Lavoro e democrazia: due valori indissolubilmente legati. Senza lavoro viene meno la democrazia, così come la partecipazione al bene comune e l’esercizio pieno della cittadinanza. Negli ultimi decenni, però, questo rapporto si è progressivamente indebolito. Se in passato la politica prestava attenzione ai problemi del lavoro — anche come strumento di ricerca del consenso elettorale — oggi tale attenzione è sempre più subordinata alle logiche del capitale e della finanza. In questo contesto, il ruolo delle parti sociali nel tutelare e unire i lavoratori diventa ancora più cruciale per la tenuta democratica. Per il sindacato, quindi, è arrivato il momento di tornare a rappresentare sé stesso e di avviare un percorso di riflessione e aggiornamento condiviso e partecipato, autenticamente democratico. Un momento inderogabile, collocato in una congiuntura storica che rappresenta, in realtà, un vero e proprio crocevia.
Del rapporto tra democrazia e lavoro si è discusso nel corso dell’Assemblea generale del Comitato Centrale della Fiom-Cgil, che si è aperto lunedì 16 marzo presso la sede centrale della Confederazione con un seminario dal titolo “Democrazia senza Lavoro, Lavoro senza Democrazia”, organizzato in collaborazione con il Centro documentazione e ricerca Claudio Sabattini.
Secondo Michele De Palma, segretario generale Fiom, per il sindacato la misura della democrazia avviene nel rapporto costante con le persone, che si costruisce nelle assemblee, dentro i luoghi di lavoro fondamentali per la pratica democratica. “Quando noi incrociamo le lavoratrici e lavoratori in un’assemblea, davanti a noi abbiamo una rappresentazione completa dello stato della condizione della società culturale dentro la quale viviamo. Non ci scegliamo le persone iscritte alla Fiom nelle nostre assemblee, ci sono lavoratori di ogni orientamento. Lo dico per ricordarlo a tutti noi: abbiamo scelto di non essere un sindacato corporativo e aziendale, una scelta che determina passaggi della nostra storia culturale recente che ci hanno portato a decidere, nel bel mezzo delle 40 ore di sciopero per rinnovare il contratto nazionale delle metalmeccaniche e dei metalmeccanici, di scioperare per 12 ore sulla Palestina.”
L’incontro è proseguito con una ricostruzione delle varie fasi del sindacalismo italiano, spiegate da Luca Baldissara, professore di Storia contemporanea all’Università di Bologna e curatore dell’Atlante storico della Resistenza italiana, e dei passaggi durante la Costituente sul concetto del lavoro. Baldissara ha ricordato come durante il fascismo lo sciopero fosse stato vietato, la giornata lavorativa allungata, i salari ridotti. Ma poi, nel marzo 1943, ci furono gli scioperi antifascisti a cui avevano aderito, secondo le cifre ufficiali del regime riportate dallo stesso Mussolini, circa 100.000 operai. Una cifra imponente non solo del numero, spiega Baldissara, se si considera avveniva in un Paese che era in guerra e che era retto da un regime autoritario. “Quella protesta presentava già sulla scena quelli che erano gli attori di una nuova generazione operaia – prosegue il professore – che di lì a poco sarebbero stati poi i protagonisti della Resistenza nella guerra partigiana. Delineava i valori di cui queste generazioni, questi uomini e queste donne erano portatrici. La centralità del lavoro da una parte e la funzione positiva del conflitto sociale dall’altra”.
Il lavoro e le sue forme di espressione, da represse e osteggiate dal potere diventano diritto e fondamento del nuovo ordinamento. Infatti il cuore della Costituzione, ha spiegato Francesco Pallante, professore ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Torino, si trova all’articolo tre comma due, cioè il principio di uguaglianza in senso sostanziale, che ha una duplice declinazione: sul piano individuale ci parla dell’obiettivo per la Repubblica di creare le condizioni perché si possa realizzare il pieno sviluppo della persona umana e sul piano collettivo ci dice che questo è finalizzato a far sì che sia possibile l’effettiva partecipazione di tutti. “La Costituzione – precisa Pallante – dice tutti i lavoratori ma lo usa come sinonimo di cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. C’era questa idea del pieno impiego.” Dunque, spiega Pallante, l’idea di fondo è che si può sviluppare pienamente la propria personalità, se si libera ogni singolo individuo dai bisogni materiali attraverso il lavoro e dai bisogni spirituali, attraverso l’istruzione.
Con lo sguardo rivolto agli USA Nadia Urbinati, professoressa di Teoria Politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche alla Columbia University, ha spiegato come la volontà del potere americano di rompere le norme, le regole per creare il futuro porta al conflitto con istituzioni interne come il governo costituzionale ed esterne come l’Europa, simbolo nel mondo della regolamentazione. “Se voi guardate all’uso del Governo costituzionale da parte di Trump – spiega Urbinati – vedete che è sistematico l’attacco come fa alla magistratura alla limitazione dei poteri indipendenti e soprattutto la prerogativa della Presidenza contro il Congresso, cioè l’idea della centralità del potere esecutivo e decretizio contro il potere legislativo.” Inoltre, Urbinati sottolinea come negli USA ci sia una caduta verticale delle forme associative di protezione, di difesa del cittadino ordinario, considerato che esiste solo il 7% del lavoro sindacalizzato, mentre il resto sono forme di mutuo aiuto, sostegno come parrocchie, chiese, altre attività ma non sindacalizzate. “Il divieto di associazione sindacale è un fatto normale negli Stati Uniti, nelle aziende private sono a discrezione, non hanno possibilità di avere un sindacato. Ad esempio, nella mia università è vietato essere organizzati sindacalmente.”
Infine, il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha sottolineato come il quadro descritto indichi che siamo dentro una fase o un processo che sta cambiando radicalmente molte cose. In particolare il modello di capitalismo che rappresenta Trump. “Credo che, per quello che sta succedendo, sia un modello di capitalismo inconciliabile con la democrazia. Qui secondo me c’è il punto di fondo, questo è il punto.” Un modello “che non ha più bisogno di regole, che non vuole alcuna regola in realtà sta determinando una nuova regola, che è quella che il capitalismo non deve avere alcun vincolo sociale né alcun compromesso con nessuno, tantomeno con il lavoro, tantomeno con il lavoro organizzato.” Per il segretario, questo capitalismo si sta sostituendo alla politica.
Il ruolo del sindacato e la sua natura devono quindi essere precisamente collocati. “Il sindacato americano è un sindacato di mercato, non è mai stato un sindacato confederale o un sindacato generale. Il sindacato ha bisogno di essere un sindacato appunto generale. Ha bisogno di essere un sindacato che rappresenta il mondo del lavoro”. Il problema da porsi per Landini è come agire, come si ricostruisce oggi una rappresentanza di tutte le forme di lavoro che esistono: solamente un sindacato confederale, che punta ad una rappresentanza generale del mondo del lavoro, “può avere la dimensione per poter non dico vincere queste battaglie, ma potersi confrontare alla pari con quei processi che oggi sono in atto”.
Ciò che è emerso da questo seminario e dai vari interventi è una proposta per fronteggiare la deriva democratica: la solidarietà. Unire i lavoratori, superando divisioni nazionali, culturali e linguistiche, diventa una condizione essenziale per ricostruire un equilibrio tra lavoro e democrazia. Solo attraverso l’azione collettiva e una rinnovata partecipazione sarà possibile contrastare le disuguaglianze, aumentare la consapevolezza e rafforzare dunque i diritti. Senza il lavoro tutelato non può esistere una vera democrazia, e senza democrazia il lavoro perde i suoi diritti fondamentali.
Questo è l’obiettivo del programma fondamentale della Cgil: una vera e propria costituzione interna, strumento per definire l’identità e il ruolo del sindacato nella società, frutto di scelte politiche inserite in una prospettiva storica tridimensionale. La Fiom-Cgil è la prima categoria ad avviare una discussione su questo percorso condiviso, con la seconda parte della giornata dedicata a un confronto denso e partecipato, che non ha trascurato di essere anche occasione di costruttiva autocritica – se non di vero e proprio processo. Dimostrazione, questa, di essere pienamente calati nello spirito del tempo e consapevoli di non poter eludere l’urgenza di dare riscontro alle istanze della base, che non è solo sommatoria delle categorie, bensì espressione onnicomprensiva dei grandi temi della società.
Il programma fondamentale della Cgil non nasce in un momento preciso, come spiega il presidente della Fondazione Di Vittorio, Francesco Sinopoli, ma è il risultato di un lungo processo storico che accompagna l’evoluzione del sindacato nel corso del Novecento fino ai giorni nostri. Nato su basi antifasciste e democratiche, è tra gli anni Ottanta e Novanta che il programma fondamentale assume una forma più esplicita e strutturata, in risposta ai cambiamenti economici e politici legati alla globalizzazione e alla fine della Guerra fredda.
Uno snodo decisivo si colloca nel 1991, sotto la guida dell’allora segretario generale della Cgil, Bruno Trentin, padre spirituale” e architetto intellettuale del programma. Anche se il documento attuale è stato aggiornato nel 2019, la sua impalcatura teorica resta in larga parte legata alle elaborazioni sviluppate in quella fase. Da allora, la CGIL, progressivamente consolidatasi come soggetto autonomo, ha continuato a interrogarsi sulle stesse istanze.
Ed è proprio per questo, avverte Sinopoli, riflettere sulle trasformazioni non significa fare archeologia del passato, ma riprendere il filo di una discussione che è stata interrotta. Restano centrali i principi dell’unità dei lavoratori e della difesa dei diritti sociali, così come il lavoro, inteso come elemento essenziale della dignità della persona e della vita democratica, che deve essere tutelato in tutte le sue forme, al fine di garantire condizioni dignitose, sicurezza, stabilità e una giusta retribuzione. Tutto questo, però, si colloca oggi in una cornice in cui il lavoro è stato polverizzato e, con esso, diritti e tutele, aumentando le divisioni e allontanando l’obiettivo massimo della solidarietà tra i lavoratori.
La democrazia, la ricerca dell’uguaglianza e della giustizia sociale rappresentano i fini dell’azione sindacale, da perseguire attraverso una contrattazione collettiva solida ed efficace. Per questo il sindacato deve rivendicare una dimensione politica che, nel tempo, è andata confondendosi: risocializzando la democrazia, come suggerisce Nadia Urbinati, e risindacalizzando tanto il lavoro quanto la politica. Questo, senza astrarre la discussione, chiarisce Serena Sorrentino, presidente della Commissione di aggiornamento del Programma fondamentale, ma traducendo l’analisi in prassi, regole della contrattazione e dell’azione politica.
Un ruolo sfidante, di rottura, che l’Assemblea generale affida alla Commissione. Per Sorrentino servono lenti nuove per leggere le grandi trasformazioni della società e aggiornare obiettivi e pratiche del programma fondamentale; serve generare un percorso di informazione e consultazione per favorire la conoscenza ed esprimere le volontà, perché il cambiamento sia orizzontale e parta dal basso, dai territori. La democrazia è uno spazio vuoto che deve tornare a riempirsi di persone che sappiano riconoscersi e ricomporsi in una collettività, in cui il lavoro si ricompone con la condizione sociale. Non numeri, non tessere, ma il convincimento che il sindacato sia agente di trasformazione democratica. Perché l’unità sindacale ha una sola radice: la democrazia.
Emanuele Ghiani ed Elettra Raffaela Melucci























