Una politica industriale che rilanci la produzione e un intervento che abbassi le tasse sul lavoro e sulle imprese. Sono queste le richieste avanzate dalla Uiltec, il sindacato dei chimici, dei tessili e dei lavoratori dell’energia della Uil, in occasione di un grande convegno che ha avuto luogo a Roma. Oltre a Paolo Pirani, segretario generale di questo sindacato, c’erano Luigi Angeletti, il segretario generale della Uil, il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi e, sul banco degli imputati il viceministro allo Sviluppo Claudio De Vincenti e l’ex ministro, sempre dello Sviluppo, Corrado Passera. Aveva tutta l’aria di un regolamento di conti e questo è stato. Il più duro è stato Angeletti, che ha tenuto una requisitoria contro il governo, che ha accusato con molta forza di non essere in grado di svolgere una politica all’altezza della situazione. Stiamo andando a picco, ha detto in sintesi, e il governo non ci aiuta. Può sopravvivere, galleggiare per un po’, ma il paese in queste condizioni è destinato ad affondare. Comunque il sindacato, ha aggiunto con molta polemica, non sarà né complice, né corresponsabile. Tutto, a suo avviso, si gioca nei prossimi giorni, quindi decisivi, con la legge di stabilità. Ma, ha aggiunto, servirebbe molto coraggio, perché così come stiamo adesso non possiamo che andare al défault. La produzione, ha ricordato, è calata del 25%, ma soprattutto è scesa del 15% la capacità produttiva, per cui non ci sono più le premesse per ripartire. Servirebbe un grande coraggio per imprimere la svolta necessaria, ma questo governo coraggio non ne ha o non ha mostrato fin qui di averne. Non sa assumersi le sue responsabilità, non è in grado di aggredire interessi esistenti che devono invece essere sacrificati, perché questo sarebbe governare per far crescere il paese e non solo far galleggiare il governo. Un attacco fortissimo alla classe politica. “Esistono, ha detto, 960mila persone che vivono di politica: non so se è giusto o meno, so che non ce lo possiamo permettercelo”. Ed è stato un diluvio di applausi. La categoria era tutta con lui.
Squinzi ha preferito non attaccare il governo, ma ha ribadito che servono 10 miliardi di euro per abbattere in modo significativo il cuneo fiscale e far sì che in questo modo cambi la congiuntura. Ha ricordato i molti accordi raggiunti con il sindacato, per la produttività, la rappresentanza, la contrattazione: come a dire, noi abbiamo dato, adesso tocca alla politica.
In queste condizioni l’accusato era uno solo, il governo. De Vincenti si è preso questo compito e ha scelto la via diretta. Sapeva di essere molto apprezzato dal sindacato, perché si è battuto a lungo, anche quando era sottosegretario con il governo Monti, per risolvere tante crisi aziendali, e ha svolto quello che lui stesso ha definito un intervento spigoloso. Tanto spigoloso che in più occasioni è stato contestato dalla platea, al punto che Pirani è dovuto intervenire per zittire i più scalmanati ricordando loro che De Vincenti era stato invitato proprio per sapere come la pensava. E lui lo ha fatto. Per prima cosa ha detto che le critiche alla legge di stabilità devono essere elevate solo dopo che la legge è stata fatta, non prima. Poi ha toccato il tema degli sprechi affermando senza mezze parole che questi per buona parte sono stati voluti o accettati dal sindacato. Dietro la spesa pubblica, ha ricordato, ci sono persone e stipendi. Ci sono gli eccessi di personale pubblico che non è possibile ridurre. Lo stesso per i trasferimenti alle imprese, sono soldi dati per progetti che non è possibile tagliare se si vuole la ripresa. E poi, ha aggiunto, ci sono interventi strutturali da fare, perché sono dieci anni che non c’è crescita, quindi è chiaro che ci sono problemi di struttura, e questi non sono facili. Alcune cose sono state fatte, ha ricordato, per l’energia, il fisco, le regole finanziarie, l’innovazione, per alcune aziende, la Snam, la Finmeccanica e altre. Questo non vuol dire,e ha aggiunto, che non si farà di più. Si deve fare e si farà, ha assicurato.




























