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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - L’ottimismo del Fondo Monetario e la realtà (dura) del Sud

L’ottimismo del Fondo Monetario e la realtà (dura) del Sud

di Maurizio Ricci
7 Aprile 2021
in Poveri e ricchi, Analisi
Fmi, l’Italia consolidi i conti pubblici per rafforzare la crescita

Dunque è vero che la partita ce la giochiamo ora, in queste settimane, e tutta sui vaccini. Spulciando nei conti della Ue, si poteva vedere che l’ipotesi del raggiungimento, già questa estate, di una immunità di massa è in grado di regalare al Pil quasi due punti in più, rispetto alle previsioni fatte quest’inverno. Il Fondo monetario internazionale ora sostanzialmente conferma: se la campagna vaccinale manterrà il ritmo promesso, nel 2021 l’economia italiana può crescere del 4,2 per cento, ben 1,2 punti in più di quanto lo stesso Fmi prevedesse solo tre mesi fa, a gennaio. Uno scatto superiore a quello di qualsiasi altro paese europeo, qualcosa che, su questo terreno, all’Italia accade assai raramente.

In larga misura, l’ottimismo che il Fmi sparge a piene mani è il riverbero della straordinaria accelerazione che la presidenza Biden sta imprimendo all’economia americana, destinata a crescere, quest’anno, del 6 per cento e a trascinare con sé tutti i paesi avanzati. A sorpresa, tuttavia, l’ottimismo del Fondo va al di là della scommessa su un ampio rimbalzo congiunturale e rovescia il pessimismo che si era diffuso sulle prospettive a più lunga scadenza dell’economia. Il rischio – si diceva – è  che una crisi come quella generata dalla pandemia, brutale e anomala, perché colpisce anche aziende sane, lasci cicatrici profonde nel tessuto occupazionale e aziendale, che potranno essere superate solo a fatica e lentamente.

Niente affatto, giubila invece il Fondo nel suo Outlook nuovo di zecca: dopo la crisi  del 2008, l’economia mondiale è precipitata del 10 per cento e ha impiegato dieci anni a recuperare il passo perduto. Questa volta, già nel 2024, saremo appena un punto percentuale sotto, a livello globale, al livello a cui saremmo giunti se la pandemia non si fosse mai scatenata. Merito del coraggio con cui l’austerità di dieci anni fa è stata negata e dei potenti meccanismi di stimolo che i paesi – quelli avanzati in particolare – hanno innescato in questa crisi.

Davvero, allora, presto, vaccini permettendo, potremo dimenticarci tutto? Il dubbio e il timore vengono scorrendo la stessa analisi del Fmi che sottolinea le diverse prospettive delle economie avanzate, più solide e strutturate, rispetto alle più fragili economie emergenti. In altre parole, più una economia è forte e vivace, più netto sarà il rimbalzo di fine pandemia, accentuando il divario con economie più gracili e meno reattive. E allora emerge lo scenario inquietante che l’Istat ha appena disegnato nel suo Rapporto annuale sulla competitività dei settori produttivi, che fa emergere con chiarezza le fragilità storiche dell’economia italiana. In breve: in un paese di aziende nane e lavoratori precari, il vivace rimbalzo congiunturale preconizzato dal Fmi ci può essere, ma a prezzo dell’allargamento di squilibri storici fra imprese e territori, destinati a pesare sulle prospettive a più lungo termine.

Il rapporto Istat si basa su analisi più datate di quelle del Fondo, perché risalgono a quest’inverno, quando tutti erano più pessimisti. Ma il dato chiave resta evidente: la parte moderna, europea, corposa dell’economia italiana è in grado di spiccare il rimbalzo. Apparentemente è minoritaria: solo l’11 per cento delle aziende italiane registra l’Istat, appare solido e in carreggiata. Ma non è affatto minoritaria: questo 11 per cento corrisponde a metà dell’occupazione complessiva e a due terzi del valore aggiunto. Detto in altro modo, sono quelle aziende e medio grandi che fanno dell’Italia un membro di prima fila delle economie avanzate e possono farci partecipare alla ripresa post-pandemia.

Il problema è tutto il resto: quel vasto spolverio di aziende piccole e medio piccole, a bassa tecnologia, dove lavora l’altra metà degli italiani. Qui, di fatto, dice l’Istat, quasi una impresa su due è a rischio chiusura. Il loro contributo all’economia del paese è significativo, ma limitato: meno del 7 per cento del valore aggiunto. Ma impiegano un quinto dei lavoratori italiani. Troppi per poter considerare un loro affondamento un graffio superficiale, invece di una dolorosa cicatrice.

Tanto più che a sprofondare, con loro, è quel Mezzogiorno che l’Italia si è già lasciata indietro. Secondo l’analisi dell’Istat, solo sei regioni presentano un rischio basso di crisi, in questi mesi. Sono tutte al Nord: Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia Romagna, Friuli, Trentino. E delle sei regioni in cui l’alto rischio di collassi aziendali si combina con crolli di occupazione, cinque sono al Sud: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Sardegna. Una al centro: l’Umbria.

In qualche modo, è inevitabile. O, meglio, prevedibile. Il Mezzogiorno è, probabilmente, l’unica area d’Europa in cui il recupero di occupazione degli ultimi anni pre Covid sia avvenuto trovando un posto a lavoratori precari e a bassa qualifica, grazie all’espansione di settori a tecnologia modesta come il turismo e la ristorazione. Proprio turismo e ristorazione sono stati devastati dalla pandemia e i lavoratori meno protetti dalle proprie competenze e dai propri contratti – quasi sempre temporanei o a part time – i più colpiti. La frattura con un Nord che si rimette al passo del resto d’Europa e un Sud che scivola indietro rischia di diventare insostenibile.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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