Sta sfumando nel nulla l’accordo del 28 giugno? Confindustria e Cgil soprattutto si erano spese per mesi nel tentativo di riportare a unità le relazioni industriali, cancellando la divisione del gennaio 2009 sul modello contrattuale. Non lo avevano fatto per amore dell’unità sindacale, ma per precise esigenze materiali. La Cgil doveva uscire dal cono d’ombra nel quale era entrata dopo l’intesa del 2009, recuperando quel protagonismo che gli è dovuto essendo il più grande sindacato del paese. La Confindustria doveva pacificare le relazioni industriali, evitando la proliferazione del conflitto. Tutte e due sapevano che con un accordo avrebbero messo un bavaglio alla Fiom, il forte sindacato dei metalmeccanici che per raggiungere obiettivi politici mai nascosti non esitava a infuocare le relazioni in fabbrica e a creare difficoltà alla confederazione della quale pure faceva parte.
Obiettivi raggiunti a fine giugno, con grande soddisfazione di Marcegaglia e Camusso, tanti mugugni nel governo, qualche titubanza in Cisl e Uil. Ma accordo. La situazione era tornata sotto controllo, il sindacato, tutto il sindacato era apparso indirizzato sulla via del riformismo, la speranza diffusa era quella di un nuovo periodo felice delle relazioni industriali, che certamente avrebbe avuto un importante riflesso nella ricerca dello sviluppo. Perché se le parti sociali collaborano sinceramente per la crescita, l’obiettivo si avvicina, diventa più a portata di mano, tutto è più possibile.
Tutto ciò rischia adesso di cadere nel nulla. Il decreto di inizio agosto del governo ha avuto l’effetto, forse voluto, di rompere pesantemente questa tela che era stata costruita con pazienza e sapienza. Il primo risultato delle decisioni del governo è stata la proclamazione dello sciopero da parte della Cgil, che non ha raccolto l’adesione né di Cisl, né di Uil ed è stato accolto con freddezza anche dalla Confindustria. L’unico davvero soddisfatto è stato Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, che non aspettava altro per definire chiuso il capitolo degli accordi interconfederali e finalmente riaprire quello del conflitto, in vista della palingenesi totale, politica, economica e sociale per avere finalmente, parole sue, “una mobilitazione straordinaria che porti a una nuova moralità e a un cambiamento politico”. Un pessimo risultato, che rischia di travolgere quanto di buono è stato costruito pazientemente in questi anni.
Sarà possibile uscire indenni da questa bufera, tornare all’accordo? Formalmente l’intesa funziona ancora, le prossime trattative dovrebbero tener conto delle decisioni che sono state prese, dell’accordo che è stato sottoscritto. Nei fatti la lontananza che si è manifestata in questi giorni tra le parti sociali potrebbe impedire di marciare assieme, gli animi sembra quelli dei mesi precedenti, quando nel sindacato non c’era intesa, quando Cisl e Uil affermavano di essere il sindacato riformatore e unito, senza curarsi della Cgil.
Tutto è possibile e ognuno è responsabile delle sue scelte. Certo, il ritorno a una situazione di instabilità sociale, adesso che siamo nel pieno dell’instabilità economica e politica, non sembra proprio l’ideale. E’ come se a tutti sfuggissero i termini della situazione, se nessuno si rendesse conto fino in fondo che sono a rischio le condizioni di vita nelle quali siamo stati finora, alle quali sarà durissimo rinunciare. L’economia è governata dalla globalizzazione, quando non dalla speculazione finanziaria internazionale, e la politica non è in grado di rispondere, ha tempi del tutto scissi da quelli economici. Tutto questo si sa bene, quello che stupisce è accorgersi che anche le parti sociali sono incapaci di rendersi conto che ballare sulla tonda del Titanic significa che di lì a poco si affonderà nel gelido mare del Nord.
Massimo Mascini



























