Il nuovo anno si è presentato per il sindacalismo italiano gravido di incertezze. Se Cgil, Cisl e Uil sono profondamente divise per quanto attiene ai rapporti con il governo presieduto da Giorgia Meloni, le categorie, invece, mantengono, nel settore privato a differenza di quello pubblico, una significativa unità d’azione, testimoniata dalla sottoscrizione dell’ipotesi di rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, la cui cifra più importante, rispetto agli scarsi aumenti retributivi, è la ripresa di rapporti tra Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm con Federmeccanica, quest’ultima sicuramente influenzata dal nuovo corso confindustriale di Emanuele Orsini, dialogante con i sindacati.
Uno scenario delle relazioni industriali che sembra riecheggiare quello degli anni ’60 del secolo trascorso in Italia, in cui le categorie industriali, in testa i metalmeccanici, svilupparono una unità d’azione che si dipanò dal Natale in piazza Duomo a Milano degli elettromeccanici nel 1960, ai fatti di piazza Statuto a Torino del luglio 1962, che sancì, come disse Giorgio Benvenuto, uno dei leader storici del sindacalismo italiano, “la fine degli accordi separati e della discriminazione tra sindacati ‘democratici’ e sindacati “socialcomunisti”, alla piattaforma unitaria per il rinnovo del CCNL del 1966, sino alla straordinaria stagione di lotte e di conquiste dell’autunno caldo del 1969, che aprì la strada ad una forte conflittualità sociale connotata da ideologismi egualitari.
Una unità al tempo tra Fiom, Fim e Uilm, mentre le rispettive confederazioni erano divise nel rapporto con i governi di centrosinistra e con il giudizio sulla politica di programmazione e i primi incontri triangolari.
Allora come oggi, i metalmeccanici e più in generale le categorie industriali guardano a quella che Pietro Nenni chiamava la “politica delle cose”, e le centrali sindacali si dividono sulla politica di schieramento, mentre nuove organizzazioni propongono l’esigenza di un sindacato che partecipi al governo del cambiamento e alla transizione digitale e a quella ambientale: è il caso della Confial con il suo leader Benedetto Di Iacovo.
Ma le sfide del nostro tempo non ammettono divisioni connesse al posizionamento politico. Crisi del Welfare State, “lavoro povero”, dramma degli infortuni, redistribuzione della ricchezza attraverso il fisco, tutele per un mondo del lavoro inteso oltre il sempre più ristretto recinto della subordinazione, richiedono un sindacato che sappia trovare le ragioni dell’unità sui problemi concreti, la cui ripresa sarebbe un buon viatico per lavoratori e pensionati nel 2026, ricordando le parole di Giuseppe Di Vittorio, il grande segretario generale della Cgil, che nella sua relazione dell’ottobre 1946, alla III sottocommissione all’Assemblea costituente, ammoniva che “i sindacati dei lavoratori, quali organismi unitari di milioni di cittadini in tutte le provincie d’Italia e tutori dei loro interessi collettivi e solidali, costituiscono obiettivamente il tessuto connettivo più solido della Nazione e della sua stessa unità”.
Maurizio Ballistreri, Professore ordinario ab. di diritto del lavoro, Università di Messina




























