La stagione contrattuale invece di razionalizzarsi si complica ogni giorno di più. La conclusione della trattativa per il rinnovo del contratto dei chimici ha dato la stura a una polemica infinita all’interno dello schieramento imprenditoriale, in cui sono, o sembrano, tutti contro tutti. Sul banco degli accusati il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, colpevole di non essere stato in grado di condurre in porto il negoziato con il sindacato per nuove regole della contrattazione. Non era facile, ma era il suo compito. E il suo decalogo, poi ristretto in un pentalogo, ha per lo più deluso per l’inconsistenza delle indicazioni che ha fornito. Tanto che anche il suo più diretto collaboratore, Stefano Dolcetta, il vicepresidente che ha la delega per i problemi sociali, si è ribellato annunciando (salvo poi ritirarle o negarle) le sue dimissioni dall’incarico in segno di protesta per questa mancanza di chiarezza.
Fatto è che le categorie soffrono per la mancanza di una linea precisa cui attenersi. Dal vertice arrivano indicazioni per lo più contraddittorie tra loro e il “libera tutti” che è seguito al fallimento del dialogo interconfederale ha causato solo disorientamento. Tra dieci giorni cominciano a trattare i metalmeccanici e non sarà facile per loro seguire una via precisa. In discussione, anche se non se ne discute, è il ruolo del contratto nazionale e il rapporto con la negoziazione di secondo livello. Quale deve essere il centro del confronto? Il dialogo in azienda o quello di categoria? E’ chiaro che i desideri delle imprese non coincidono, anzi spesso divergono tra loro, ma in fin dei conti Confindustria a questo serve, a dare un ordine e una scala di priorità all’azione pur in presenza di interessi che sono, o appaiono, divergenti.
Una discussione ancora molto legata al passato, mentre invece il futuro è alle porte, forse è già una realtà. Industry 4.0 è già una realtà, a macchia di leopardo quanto si vuole, ma già tale da caratterizzare lo sviluppo della nostra produzione. Un progetto, fortemente finanziato, specie in Germania, che vede una massiccia digitalizzazione della produzione, sempre più spinta, macchine che parlano tra loro, evolvono e producono innovazione continua in un processo evolutivo di cui ancora nemmeno si intravedono bene i contorni. Le sperimentazioni sono sempre più numerose e parlano una lingua alla quale non siamo abituati, ma che non può non divenire il nostro pane quotidiano. Lo sviluppo della nostra industria, quindi della nostra economia, dipende essenzialmente dalla capacità di spingere in avanti questo processo di continua innovazione e interazione. Se non riusciremo a tenere il passo degli altri, dei nostri concorrenti, siamo destinati all’emarginazione, il benessere calerà, diverremo più poveri.
La fabbrica che si fa intelligente, diventa sempre più flessibile, efficiente. Il lavoro che cambia altrettanto rapidamente. Il primo risultato di questa trasformazione sarà una riduzione dell’occupazione, ma questa sarà solo una prima fase, poi verranno i benefici e l’occupazione salirà di nuovo, anche prepotentemente. Ma sarà diversa. Innanzitutto perché se calerà il numero dei lavoratori impegnati nella produzione vera e propria, aumenterà quella che sta a monte e a valle della produzione. Ma soprattutto cambierà la qualità del lavoro. Al lavoratore della fabbrica intelligente si chiederà una partecipazione molto maggiore di quanto non sia stato in passato. Non sarà più il terminale più o meno intelligente, sarà parte attiva in questo dialogo tra macchine e uomini oltre che tra macchine e macchine. Saranno sempre più lavoratori polivalenti, proattivi, capaci di conoscere l’intero flusso produttivo e non solo una parte, magari minima, di esso. Avranno maggiori responsabilità e naturalmente una preparazione molto più ampia. L’operaio medio, se ancora si parlerà di operai, avrà una cultura almeno di scuola superiore, una buona conoscenza dell’inglese, una predisposizione al cambiamento e al lavoro di gruppo.
Cambierà profondamente il lavoro e il lavoratore, non potrà non cambiare il sindacato o, forse è meglio dire, la rappresentanza dei lavoratori. Già adesso, come è emerso da una recente indagine del quotidiano La Stampa, la colpa maggiore che si attribuisce al sindacato è quella di non capire come sta cambiando il lavoro. Se avverrà, e non può non avvenire, questa profonda e velocissima trasformazione del lavoro, quella incapacità non potrà che crescere parallelamente e il sindacato potrebbe trovarsi spiazzato. Per questo deve cambiare, capire cosa sta avvenendo nel mondo del lavoro e adeguare la sua azione a un rivendicazionismo moderno, tutto diverso dagli schemi novecenteschi ai quali siamo colpevolmente abituati.
Nel pieno di questa trasformazione il dramma di una stagione contrattuale che non riesce a decollare e genera più divisioni che alleanze suscita numerose perplessità. Sempre in quell’indagine de La Stampa, alla domanda come andrebbero le cose senza il sindacato, il 27% degli intervistati ha risposto “meglio”, il 40% ha detto “allo stesso modo”, il 33% ha detto “peggio”. C’è il rischio notevole che quel 60% che sembra poco attento all’immanenza del sindacato sia destinato pericolosamente a crescere.
La realtà del progetto Industry 4.0, le sue conseguenze sul lavoro, il lavoratore, la formazione e il sindacato sono gli argomenti al centro di una relazione che Annalisa Magone, amministratore delegato di Torino Nord Ovest, un centro di ricerche avanzato torinese, ha presentato questa settimana a un convegno organizzato dallo Ial, l’Istituto per la formazione della Cisl, presieduto da Graziano Treré. Il diario del lavoro ha pubblicato in documentazione una sintesi molto ampia di questa relazione.
Contrattazione
Questa settimana i lavoratori del gruppo Fca, iscritti al sindacato americano Uaw, hanno approvato il nuovo contratto collettivo di lavoro, di durata quinquennale. Sul fronte del settore Pneumatico, la vertenza Michelin è ancora in stallo: sindacati di categoria e azienda si sono incontrate per discutere del piano industriale, senza però arrivare a nuove soluzioni. Si è invece risolta la vertenza Electrolux: sindacati e azienda, infatti, hanno sottoscritto l’accordo per il ricorso al contratto di solidarietà per il sito di Forlì. Ancora, è stato raggiunto un accordo aziendale tra la Basf di Mortara e sindacati di categoria, contenente in particolare un più ampio welfare aziendale e la possibilità di anticipo del Tfr. Rimanendo in tema di accordi aziendali, i lavoratori della Cifa, azienda operante nel settore delle costruzioni, hanno votato positivamente l’accordo, con il 93,4% dei consensi.
Brutte notizie per i lavoratori dei cantieri navali di Palermo: la direzione aziendale ha confermato ai sindacati il piano di una cassa integrazione per 13 settimane, a zero ore, per 160 lavoratori. Infine, la vertenza della Fondazione Don Carlo Gnocchi non ha ancora trovato una soluzione: lavoratori e sindacati di categoria e territoriali si sono mobilitati dopo la conferma da parte della Fondazione della disdetta unilaterale del contratto nazionale.
Interviste
Il segretario della Femca Angelo Colombini, intervistato dal direttore de Il diario del lavoro Massimo Mascini in merito ai recenti accordi sul settore chimico, rivendica un ruolo di battistrada alla sua categoria.
Documentazione
Oltre alla relazione su Industry 4.0, su Il diario del lavoro è possibile consultare le ricerche effettuate da Confocmmercio-Censis in merito al clima di fiducia delle famiglie e alla crescita economica, il testo della Cida sulla flessibilità delle pensioni, i rapporti Istat sulle retribuzioni contrattuali, sul commercio al dettaglio ed estero extra Ue, sulle compravendite immobiliari e mutui, sul fatturato e ordinativi dell’industria.



























