni o sistemi di produzione ormai obsoleti e incapace di ristrutturarsi. E allora una via di uscita per tutti, sindacati e aziende, può essere Industry 4.0, il piano del governo che ha ottenuto il consenso di tutte le parti sociali? Senza dubbio sì, secondo Albini, soprattutto in quanto strumento perfettamente congeniale anche all’avvio della partecipazione, che dovrà rappresentare, in prospettiva, il nuovo modello di rapporti tra sindacati e datori di lavoro. Un sistema, quello della partecipazione, fondamentale anche secondo Valeria Fedeli, vicepresidente vicario del Senato, a sua volta con un lungo passato di sindacalista Cgil.
La crisi del sindacato, dice Fedeli, è soprattutto crisi della confederalità. Per rilanciarla occorre il dialogo sociale sul modello europeo: la vecchia concertazione stile 1993, in estrema sintesi, potrebbe essere proficuamente sostituita da una cultura partecipativa e non più oppositiva, laddove il dialogo presuppone anche il reciproco riconoscimento delle parti. Altrettanto fondamentale, per Fedeli, e’ l’interlocuzione tra forze sociali e politiche, oggi ancora ‘fragile’’, ma che può rafforzarsi e produrre ottimi frutti. L’esempio è quello della legge sul caporalato, “ottenuta grazie al lavoro comune di sindacati e Parlamento, ma anche alla compatta unità fra Cgil, Cisl e Uil, che mai, in tutto il complesso iter della legge, si sono differenziate tra loro o rispetto al lavoro del Parlamento stesso”. Lo stesso sistema che ha prodotto risultati concreti sulle pensioni, o sul progetto pluriennale di Casa Italia. E’, appunto, la politica del ‘’reciproco riconoscimento’’: la sola, forse, che può dare risultati e salvare il sindacato dall’irrilevanza.
Nunzia Penelope



























