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Home - Rubriche - Giochi di potere - L’ultima utopia a sinistra

L’ultima utopia a sinistra

di Riccardo Barenghi
23 Febbraio 2022
in Giochi di potere
L’ultima utopia a sinistra

Senza dover ricorrere agli antichi, per esempio alla “Repubblica” di Platone, oppure all‘ isola di Tommaso Moro, l’utopia ha sempre rappresentato un orizzonte dell’umanità. Tanto affascinante quanto irraggiungibile. La sinistra mondiale, dall’Ottocento in poi, ne ha fatto il suo obiettivo: dall’anarchia al socialismo, fino alla pace nel mondo. Un obiettivo purtroppo teorico, visto che non è mai stato raggiunto. I tentativi non sono mancati, basti pensare alle rivoluzioni del secolo scorso, da quella russa a quella cinese, da quella cubana a tutte le altre che sono avvenute in America latina e non solo lì. Però l’utopia si è sempre scontrata con la realtà, che non le ha consentito di realizzarsi in pieno: forse perché l’utopia è solo un sogno, o forse perché l’uomo in fondo non è tanto buono ma è cattivo, o comunque egoista, e dunque non è disposto a cedere pezzi del suo potere o privilegio o chiamatelo come volete, in favore di altri uomini. Attenzione: non tutti gli uomini sono uguali e non tutti sono cattivi o egoisti, ma coloro che hanno esercitato o ancora esercitano il potere – sia quello la P maiuscola sia quello minuscolo, che per intenderci riguarda il piccolo cortile di casa di ciascuno – questi non hanno mai accettato di condividere il loro bene con quelli che il bene non lo possedevano e né lo possiedono. Ecco, in estrema e molto semplificata sintesi, la ragione per cui nessuna utopia si è mai realizzata.

Oggi nel mondo le grandi utopie sono totalmente scomparse, nessuno ci crede più e di conseguenza nessuno fa qualcosa neanche per provare a realizzarle. Restano però quelle piccole, possiamo anche chiamarle infime, che riguardano singoli pezzetti dell’umanità, minuscoli pezzetti, praticamente invisibili. Che però ci riguardano quando ci toccano, quando diventano oggetto della nostra vita politica e sociale. Tra queste va segnalata quella che da più di un anno il segretario del Pd, Enrico Letta, si sforza di realizzare, ovvero l’unità di tutte le forze progressiste del Paese. Certo, in confronto al socialismo o alla pace nel mondo, questa di Letta è un’utopia di bassissimo livello, quasi grottesca. Ma tant’è, il nostro convento ci passa questa minestra. E, come dice il proverbio, o mangi questa minestra o salti dalla finestra…

E allora, la domanda che tutti gli sportivi italiani si pongono, almeno quelli di sinistra, è semplice: riusciremo a mangiarla, a almeno a vederla sulla nostra tavola? Il problema principale è che gli ingredienti di questa minestra, anzi di questo minestrone sono tanti, diciamo anche troppi, e non si sposano tra loro. Fuor di metafora, è possibile mettere insieme e amalgamare il Partito democratico con i Cinquestelle, i Cinquestelle con Carlo Calenda e con Matteo Renzi, lo stesso Renzi con Bersani, Speranza e con buona parte del Pd che non gli ha mai perdonato la sua scissione? E soprattutto, se anche Letta riuscisse nel miracolo di trovare tra tutti questi protagonisti quantomeno una disponibilità a discutere, da questa eventuale discussione si riuscirebbe a tirare fuori una sintesi? Che poi significherebbe un accordo su tutto, dalle liste elettorali, ovvero chi e quanti verrebbero messi in condizioni di essere eletti in Parlamento, dalla selezione di coloro che, in caso di vittoria farebbero i ministri, fino al programma politico e di governo.  Per non parlare di chi dovrebbe fare il premier. Già solo l’elenco delle sfide che dovrebbe affrontare questo “campo largo” ci dice che si tratta di un’utopia, o se vogliamo volare più bassi di una mission impossible (e anche se Tom Cruise riuscì nell’impresa, questo non è un film e Letta non è Cruise).

Se poi passiamo al merito delle questioni, vediamo che le differenze sono così profonde da sconsigliare qualsiasi ottimismo: sulla giustizia, per esempio, Conte e Renzi non saranno mai d’accordo (basti pensare a quel che è successo l’altro giorno in Senato sul conflitto di attribuzione per i Pm che indagano sul leader di Italia viva), così come appare improbabile che Calenda, Renzi e i Cinquestelle possano trovare un’intesa sul tipo di energia da utilizzare in futuro (vedi il nucleare), oppure sul reddito di cittadinanza, oppure sul bonus edilizio, oppure sul tipo di contratti per i giovani, oppure, oppure…  Mettiamoci in mezzo anche il Pd, che pure essendo più flessibile e pronto a qualsiasi mediazione per arrivare al risultato, le sue idee le ha. E spesso non coincidono con quelle degli altri partecipanti (virtuali) alla costruzione di questo fantomatico campo largo.

Per non citare le lacerazioni e le scissioni che colpiscono i Cinquestelle, divisi su tutto, tanto che l’ultima notizia ci racconta di un incontro tra Conte, Alessandro Di Battista e Marco Travaglio che all’ordine del giorno aveva come obiettivo proprio quello di staccare il Movimento dal Pd: meglio soli che male accompagnati, è stato il leit motiv di un articolo del direttore del “Fatto”. Una tesi che evidentemente avrebbe fatto breccia anche nel più convinto sostenitore del contrario, ossia il Presidente degli ex grillini. E in questa breccia non avrebbe difficoltà a inserirsi Luigi di Maio, il quale non vede l’ora di riprendersi il suo posto di Capo politico e rimettere i Cinquestelle “né a destra né a sinistra”, così che possano partecipare alla creazione di quel centro politico insieme ad Azione, Italia viva e pezzi di Forza Italia che possa diventare l’ago della bilancia dopo le future elezioni, scommettendo sulla non vittoria di entrambi gli schieramenti.

In questo quadro, caotico e magmatico, non può mancare il Partito democratico, all’interno del quale non sono pochi i detrattori del segretario e della sua strategia: sono soprattutto gli ex renziani che proprio non possono vedere i Cinquestelle. E che quindi faranno di tutto – lo stanno già facendo – per impedire che Letta si allei con Conte, ammesso e non concesso che Conte vorrà ancora allearsi con Letta e soprattutto che riesca a restare leader di quella forza politica. Che in meno di quattro anni ha perduto il 20 per cento dei voti, dal 33 delle elezioni del 2018 al 13 degli ultimi sondaggi. E a proposito di numeri, non bisogna però dimenticare che gli altri presunti contraenti del campo largo, viaggiano intorno al 2\3 per cento ognuno: e però parlano e si comportano come se fossero i primi della classe.

Come si vede, senza un miracolo di cui al momento non si vedono neanche i presupposti, l’utopia di Letta sembra condannata a restare tale. A meno che, quando ci troveremo vicini alle elezioni politiche, trionfi il primum vivere: e allora, pur di non scomparire, di uscire fuori dai giochi e di rinunciare alla sfida del governo senza neanche provarci, tutti si mettano intorno a un tavolo e trovino l’accordo. Quantomeno per evitare che la vinca la destra di Meloni e Salvini. Sarebbe ovviamente un accordo scritto sull’acqua, ma chissà: le vie della politica, come quelle del Signore, sono infinite.

Riccardo Barenghi

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Giornalista

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