Secondo i dati contenuti nel rapporto annuale dell’Inps, nel 2016 i licenziamenti di dipendenti a tempo indeterminato sono stati oltre 685mila, in gran parte (439mila) avvenuti nelle piccole imprese. Rispetto al 2015, l’aumento è rilevante (+33mila) e ha coinvolto tanto le imprese fino a 15 dipendenti (+16mila) quanto quelle più grandi (+17mila).
L’aumento dei licenziamenti registrato nel 2016 fa seguito alla diminuzione avvenuta nel 2015: rispetto al 2014 la contrazione era stata particolarmente significativa per le imprese con più di 15 dipendenti (-45mila), mentre per le piccole imprese la flessione era risultata di modesta entità (-2mila).
L’Inps sottolinea che i numeri disponibili smentiscono l`attribuzione della crescita dei licenziamenti nel 2016 agli effetti del Jobs act. Un possibile effetto è riconducibile al mutamento della regolazione per accedere alla cassa integrazione straordinaria. La riforma del mercato del lavoro ha innalzato il costo di accesso alla cassa integrazione e irrigidito i criteri di ammissione. Ciò può comportare una maggiore propensione delle imprese alla risoluzione dei rapporti di lavoro, anziché alla loro sospensione.
La crescita dei licenziamenti nel 2016, se fosse dipesa dal Jobs act, vale a dire dal superamento dell`articolo 18 e dall`incremento del costo di accesso alla Cigs, avrebbe dovuto caratterizzare essenzialmente le imprese con oltre 15 dipendenti. In realtà, la crescita è stata più rilevante nelle piccole imprese, sostanzialmente estranee a tali riforme.
“Quello che il contratto a tutele crescenti sembra avere fatto – ha precisato il rpesidente dell’Inps, Tito Boeri – è rimuovere il tappo alla crescita delle imprese sopra la soglia dei 15 dipendenti”. Gli incentivi fiscali sulla decontribuzione per i nuovi assunti con il Jobs act, invece, “non sembrano avere avuto alcun ruolo in questo contesto”.
Nonostante il trend crescente, i licenziamenti nel 2016 sono risultati comunque inferiori a quelli del 2014 e degli anni post crisi 2008. Il tasso di licenziamento nel biennio 2015-2016 è infatti inferiore al 6%, livello che dal 2009 in poi era stato sempre superato.
La variazione più significativa del tasso di licenziamento ha riguardato i dipendenti nati in Paesi extracomunitari, per i quali è salito dal 7,4% del 2015 all`11,2% del 2016 a seguito di un incremento dei licenziamenti che ha sfiorato il 50%. Per i nati in Italia, invece, è rimasto fermo al 5,2% e la variazione dei licenziamenti è risultata praticamente nulla (+0,1%).
La rottura nel confronto con l’anno precedente avviene per gli stranieri a marzo, in netta coincidenza con l’introduzione per legge dell’obbligo di comunicare telematicamente le dimissioni. Ciò ha comportato modifiche sia nelle prassi di comunicazione relative alle conseguenze di alcune fattispecie come la non presentazione al lavoro sia, per gli stranieri (imprenditori e lavoratori), nuovi adempimenti burocratici almeno inizialmente ritenuti troppo complessi e aggirati con il licenziamento, divenuto o percepito più semplice delle dimissioni.
I licenziamenti per giusta causa risultano i più dinamici: nel 2016 sono aumentati del 5% e la loro incidenza, sul totale dei licenziamenti, è passata dal 9,1% del 2015 all`11% del 2016.
Anch`essi risentono dell`impatto delle dimissioni online. Oltre all`introduzione delle dimissioni online.





























