E’ partito subito male il confronto avviato dal governo sui temi del recupero di produttività. Monti ha chiesto alle parti sociali un accordo tra di loro da presentare al prossimo vertice europeo, senza però impegnarsi in nulla. Le parti sociali hanno chiesto al governo di metterci qualcosa in più, almeno per avere una detassazione del salario variabile al livello di quella degli scorsi anni, ma non hanno ottenuto una risposta positiva.
Tutti sanno che proprio il recupero di produttività è il primo problema in questo momento per il nostro paese, ma non sembra sia scoppiata quella scintilla che potrebbe condurre velocemente a un accordo e far risalire la competitività del made in Italy. Solo Raffaele Bonanni ha colto l’occasione al volo per rilanciare la concertazione, ma non sembra che sia in vista una ripresa del ruolo politico delle parti sociali.
In più Monti ha creduto bene di attaccare anche lo statuto dei lavoratori, sul quale del resto questo governo è intervenuto già pesantemente riscrivendo l’articolo 18 sui licenziamenti. Ad avviso del nostro premier lo statuto era anche mosso da nobili ideali, ma nei fatti ha impedito la crescita dell’occupazione. Monti non ha chiarito quali siano a suo avviso le norme incriminate, ma certo ha indispettito le parti sociali, i sindacati soprattutto che già hanno mal digerito le norme sul mercato del lavoro. Cgil e Uil parlano apertamente di sciopero generale, quello per i pubblici dipendenti è già in calendario. La Cisl ricalcitra all’idea di un nuovo sacrificio da chiedere ai lavoratori, ma anche a via Po si rendono conto della gravità della situazione.
Questo non significa che sul piano del recupero di produttività non si possano avere dei risultati concreti. I primi incontri sono già partiti per verificare se sia possibile un accordo interconfederale ed è credibile che si intensificheranno nelle prossime settimane. Ma è difficile che si possa giungere a qualcosa di concreto, che serva davvero a ridurre il gap nei confronti della nostra concorrenza internazionale perché la strada è tutta in salita.
Forse sarà più facile il dialogo tra sindacati e Confindustria, perché queste organizzazioni hanno già sottoscritto un’intesa nel giugno del 2011, alla quale non a caso Monti ha fatto più volte riferimento in questi giorni. Quell’accordo interveniva sul modello contrattuale in maniera molto pesante e le parti potrebbero cercare di massimizzarne gli effetti allargando e potenziando il decentramento contrattuale. Facile a dirsi, meno a farlo, perché quell’accordo no a caso non è stato applicato negli ultimi quindici mesi.
Un ritardo dovuto al fatto che quell’intesa conteneva anche, ed era la parte più importante, specialmente per avere un’ordinata gestione della partita contrattuale, delle norme sulla rappresentanza e sulla rappresentatività di estrema rilevanza, che avrebbero innovato in profondità la realtà che abbiamo vissuto finora e che hanno determinato resistenze molto forti. Si dovrebbero quindi rimuovere questi ostacoli, ma la strada non sembra agevole.
Più difficile ancora il dialogo tra i sindacati e le altre confederazioni imprenditoriali che non avevano né negoziato, né firmato quell’intesa del giugno 2011, che quindi non può essere presa come base per un accordo più generale da chi rappresenta i settori produttivi diversi dall’industria.
Ma anche se tutte queste resistenze fossero rimosse e le parti sociali decidessero di rivedere le norme sulla contrattazione, la strada rimarrebbe sempre in salita. Perché mancano le risorse necessarie e nessuno è disposto a fare sacrifici. Il discorso è molto semplice. Per accrescere la produttività è necessario che si svolga un dialogo nelle singole aziende, dove è più facile capire cosa non funziona, dove la produzione soffra di più. Lì è possibile intervenire prevedendo degli aumenti salariali legati a risultati pratici. Quanto è stato fatto in questi anni, ma adesso si tratterebbe di accrescere la massa salariale legata ai risultati perché l’effetto sia più forte. Ma i sindacati sono davvero disposti ad accettare questo cambiamento? E’ lecito supporre che le resistenze saranno molto forti perché, dal momento che non ci sono soldi a sufficienza, se deve crescere il salario dato in azienda deve necessariamente ridursi il salario distribuito con i contratti nazionali. Ma le federazioni di categoria, che hanno già presentato le loro piattaforme per il rinnovo dei contratti, moltissimi, che scadono a fine anno, nell’industria, nell’artigianato e nei servizi, sono disposte a ridurre le loro richieste in vista di maggiori aumenti salariali in azienda? E’ lecito dubitarne, anche considerando che non tutti i lavoratori hanno un contratto di secondo livello.
Massimo Mascini




























