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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - I Gufi, le banche e l’automobile

I Gufi, le banche e l’automobile

di Maurizio Ricci
9 Dicembre 2019
in Poveri e ricchi, Analisi
I Gufi, le banche e l’automobile

Nanni Svampa e i Gufi la cantavano negli anni ’60: “Io vado in banca/Stipendio fisso/Così mi piazzo/E non ci penso più”. Andatela a cantare ai dipendenti Unicredit, appena investiti dalla bufera Mustier, l’amministratore delegato che ha annunciato la chiusura di 500 filiali e il taglio di 8 mila posti. E’ la conferma che molta acqua è passata sotto i ponti dai tempi dei Gufi. Ma la corrente si è ingrossata vorticosamente giusto negli ultimi dieci anni. E quello Unicredit è solo uno scroscio di una tempesta più vasta, che scuote tutto il sistema bancario europeo. E non si ferma lì. Ne troviamo un’eco potente in un’altra area privilegiata dell’occupazione: l’industria dell’auto, scossa dalla crisi delle grandi case tedesche.

A ben vedere, a ballare, in questo momento, sono quelli che, fino a ieri, avremmo definito due bastioni della classe media, che non è mai stata tutta borghese. Operaia, nel caso dell’auto, dove la norma dei contratti a tempo indeterminato e l’ombrello della protezione sindacale ha fatto prosperare a lungo quella che, tante volte, abbiamo definito l’aristocrazia dei colletti blu. Squisitamente borghese nel caso dei bancari, espressione di massa di un rango sociale e di uno stile di vita all’insegna della stabilità, della sicurezza, ma anche del miraggio di carriere fulminanti nella finanza. Il fatto che la crisi colpisca questi due bastioni non è, forse, casuale. La crisi del 2008 è stato il frutto, in larga misura, di fattori contingenti. Quella attuale sembra legata a processi profondi, strutturali, a grandi trasformazioni con cui dovremo fare i conti molto più a lungo.

I dati che vengono dalla Germania sono cupi. Ottobre ha registrato brusche cadute sia della produzione industriale che degli ordinativi. Le incertezze della Brexit e delle guerre commerciali Usa-Cina non bastano a spiegare la paralisi dell’industria tedesca dell’auto, un Moloch da 830 mila addetti diretti, più altri 2 milioni nell’indotto. Nel mondo, quest’anno si venderanno 4 milioni di auto in meno, rispetto agli oltre 80 milioni di veicoli del 2018 e l’auto tedesca ha accusato un crollo di vendite pari al 14,4 per cento: un disastro. Audi, Daimler e giganti dell’indotto come Continental e Bosch hanno annunciato tagli di occupazione per 50 mila addetti. Secondo il Center for Automotive Research da qui al 2030 salteranno almeno 233 mila posti di lavoro. Le ombre di Trump e di Boris Johnson sono solo un elemento. Dietro ci sono mutamenti profondi ed irreversibili: l’auto arriva a fare i conti con il riscaldamento globale e le emissioni di CO2. Si ammaina di colpo la bandiera del diesel, punto di forza del made in Germany. E si concentrano sforzi e investimenti sull’elettrico, dovendo scontare, in termini di complessità e intensità produttiva, l’enorme semplificazione che il motore elettrico (in sostanza, una batteria e quattro fili) rappresenta rispetto a quei prodotti di raffinata ingegneria che sono i moderni motori  a combustione interna, assemblati con centinaia di pezzi e congegni diversi.

Anche le banche affrontano una sorta di mutazione genetica. Il peso di tassi d’interesse, bassi a livelli record e, spesso, negativi è solo un elemento della crisi che ha prosciugato la redditività degli istituti di credito. Dal 2008, le 10 maggiori banche europee per capitalizzazione hanno ridotto gli organici del 20 per cento. Adesso, si preparano ad un altro giro di vite, annunciando tagli, complessivamente, per 60 mila posti, circa il 6 per cento dell’occupazione del settore in Europa. Unicredit ne taglia 8 mila, Deutsche Bank quasi 20 mila. Commerzbank riduce il personale dell’8,7 per cento, la Barclays del 3,6, Caixabank, in Catalogna, del 5,3, Santander e Société Générale fra l’1,4 e il 2,3 per cento.

Anche qui, il regime dei tassi è solo un elemento. Mutano radicalmente e irreversibilmente i processi produttivi, come ci accorgiamo tutti, ogni volta che andiamo al bancomat o paghiamo l’Imu via computer. Ma, come era facile prevedere, il robot – nella sua versione incorporea: il software – non si limita ad avanzare. Sale. La stretta sull’occupazione non riguarda più solo gli impiegati di filiale e di sportello. Da aprile ad agosto, a tagliare sono state soprattutto le banche di investimento, il settore più sofisticato della finanza tradizionale, quello che gestisce i risparmi, investe, compra, vende titoli e materie prime. Citigroup, Barclays, SocGen, Hsbc hanno licenziato 30 mila dipendenti, il 6 per cento del totale degli addetti che avevano in questi settori che, fino a ieri, erano la punta di diamante dell’attività bancaria. Colpa dell’automated trading, le transazioni gestite alla velocità di nanosecondi dai software. E del fintech, la finanza online, che cattura sempre più clienti. Metalmeccanici e bancari, miti del XX secolo, il XXI se li sta lasciando alle spalle.

Maurizio Ricci

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Maurizio Ricci

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