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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Se la destra “fa anche cose buone”: gli appelli all’astensione possono favorire i referendum, ma il vero tema è cosa faranno i sindacati dopo il 9 giugno

Se la destra “fa anche cose buone”: gli appelli all’astensione possono favorire i referendum, ma il vero tema è cosa faranno i sindacati dopo il 9 giugno

di Nunzia Penelope
20 Maggio 2025
in L'Editoriale
Referendum, il governo punta a depotenziare l’election day accorpandolo ai ballottaggi delle amministrative. Ma Landini insiste: “voto al primo turno, maggio sia il mese delle rose ma anche della democrazia’’

La battuta che gira in questi giorni è ‘’anche la destra fa cose buone’’, e il riferimento è alla sequenza di inviti all’astensione arrivati dai partiti della maggioranza di governo nei confronti del referendum dell’8 e 9 giugno. La speranza dei promotori è che, dopo gli appelli a disertare le urne arrivati dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, da Antonio Tajani e da Matteo Salvini, nonché dal presidente del Senato La Russa, si verifichi nell’elettorato un “effetto Craxi”, o perlomeno un “effetto Canada” dopo le sguaiate dichiarazioni di Trump sul 51esimo Stato. Ma a parte le battute, potrebbe esserci effettivamente una certa utilità nell’aver spostato la contesa sulla partecipazione al voto rispetto al contenuto dei quesiti: di cui i quattro sul lavoro poco comprensibili in quanto assai tecnici, e uno invece molto chiaro, quello sull’immigrazione, ma quanto mai divisivo in un paese che ancora in buona parte vede i migranti come una minaccia, invece che come una opportunità. Giocando la partita su voto sì- voto no, laddove il voto caratterizza l’opposizione e l’astensione il governo, magari si potrebbe stimolare l’affluenza. Non a caso il solo ad essersi sottratto a questo gioco è il ministro dell’Economia Giorgetti, a quanto pare anche l’unico, nell’esecutivo, ad aver intravisto il rischio boomerang.

Di certo la presa di posizione della destra porta acqua al mulino di Maurizio Landini, sul quale grava il maggior peso della campagna referendaria, sia in quanto promotore dei referendum stessi, sia perché, di fatto, solo la Cgil è compattamente schierata per cinque si, a differenza degli altri soggetti coinvolti, le cui posizioni rappresentano un caleidoscopio quanto mai variegato. A partire dalle altre due confederazioni, Uil e Cisl. La prima, favorevole ai referendum, invita a votare perché “e’ un esercizio di diritti costituzionali e per quella Costituzione molta gente è morta”, ma indica ai suoi di esprimere un ‘’si’’ solo su due dei cinque quesiti, lasciando libertà di coscienza sugli altri. La Cisl, invece, ha fin dal primo momento dichiarato tutta la sua contrarietà all’iniziativa della Cgil, facendo una campagna durissima contro, e arrivando, parole della segretaria Daniela Fumarola, a dichiarare al Corriere della Sera che non andrà alle urne. Posizione tranchant in seguito sfumata, spiegando che non si intendeva fare appello all’astensione, ma esprimere dissenso rispetto allo strumento: per la Cisl, infatti, i referendum sul lavoro rappresentano una ‘’battaglia di assoluta retroguardia’’, e come tali vanno appunto ignorati.

Ma i distinguo maggiori sono nei partiti che sostengono l’iniziativa della Cgil. Nel Pd, la segretaria Elly Schlein è convintamente per cinque sì, mentre altri esponenti del partito di non irrilevante peso, come Lorenzo Guerini, Giorgio Gori, Lia Quartapelle, Marianna Madia, Filippo Sensi e Pina Picierno, hanno firmato una lettera aperta accusando i referendari di “agitare un simulacro fuori dal tempo, con un dibattito che distrarrà l’attenzione dai veri problemi, oltre a creare divisioni in campo progressista e sindacale”. I dissidenti annunciano quindi che andranno a votare sì, ma solo sui due quesiti relativi alla cittadinanza e sulle imprese appaltatrici, mentre si asterranno su quelli legati al Jobs act. Al contrario di Giuseppe Conte e dei 5 Stelle, che voteranno i quesiti sul lavoro, lasciando libertà sulla cittadinanza, la cui proposta non condividono, mentre Carlo Calenda lascerà bianche le quattro schede sul lavoro e voterà si solo alla cittadinanza. Insomma, ci vorrebbe un foglio Excel per mappare adeguatamente tutte le posizioni. Ed è per questo che, tutto sommato, spostare la contesa sul “voto contro il non voto”, potrebbe rappresentare un buon escamotage per mobilitare l’elettorato al di la dei contenuti.

Ma al tempo stesso sarebbe un errore di valutazione non considerare quanto, nel mondo Cgil, e nella base più ancora che tra i dirigenti, sia sentito il tema Jobs Act, e quanto quella legge, pur vecchia di dieci anni, sia ancora oggi considerata un vulnus. O meglio IL vulnus, il tradimento da parte di un governo di centro sinistra e per di più guidato da colui che era segretario del Partito democratico, quel Matteo Renzi che si spinse dove nemmeno Berlusconi aveva mai osato, cancellando l’articolo 18. Un tradimento in qualche modo duplice, visto che la Cisl, all’epoca, non condivise il giudizio negativo di Corso Italia, trovando elementi interessanti nella riforma del lavoro. È in quel momento che si aprirono le prime crepe tra la Cgil e il Pd renziano, ma anche con la stessa Cisl; ed è anche per questo che il Jobs act per la confederazione maggiore resta una ferita mai sanata, che ancora oggi -a dispetto del decennio trascorso, delle molte modifiche apportate alla legge e del milione di occupati in più- richiede un balsamo per smettere di bruciare. Susanna Camusso quel balsamo lo cercò lanciando un primo referendum nel 2016, tre quesiti sostenuti da tre milioni di firme, mai andati in porto in quanto disinnescati in parte dalla Consulta, e poi dal governo Gentiloni. Miglior fortuna è toccata ai referendum indetti da Landini, che hanno passato il vaglio della Corte costituzionale (quattro quesiti, di cui due praticamente identici a quelli del 2016) e alle urne, almeno, ci sono arrivati. Non è un caso che Renzi, oggi, sia l’unico politico in campo con una esplicita campagna per il ‘’no’’ ai due quesiti relativi al Jobs act (mentre lascia libertà su altri due e dice sì a quello sulla cittadinanza: giusto per completare la mappa da foglio Excel).

La contesa, quella vera, è insomma sempre li, esattamente come dieci anni fa. E dire che Landini e Renzi, all’inizio, sembravano partiti col piede giusto. Il primo contatto dell’attuale leader di Italia Viva col mondo Cgil era stato proprio con l’allora capo della Fiom: anno 2013, un incontro cordiale, a Firenze, pacche sulle spalle, strette di mano, due maschi alfa che si riconoscono. Perfino mettendo un po’ in ombra la segretaria Cgil dell’epoca, Susanna Camusso, che con Renzi non si è mai presa nemmeno per un minuto: col giovane premier che la irrideva accusandola di ‘’mettere il gettone telefonico nell’Iphone’’. Critica assai ingenerosa, considerando che proprio la Cgil di Camusso, con largo anticipo sui tempi, aveva studiato a fondo le tematiche dell’algoritmo, dei suoi rischi e del suo controllo, con preveggenza rispetto all’avvento dell’A e degli interrogativi che oggi pone. Ma poi, appunto, arrivò il Jobs act: a sorpresa sparì l’articolo 18, e la Cgil non ha mai perdonato. L’8 e il 9 giugno proverà a cercare la rivincita, confidando sul fatto che la ‘’base’’ è dalla sua parte. Sul quorum oggi non scommette nessuno, ma non si può mai dire.

Vada come vada, però, dopo l’8 e il 9 arriverà fatalmente il 10 giugno e occorrerà tirare le somme. In campo sindacale prima ancora che politico. La Cgil, che da un anno ha impegnato tutte le sue energie nel referendum, dovrà darsi nuovi obiettivi, quale che sia l’esito delle urne, quorum o non quorum. Ma anche la Cisl, che per un anno si è impegnata soprattutto per portare a compimento la legge sulla partecipazione, arrivata al traguardo il 14 maggio con l’approvazione definitiva del Senato, ma parecchio infragilita rispetto alle attese, dovrà presto darsi una nuova missione. In quest’ottica, considerando che proprio a causa delle rispettive iniziative referendarie e legislative, reciprocamente contestate, le confederazioni in questi ultimi mesi si sono sempre più allontanate tra loro, raggiungendo distanze mai sperimentate prima, ci sarebbe da augurarsi che, una volta archiviate leggi e referendum, Cgil Cisl e Uil possano ritrovare un terreno comune su cui lavorare. I temi che richiederebbero cure urgenti, e su cui sarebbe ben strano dividersi, non mancano. Uno di cui si sta parlando molto è quello dei bassi salari. Mettere in campo azioni concrete, magari iniziando dalla sempre rinviata revisione del vecchio Patto della fabbrica, datato 2018 e ormai del tutto insufficiente a dare risposte adeguate ai tempi, potrebbe essere un primo impegno per l’agenda sindacale dal 10 giugno, ma chissà.

Nunzia Penelope

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